Lo Straits Times di Singapore, il giornale vetrina della città-stato, spiegava ieri mattina che la Città del Leone ha siglato tre dei primi cinque contratti di private equity e venture capital conclusi nella regione nel primo trimestre del 2020.

E che benché l’attività economia si sia ridotta nel Sudest asiatico a causa del Covid, i tre accordi fanno un pacchetto di investimenti di oltre 800 milioni di dollari nei settori software, e-commerce ed energia solare. Innovazione tecnologica, per di più pulita.

La notizia della buona performance della Città del Leone precede di un giorno le elezioni per l’unica Camera dell’isola che da 15 legislature è saldamente in mano al People’s Action Party (PAP) dell’attuale premier Lee Hsien Loong. La sua riconferma nel voto di oggi è scontata e si tratta solo di vedere se conserverà tutti i seggi (82 su 93) che gli contende un’opposizione che nelle ultime elezioni ha guadagnato punti ma che ora sembra molto sulla difensiva. Sa che non può vincere ma spera almeno di non perdere gli scarsi consensi guadagnati in passato.

Corre comunque divisa: a contendersi i parlamentari sono 11 partiti con 192 candidati in uno scrutinio affidato a 2.6 milioni di elettori (circa un terzo dei quasi 6 milioni di residenti) che possono votare solo se hanno compiuto 21 anni. L’esito appare dunque scontato e si chiama Lee. Lee Kuan Yew è stato il grande padre padrone, paternalista autoritario e anti comunista, che ha dominato la politica di Singapore per decenni.

Non un dittatore come Marcos o Suharto però, e abile negli affari e nel mantenere in equilibrio il melting pot della città. Poi lo scettro, salvo l’interregno del fedelissimo Goh Chok Tong (1990-2004), è passato al figlio Lee Hsien Loong il cui fratello minore, Lee Hsien Yang, milita invece nelle file dell’opposizione del Progress Singapore Party. Ha avuto il buon gusto di non candidarsi sostenendo che a Singapore di Lee ce ne sono abbastanza. Entrambi sono ex generali.

Di padre in figlio, il piccolo villaggio di pescatori, divenuto poi un polo commerciale di Sua Maestà britannica, è riuscito a diventare una specie di Svizzera dell’Asia ma senza puntare solo sul settore bancario. Singapore è una delle grandi capitali dell’innovazione tecnologica e Tiziano Terzani l’aveva definita un Paese ad aria condizionata già negli anni Settanta.

Ha saputo tenere a bada cinesi e americani alleandosi di volta in volta con loro ma tenendo le distanze e si è ritagliata un ruolo politico di primo piano anche se è poco più di una città con qualche isolotto e atollo (una sessantina) e un entroterra che sembra solo un grande giardino, 700 kmq in tutto, come il Cantone svizzero di Glarona. Un miracolo con i suoi buchi neri: oltre al voto per gli over 21, leggi draconiane di controllo sulla stampa, per esempio, e una manodopera immigrata con scarse garanzie, finita nell’occhio del ciclone per la sua ghettizzazione in epoca Covid; 300mila persone stipate in una quarantina di dormitori che si sono trasformati in un focolaio virale che ha messo in crisi la gestione del Coronavirus.

Eppure i migranti restano un buon esempio da demonizzare. Lo fa il Workers Party, nonostante sia di ispirazione socialdemocratica, l’unico partito che rappresenta una lieve minaccia per il PAP: ha pensato bene di mettere nel suo programma la limitazione degli ingressi, una politica “sovranista” che non è nemmeno nelle corde del PAP che sa benissimo come uno dei segreti del suo successo si debba proprio a questi silenziosi muratori, elettricisti, spazzini e camerieri a basso costo disposti a far la fila per partecipare al “miracolo” del Leone diventato Tigre.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]