Si è riaperta dal cielo, attraverso un Airbus A-350 della China Eastern, la Nuova Via della Seta. Un volo che è insieme solidarietà, ringraziamento, ricordo, pragmatismo, astuzia, strategia. Quando si parla di Cina, ogni cosa ha mille sfaccettature, anche se stavolta la sfaccettatura principale è quella dell’aiuto. Mascherine, tute protettive, ventilatori polmonari e un team di nove medici sono arrivati in Italia con il primo volo diretto operato tra i due paesi dal 1° febbraio, da quando cioè il governo Conte bis aveva bloccato i collegamenti aerei con il “Regno di Mezzo” (misura che ora viene definita un “autogol” da Matteo Renzi in un’intervista a Il Foglio). Un volo che rappresenta l’inizio di una nuova fase dell’epidemia da coronavirus, in cui la Cina si propone come salvatrice del mondo, dopo averne rappresentato per qualche settimana il “grande malato”.

LA VIA DELLA SETA SANITARIA

L’annuncio era arrivato martedì 10 marzo. Luigi Di Maio aveva anticipato che insieme a mascherine e respiratori polmonari arriveranno dalla Cina anche “medici specializzati che hanno affrontato per primi il picco dell’emergenza coronavirus”. Nelle stesse ore, il governo cinese si dice pronto “a fare la sua parte in segno di profondo ringraziamento verso l’Italia che ha aiutato il paese nel momento del bisogno”. Pechino si dice disposta a fornire all’Italia mille ventilatori polmonari, oltre a due milioni di mascherine, 100 mila delle quali ad alta tecnologia, 20 mila tute protettive e 50 mila tamponi. Tutto nasce da una telefonata tra il ministro degli Esteri italiano e il suo omologo Wang Yi, raccontata da Xinhua. L’agenzia di stampa cinese spiega che, nonostante Pechino “abbia ancora bisogno di una grande quantità di forniture mediche (…) è pronta a fornire all’Italia forniture mediche tra cui mascherine, e accelerare l’export di attrezzature utili a soddisfare le urgenti necessità dell’Italia”. Già tutto chiaro, dunque: qualcosa sarà donato, altro (in particolare i ventilatori polmonari) venduti. Eppure, racconta Giulia Pompili su Il Foglio, per un po’ passa il messaggio della donazione di Stato. Sempre Giulia Pompili, spiega il ruolo giocato dalla Croce rossa cinese (e da quella italiana) nell’operazione, sottolineando il rischio, da parte di Di Maio, di politicizzarne l’operato. Secondo Formiche, la relazione speciale tra Cina e Italia non esiste. Secondo il Fatto Quotidiano, invece, “si può fare affidamento solo sulla Cina”, alludendo ai mancati aiuti dagli altri paesi europei, anche se nella giornata di domenica è stato sbloccato l’export di mascherine da Francia e Germania. 

La notizia dell’invio di aiuto medico in Italia trova ampio risalto sui media cinesi, mentre l’Ambasciata di Pechino in Italia segue l’evento con diversi tweet che seguono il tragitto del volo, la sua attesa con l’ambasciatore Li Junhua a Fiumicino, l’atterraggio, lo sbarco e l’accoglienza del team medico. Anche Di Maio segue l’arrivo dell’aereo dalla Farnesina con una diretta sul suo profilo Facebook in cui mostra il video dell’Ambasciata cinese e in cui dice che “non siamo soli”. Il South China Morning Post sottolinea che Pechino ha già mandato lo stesso tipo di aiuto anche in Iran e in Iraq, mentre il Global Times dà ampio risalto all’antivirale cinese che viene portato in Italia, di cui parla anche il Corriere della Sera.

L’aiuto all’Italia viene motivato come un ringraziamento di una Cina che “non dimentica” l’aiuto ricevuto a suo tempo dopo il terremoto del Sichuan e alla donazione del 1983 per uno dei più grandi pronto soccorso di Pechino, la cui storia è raccontata qui. Il vice presidente della Croce rossa cinese, Yang Huichuan, che guida il team di medici, dice che è in Italia per “ricambiare l’aiuto” durante la conferenza stampa alla Croce rossa italiana alla presenza di Di Maio e Li Junhua. Il team medico cinese fa i complimenti ai colleghi italiani, ma poi segnala che in giro per Roma ci sono ancora “troppe persone”.

