“Il benessere della popolazione” innanzitutto. Inaugurando la sede del nuovissimo Ufficio per la Salvaguardia della Sicurezza nazionale, mercoledì, il direttore Zheng Yanxiong ha rassicurato i cittadini sull’utilizzo benevolo della controversa legge antisedizione, introdotta lo scorso mese da Pechino bypassando il parlamento locale e che la nuova agenzia ha l’incarico di far rispettare a nome del governo centrale. Ma l’istituzione del nuovo dipartimento – sorto all’interno di un hotel nella cornice di Causeway Bay – è già un messaggio minaccioso di per sé. Per la prima volta gli apparati di pubblica sicurezza cinesi potranno esercitare le loro funzioni nell’ex colonia britannica oltrepassando i limiti finora concessi dalla formula “un paese due sistemi”.

Nei piani di Pechino la nuova legge servirà a riportare l’ordine e stabilizzare l’economia della regione amministrativa speciale dopo un anno di proteste. Hong Kong “tornerà a brillare” ha assicurato la chief executive Carrie Lam, sottolineando come maggiore sicurezza servirà a riacquisire il “prestigio internazionale” compromesso dalle azioni violente dei manifestanti. Ma, dopo un primo endorsement dei colossi bancari HSBC e Standard Chartered, il riscontro oltremare non sembra esattamente quello sperato. Lo dimostra non solo la notizia che Australia, Canada e Nuova Zelanda affiancheranno gli Stati Uniti nel rivedere i rapporti commerciali e diplomatici con l’ex colonia inglese.

Negli ultimi giorni, Facebook, Microsoft, Telegram, Linkedin, Zoom, Google e Twitter hanno interrotto la collaborazione con la polizia locale sospendendone l’accesso ai dati degli utenti nell’attesa di valutare l’impatto della nuova legge sui diritti fondamentali. In gioco c’è lo status di Hong Kong, fino ad oggi utilizzata – proprio in virtù della sua autonomia – come base operativa per accedere al mercato cinese nei limiti permessi dalla censura. Secondo il deputato democratico Charles Mok, nella seconda metà del 2019 le autorità hongkonghesi hanno presentato alle aziende informatiche oltre 7000 richieste per la rimozione di contenuti online, oltre il doppio rispetto ai sei mesi precedenti. Con la nuova legge, che criminalizza indistintamente “l’incitamento all’odio” verso le autorità centrali, le pressioni sui big tech occidentali si preannunciano anche maggiori.

Stando alle ultime disposizioni, il governo cinese potrà gestire direttamente “i casi più complicati” che riguardano l’ingerenza di forza straniere avviando procedimenti (nella mainland) a carico non solo dei residenti di Hong Kong e per atti compiuti non necessariamente nell’ex colonia britannica, mentre le aziende saranno tenute – pena il carcere o multe salatissime – a consegnare dati e cancellare o bloccare i contenuti considerati una minaccia per la sicurezza nazionale senza nemmeno bisogno di un mandato d’arresto.

I colossi tecnologici si trovano davanti a un dilemma: abbandonare il mercato hongkonghese vuol dire – chi più (Microsoft) e chi meno (Facebook e Twitter) – rinunciare a una fetta consistente del business asiatico. Restare, accettando le nuove condizioni liberticide, invece, rischia di scatenare l’ira di Washington, dove la controversa legge è bersaglio di critiche bipartisan. Tik Tok, la versione internazionale dell’app di microvideo cinese Douyin, ha già fatto la sua scelta. Lascerà il mercato hongkonghese, ancora limitato, per non perdere quello americano, da cui già rischia l’espulsione per sospette violazioni della privacy (leggi spionaggio).

Condannando le defezioni di massa, il Global Times ha accusato le big corporations di servire gli “interessi politici statunitensi”. “Che cos’è esattamente la libertà di espressione?”, si chiede il tabloid nazionalista cinese ricordando come, nel 2019, Facebook e Twitter hanno sospeso centinaia di account per aver sostenuto la polizia di Hong Kong e “rivelato la natura violenta delle proteste.”

[Pubblicato su il manifesto]