colossi tecnologici cinesi devono restare quello che sono, vale a dire dei colossi tecnologici. Il loro potere economico non può diventare potere politico. E allora serve intervenire sul loro potere strategico, rappresentato in primis dalla conservazione di una sterminata quantità di dati, e sul loro margine di manovra, dunque sulla loro proiezione verso l’esterno. Nella Cina di Xi Jinping e della doppia circolazione, le Big Tech devono imparare che non solo non possono diventare portatrici di istanze politiche, ma che non possono nemmeno ambire a diventarlo.

Il Governo cinese ha rotto gli indugi e negli ultimi tempi sta intervenendo con sempre maggiore decisione su un settore che potenzialmente potrebbe farsi portavoce di istanze politiche, economiche e sociali. Non importa quanto queste istanze possano essere vicine o lontane dalla sua linea, il Partito comunista cinese non vuole altri poli in grado di aggregare consenso e visioni di futuro.

Il caso Jack Ma lo aveva fatto capire già qualche mese fa: non basta essere tra gli uomini più ricchi della Cina ed essere membri del Partito per pensare di poter avanzare critiche sulle politiche finanziarie del Governo. Il caso Didi ha però chiarito che l’obiettivo del Pcc non è solo quello di reprimere qualsiasi segnale di possibile dissenso, ma anche quello di intervenire in maniera ancora più drastica sulle azioni dei principali brand privati. Già, perché a differenza di Ma, il fondatore del gigante del ride-hailing, Cheng Wei,  ha sempre tenuto un basso profilo e anzi si è dimostrato più volte fedele alla linea del governo e del partito. Tanto da lanciare nel 2018 una campagna di assunzione di membri del Partito comunista…

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