Non resterà un caso isolato, visto che Di Maio ha annunciato che presto si aggiungeranno “5 milioni di mascherine, per cui abbiamo firmato in queste ore il contratto e due nuove equipe mediche che stanno partendo ora dalla Cina”. Giulio Gallera ha annunciato che la Lombardia recluterà medici da alcuni paesi stranieri, compresa la Cina. Altre mascherine dalla Cina sono arrivate anche a Milano. Si sono mosse diversi privati, come Jack Ma, attraverso la Fondazione Alibaba e quella intitolata a lui stesso, Fosun, ma anche Suning e l’Inter, con due diverse donazioni di soldi e di mascherine, lodate dal governatore lombardo Attilio Fontana. Il presidente della squadra nerazzurra, Steven Zhang, ha anche condiviso su Instagram un’immagine (già condivisa dall’Ambasciata cinese) dei due artisti Aurora Cantone e 钧正平 in cui si vedono due medici, uno italiano e uno cinese, sorreggere insieme (e a fatica) lo Stivale: “Noi ci sosteniamo gli uni con gli altri come sempre e non vi deluderemo mai!”, ha scritto Zhang. Il governo di Taicang ha invece inviato 5mila mascherine alle Marche, altra regione seriamente colpita dalla pandemia. Su Medium è stata pubblicata la lettera all’Italia di una cittadina di Wuhan.

D’altronde, la Cina è leader nella produzione di mascherine, e come spiega il Corriere della Sera questo può portarla a dominare “il mercato (geopolitico)”. Lo spostamento dell’epicentro del COVID-19 dalla Cina all’Europa ha fatto sì che la Belt and Road, riconvertita in “Via della Seta” sanitaria, prendesse nuovo slancio. Partendo proprio dall’Italia. dopo che la visita di Xi Jinping a Wuhan ha mandato il messaggio, scrive Simone Pieranni su Il Manifesto, che “la tempesta è passata”. Ora a tremare sono Occidente e, in particolare, Stati Uniti, dove la rielezione di Trump non appare più così sicura. E il coronavirus potrebbe dare nuovo slancio non solo a OBOR, ma anche a Made in China 2025, mentre è innegabile che l’operazione portata a termine in Italia aumenti il soft power di Pechino (ne ho scritto qui). Nel frattempo, è un fatto che dopo le tensioni delle scorse settimane, Cina e Italia si sono riavvicinate, come dimostra il doppio contatto in pochi giorni tra Xi Jinping e Sergio Mattarella: prima una lettera del presidente cinese e poi una telefonata. Mentre Di Maio torna ad assumere un ruolo di rilievo all’interno delle azioni di governo, tanto che Il Foglio parla di sua “riscossa”. L’ambasciatore Li Junhua ha scritto una lettera a La Stampa in cui promette sostegno all’Italia, mentre il Global Times ha condiviso un video nel quale si sente suonare l’inno cinese da un balcone di Roma.

Al fianco di quanto accade tra i governi e delle iniziative delle aziende, c’è da registrare la solidarietà di tante associazioni e comunità cinesi, con aiuti che arrivano in Lazio , Liguria, Sardegna o Calabria. La collaborazione prosegue anche tra le università, in particolare tra Politecnico di Milano e Tsinghua University, come si può vedere dal tweet di Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese dell’istituto lombardo.

L’aiuto della Cina è piaciuto un po’ a tutti: oltre al Movimento Cinque Stelle (ovviamente), plausi sono arrivati anche da esponenti di altri schieramenti politici, ma non da Fratelli d’Italia. “C’è qualcuno che oggi cerca di raccontare i cinesi come i salvatori della patria: a me non mi fregano, perché sono i cinesi ad aver portato il virus. Non prenderei i cinesi come un esempio…”, ha dichiarato Giorgia Meloni.

