Da una corteccia di gelso alla Via della Seta. Alessia Amighini racconta origine e obiettivi della Belt and Road Initiative, fulcro della strategia di internazionalizzazione dalla Cina e caposaldo della politica estera del Dragone dal suo lancio, nel 2013. E lo fa nel libro “Finanza e potere lungo le nuove Vie della Seta”, in uscita per Egea – Bocconi Editore. Amighini, co-head dell’Asia Centre ISPI, si concentra in particolare sul ruolo della finanza, la vera linfa dell’Iniziativa, la parte più innovativa e dirompente nei suoi aspetti operativi, istituzionali e politici.

Pubblichiamo qui di seguito un estratto dall’introduzione del libro di Alessia Amighini, “Finanza e potere lungo le nuove Vie della Seta”

Nel proliferare di libri e articoli, sia accademici sia giornalistici, sulla BRI, scarseggia a tutt’oggi l’attenzione sul pilastro finanziario dell’Iniziativa, sebbene esso ne sia elemento centrale e sotto certi aspetti, come questo libro si propone di mostrare, suo obiettivo ultimo. Vari saggi, soprattutto articoli accademici di taglio tecnico-finanziario, sono stati dedicati ad alcuni elementi specifici della strategia di integrazione finanziaria della Cina con il resto del mondo: tra tutti, spicca di gran lunga l’internazionalizzazione del renminbi, dal 1969 il nome ufficiale della valuta cinese, che letteralmente significa ‘la moneta del popolo’ – dal cinese rén mín (persona), bí (moneta) – da cui l’abbreviazione comunemente usata (RMB), sebbene non conforme al codice ISO 4217 utilizzato ufficialmente per le valute nazionali, cioè CNY (che indica il Chinese yuán, il nome ufficiale della valuta cinese).

L’internazionalizzazione del RMB è indubbiamente un tema ampiamente studiato nelle sue caratteristiche ed evoluzione, ed è parte della strategia cinese di integrazione del paese nell’economia mondiale da ben prima che la BRI fosse ideata. Non vi è una data precisa che possa essere identificata come il punto di partenza dell’obiettivo – non ben definito – di internazionalizzare il RMB, ma di certo il tema è in discussione in Cina almeno dall’inizio del 2002. Dai contorni inizialmente poco chiari, la prospettiva prese forma nel giro di qualche anno e nel 2006 fu delineata da un gruppo di studio promosso dalla People’s Bank of China (PBOC), la banca centrale cinese, nel rapporto che sarebbe diventato il punto di svolta dell’intera strategia (The Timing, Path, and Strategies of RMB Internationalization). In esso si afferma che l’internazionalizzazione del RMB poteva promuovere lo status internazionale della Cina, la sua competitività e la sua influenza sull’economia mondiale, anche attraverso un aumento del suo potere (in quanto emittente di una valuta internazionale), e che pertanto era diventata una scelta inevitabile. Nel 2014, anno inaugurale della BRI, il processo di internazionalizzazione del RMB era già in pieno corso da almeno 5 anni, se contiamo il 2009 come data di inizio del suo utilizzo come valuta nelle transazioni commerciali internazionali.

La BRI e l’internazionalizzazione del RMB sono entrambe strategie promosse dalla Cina nel XXI secolo per aumentare l’integrazione del paese nell’economia mondiale, ma sono nate in tempi diversi e con finalità parallele, seppur complementari. Tuttavia, vi è una grande sinergia tra di loro. Da un lato – come vedremo nel Capitolo 1 – una maggior circolazione internazionale del RMB è indispensabile per il completamento e il buon funzionamento della BRI: le ingenti risorse finanziarie necessarie per realizzare i progetti targati BRI in giro per il mondo non possono essere denominate in RMB (che non ha una vera e propria circolazione ufficiale al di fuori della Cina), ma richiedono una valuta internazionale di riferimento, cioè principalmente il dollaro. Sebbene la Cina sia sempre il primo paese al mondo per ammontare delle riserve in valuta estera (con 3.400 miliardi di dollari a marzo 2020), non si può certo immaginare che le usi per finanziare progetti di investimento al lungo termine all’estero. Ciò ha due implicazioni. La prima è che la Cina da sola non può finanziare la BRI, ma deve veicolare ampie risorse finanziarie da un gran numero di paesi, come è avvenuto attraverso la costituzione, a fine 2015, di una banca di sviluppo multilaterale appositamente preposta, la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), con sede a Pechino. La seconda implicazione è la necessità da parte della Cina di aumentare l’area di circolazione del RMB, per ridurre la sua dipendenza dal dollaro, che è una dipendenza sia finanziaria sia politica.