MODELLO CINESE O MODELLO ASIATICO?

E’ in ogni caso indubitabile che la pandemia è entrata in una nuova fase, come sostiene il medico cinese Xhang Wenhong in un commento pubblicato su Caixin. Una fase nel quale in molti guardano alla Cina come a un modello da imitare. Michele Geraci, che in un commento pubblicato sul China Daily sostiene che Pechino uscirà più forte dall’emergenza, sottolinea le differenze tra quanto accaduto a Wuhan e quanto accade in Italia: “In Cina chi sbaglia paga, ma il risultato è quello. A prova di ciò, sono proprio i cinesi che vivono in Italia e gli italiani che hanno avuto un po’ di esperienza in Cina che meglio reagiscono alle misure, mentre sono i nostri che scappano per andare a sciare”, dice l’ex sottosegretario al Mise, mettendo a confronto la “quarantena di 60 milioni di persone” e una “folle autodichiarazione”. Un altro invito a seguire l’esempio cinese arriva da Fabio Cannavaro, allenatore del Guangzhou Evergrande.

Paolo Formentini, deputato della Lega in Commissione Esteri, dice di preferire il “modello Codogno” al “modello Wuhan”.  Al suo collega di partito, il governatore lombardo Attilio Fontana, il “modello cinese” invece piace, tanto che in un’intervista a Repubblica parla così di Xi: “Parla poco, ma non parla a vanvera. Se dice che per la Cina il coronavirus ha rappresentato la più grave emergenza sanitaria, io mi preoccupo. Non ha bisogno di fare uscite clamorose per conquistarsi il voto, i voti li ha già. E’ stato la mia stella polare”. Intanto, alla Fiera di Milano si sta cercando di replicare quanto accaduto a Wuhan, con la costruzione di un ospedale in tempi da record.

Al di là di qualche improvvisazione e impreparazione, il governo italiano ha adottato tutte le misure di cui aveva potere per provare a replicare quanto fatto dal governo cinese. Ma ci sono delle differenze interne impossibili da azzerare. Il modello di controllo cinese si basa su due pilastri: la tecnologia e il coinvolgimento del capitale umano. Robot, droni, intelligenza artificiale da una parte, polizia, comitati di quartiere e building manager dall’altro. Il fondamentale ruolo della tecnologia, e le conseguenti preoccupazioni sulla privacy, vengono descritte dal South China Morning Post. Il premier Conte sostiene che “non si può chiudere tutto”, perché “l’Italia non è come la Cina”.

Le misure italiane (anticipate dai negozi cinesi grazie anche a un aspetto culturale) vengono definite tardive dal Global Times e troppo blande dal suo direttore, Hu Xijin, che in un altro tweet sottolinea un altro aspetto: l’abitudine a indossare mascherine nei paesi asiatici, compresi Corea del Sud e Giappone, non esiste in quelli occidentali. In effetti, al fianco delle differenze politiche tra Italia e Cina, ma anche tra l’Italia e tutta l’Asia orientale, ci sono anche delle importanti differenze culturali e di esperienze recenti delle diverse popolazioni, che si riflettono nei comportamenti pratici di fronte all’epidemia. Antonio Polito sostiene che “non si vive di soli diritti”, mentre, preannunciando le restrizioni delle misure di contenimento, il pentastellato Stefano Buffagni dice che “se un popolo non è in grado di essere responsabile servono misure drastiche e forti per tutelare le vite umane”.

Non sembra dunque esistere un modello unico: e se è vero che le democrazie occidentali appaiono in seria difficoltà nel fronteggiare la pandemia, le democrazie orientale sembrano molto più pronte (ne scrivo qui). Oltre al modello cinese, che Giulia Pompili chiama “pacchetto autoritario”, sembra funzionare anche il contenimento del modello della Corea del Sud, basato su tanta tecnologia e poca privacy, ma niente quarantene di massa. Secondo il Corriere della Sera, invece, il sindaco di Milano Beppe Sala starebbe studiando il piano attuato a Hong Kong (la cui azione è elogiata da due italiani residenti nell’ex colonia britannica, un giovane e un impiegato nel mondo del calcio), che prevede aiuti ai negozi chiusi.

Intanto, la Lombardia continua a essere paragonata a Wuhan (dove è stato chiuso anche l’ultimo ospedale provvisorio per l’emergenza), mentre l’Italia diventa la “Hubei d’occidente”. La Cina si preoccupa per i “contagi di rientro”. Sono già stati registrati diversi casi provenienti dall’Italia. Anche Hong Kong ha introdotto la quarantena per chi arriva dall’Italia.

Il direttore del Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità Giovanni Rezza ha chiarito che in Italia non esiste “nessun supervirus”, ma che quello presente è lo stesso di Wuhan, che uno studio cinese ha ribadito avere origine naturale. “Nella regione di Wuhan ho visto mangiare non solo pipistrelli ma anche blatte, vipere, scorpioni, vermi” ha invece dichiarato all’AdnKronos un dirigente di ricerca presso l’Istituto per i polimeri compositi e biomateriali (Ipcb) di Pozzuoli. Nel frattempo Fondazione Italia Cina e la Camera di Commercio Italo Cinese hanno sottoscritto un accordo di collaborazione con Medical Fatcs di Roberto Burioni.

NON SOLO VIRUS

Nel frattempo, la Cina prova a uscire dalla crisi e prova a riaccendere le luci delle fabbriche ma teme la disoccupazione, come racconta Filippo Santelli su Affari e Finanza. Il presidente dell’autorità di sistema portuale di Genova e Savona, Paolo Signorini, si è felicitato per la riapertura delle fabbriche in Cina e il ritorno delle spedizioni. La ripartenza cinese è stata raccontata anche dal manager italiano a Shanghai Lorenzo Riccardi, sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista economico. Da registrare invece due casi di delocalizzazione al contrario, con Candy e Promovita (come raccontato da Il Sole 24 Ore) che lasciano la Cina per tornare in Italia.

In un’intervista a DigitEconomy.24, il presidente di Huawei Italia Luigi De Vecchis ha messo sul piatto, oltre alla donazione di una serie di apparati di protezione, la possibilità di collegare in cloud gli ospedali italiani tra di loro, comunicando con le unità di crisi. Nella stessa intervista, De Vecchis sostiene che “la sicurezza ha bisogno di una risposta tecnica e non politica” e, mentre giudica “infondata” la nota del Copasir, elogia l’approccio del Dis. Secondo Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group, la strategia cinese di aiuto sul COVID-19 prevede l’ingresso definitivo di Huawei nello sviluppo del 5G europeo.

NON SOLO CINA

Anche a Taiwan si continua a parlare tanto d’Italia (primo paese a bloccare i voli diretti con Taipei lo scorso 1° febbraio). Stavolta ha fatto discutere la richiesta al governo di un imprenditore residente a Milano di preparare dei voli per evacuare i taiwanesi presenti in Italia. Il ministero degli Esteri di Taipei ha dichiarato di ritenere non necessaria per ora la misura e oltre 180 taiwanesi in Italia hanno firmato un post pubblicato su Facebook nel quale spiegano che la richiesta non li rappresenta e cercano di sfatare alcuni stereotipi che hanno trovato spazio sui media locali in merito alla situazione italiana.

In Giappone, Abe Shinzo ha deciso di non dichiarare ancora lo stato d’emergenza, spiegando che “non si è registrata un’esplosione dei contagi come in altri paesi”. Ma il sistema sanitario giapponese desta qualche preoccupazione. La governatrice di Tokyo, Koike Yuriko, ha citato l’Italia per difendere la tradizionale festa per la fioritura dei ciliegi. Secondo Koike, “togliere l’hanami ai giapponesi sia come togliere gli abbracci agli italiani”.

Di Lorenzo Lamperti*

**Giornalista responsabile della sezione “Esteri” del quotidiano online Affaritaliani.it. Si occupa di politica internazionale, con particolare attenzione per le dinamiche geopolitiche di Cina e Asia orientale, anche in relazione all’Italia