D’altra parte, la BRI costituisce una piattaforma formidabile per perseguire un’ingegnosa strategia valutaria volta al progressivo aumento della circolazione internazionale del RMB – come illustreremo nel Capitolo 2. Attraverso l’aumento del commercio e degli investimenti cinesi nei paesi partner, la BRI fa aumentare in modo significativo la domanda di RMB al di fuori della Cina e in tal modo crea le condizioni per estenderne la circolazione al di fuori dei confini nazionali. L’aspetto più interessante di questa strategia è la modalità, estremamente innovativa e ingegnosa, con la quale la Cina intende far circolare il RMB nel mondo, cioè non attraverso una convertibilità progressiva e incondizionata della valuta (come nei casi passati di internazionalizzazione di valute non convertibili, per es. lo yen giapponese o il marco tedesco), ma attraverso un sistema di convertibilità controllata fondato su depositi di RMB in una rete di banche in vari paesi del mondo, e più di recente, attraverso l’emissione di una valuta digitale che possa essere usata anche nei pagamenti internazionali.

Al crescere della sua circolazione al di fuori dei confini nazionali, la ‘moneta del popolo’ diventa in tal modo strumento e veicolo di un crescente potere che la Cina esercita sui suoi partner economici – come vedremo nel Capitolo 3. Questi ultimi, allettati e guidati dalla convenienza a mantenere buone relazioni economiche con il mercato più dinamico del mondo, acconsentono sempre di più a subordinare le relazioni politiche con la Cina a quelle economiche con le sue grandi imprese e i suoi ricchi consumatori e oggi anche con azioni e titoli denominati in RMB. Obiettivo ultimo di Pechino è creare un’area di circolazione internazionale del renminbi parallela a quella del dollaro. La BRI finanziaria è una rete internazionale di liquidità in RMB che si appoggia su istituzioni finanziarie estere che operano in modo bilaterale con le controparti cinesi, al di fuori dei confini della PRC, ma all’interno della sfera di sovranità monetaria della banca centrale cinese.

E’ chiaro quindi che la BRI finanziaria si distingue da due temi ad essa collegati, ambedue trattati estesamente negli ultimi anni. Il primo tema è quello del sistema delle istituzioni finanziarie (inclusa la AIIB) che sono state ideate e preposte a sostegno dei progetti BRI e che operano principalmente in dollari. Il secondo tema è quello delle conseguenze finanziarie della BRI, cioè degli effetti sui conti con l’estero dei paesi che ricevono finanziamenti destinati alla realizzazione di progetti di investimento cinesi volti al potenziamento infrastrutturale. Poiché i finanziamenti sono erogati a condizioni di mercato, e spesso (finora in misura preponderante) destinati a paesi a basso reddito pro-capite, alcuni dei quali già altamente indebitati verso l’estero, essi rischiano di far cadere molti di questi paesi in una ‘trappola del debito’, cioè un eccessivo indebitamento nei confronti del resto del mondo, e in particolare della Cina. Ciò crea una dipendenza non solo finanziaria ed economica, ma spesso anche politica, nel momento in cui i rapporti di forza che ne derivano risultano fortemente sbilanciati a favore degli interessi del creditore, come vedremo nel Capitolo 3. In tal modo, Pechino spera che la BRI favorisca l’emergere di un’esigenza sempre più diffusa di un sistema internazionale di pagamenti a catena incentrato sulla Cina, un sistema parallelo all’area di circolazione del dollaro e che pertanto soddisfi anche molte delle aspirazioni associate all’internazionalizzazione del RMB. In questa prospettiva, la BRI può essere considerata il veicolo di una strategia cinese volta a imprimere un nuovo corso alla globalizzazione, volto a realizzare un sistema multipolare nel quale la Cina abbia un suo spazio e possa continuare a partecipare attivamente all’economia globale pur restando fedele alle sue regole.

Questo libro presenta la strategia di internazionalizzazione finanziaria della Repubblica Popolare Cinese (RPC) attraverso la Belt and Road Initiative (BRI), meglio nota in Italia come le Nuove Vie della Seta. Lanciata dal Presidente Xi nel 2013, la BRI persegue, oltre agli obiettivi di sviluppo delle infrastrutture di trasporto, del commercio e della comunicazione, anche la cooperazione finanziaria tra la Cina e il resto del mondo. E proprio la finanza è la vera linfa dell’intera iniziativa, la parte più innovativa e dirompente nei suoi aspetti operativi, istituzionali e politici. Attraverso una rete di centri finanziari offshore, le banche e le borse cinesi sono sempre più collegate al resto del mondo, pur rimanendo all’interno di un sistema finanziario protetto da controlli sui flussi internazionali di capitale, protetto da un regime di fluttuazione controllata del tasso di cambio, e, infine, protetto da un settore creditizio di proprietà pubblica. Questa rete funziona come un sistema di vasi comunicanti che permette di estendere la circolazione del renminbi al di fuori dei confini nazionali attraverso degli avamposti finanziari della Cina nel mondo. La “moneta del popolo” diventa così lo strumento di una globalizzazione ‘al contrario’: non è la Cina ad aprire il suo settore finanziario al resto del mondo, ma quest’ultimo ad accogliere una sempre maggiore presenza della Cina sui mercati finanziari internazionali, nonostante Pechino continui a proteggere il suo sistema finanziario dalla potenziale instabilità di una liberalizzazione incondizionata. Lungo la BRI, la finanza scorre fluida e con essa il crescente soft power con cui la Cina intende imprimere un nuovo corso alla globalizzazione.