“Chiunque accetti il programma e la linea politica di questo partito (…) può iscrivervisi e diventare nostro compagno”, proclamava solenne il primo statuto del Partito Comunista Cinese del 1921. La parola che i comunisti cinesi usarono per appropriarsi linguisticamente del noto e glorioso appellativo di sinistra ed entrare a pieno titolo nella “comunità mondiale dei compagni”, l’allora movimento comunista internazionale, fu tongzhi. Proprio come la sua controparte occidentale, che affonda le radici nel latino cum panis (rimandando cioè alla condivisione collettiva del pane), anche tongzhi non fu un prodotto della modernità politica, ma si trova già nei testi antichi: il significato originale è “scopo/ambizione/aspirazione comune”, dall’unione dei suoi componenti tong, “stesso”, e zhi, “intento”.

Se però oggi un ignaro visitatore di una città cinese si imbattesse in un tongzhi jiuba, letteralmente “bar per compagni”, si troverebbe qualcosa di ben diverso da qualsivoglia versione cinese delle case del popolo o dei centri sociali. Varcherebbe invece la soglia di un locale LGBT, uno dei pochi spazi dove donne, uomini e le altre soggettività queer possono vivere liberamente la propria sessualità, abbandonarsi a effusioni con compagne e compagni e ammirare favolose drag queen mentre le casse pompano a tutto volume musica cinese e straniera. Spazi spesso molto middle-class, se vogliamo, ma comunque con una frequentazione piuttosto trasversale.

Sorge spontaneo un dilemma: com’è possibile che tongzhi sia scivolato dalla lotta politica rivoluzionaria e dall’ambiente rigoroso e austero del PCC a quello più fluido e “giocoso” della comunità queer? La quale a sua volta, non mi si fraintenda, conduce una lotta pienamente politica (con varie sfumature), ma non appartiene alla tradizione del PCC.

L’enigma è presto svelato. Nel 1978, il gruppo dirigente capitanato da Deng Xiaoping inaugura le riforme economiche e l’apertura al libero mercato; contestualmente, avvia un processo di progressiva ma inesorabile depoliticizzazione dell’apparato statale (il concetto è di Wang Hui), svuotandolo cioè del precedente contenuto politico ed emancipatorio e rendendolo un pilastro del nuovo modello economico neoliberista. Il termine tongzhi condivise così con il socialismo il fato di diventare un simulacro del nuovo gruppo dirigente, ingessato nei documenti ufficiali, ma sempre più in disuso nella pratica quotidiana: all’interno del partito si diffuse l’abitudine di chiamare i dirigenti con ben diverse riverenze verbali, alcune di derivazione business (come laoban, boss in senso imprenditoriale).

Nel frattempo, gli omosessuali cinesi, ai quali da tempo immemore era negato ogni diritto all’esistenza, erano alla ricerca di un nuovo linguaggio “indipendente” nel quale potersi identificare collettivamente, in cui trovare un senso comune che potesse unirli l’un l’altro e, perché no?, che giocasse sull’ambivalenza fra lo “stesso” intento (ottenere riconoscimento e diritto a esistere) e “stesso” sesso, la terribile pena di cui erano rei. E così tongzhi ha trovato nuova vita negli ambienti LGBT di Hong Kong alla fine degli anni ottanta, inizialmente, per poi diffondersi a macchia d’olio nella sinosfera (RPC, Taiwan, ma anche Singapore, comunità cinesi nel Sudest asiatico, ecc.).

Quindi, se ciò è stato indubbiamente possibile grazie all’estrema duttilità della lingua cinese, e agli omosessuali va senz’altro riconosciuto l’ardire di essersi appropriati di un termine così politicamente pregno, d’altro canto è anche sintomo di un cambiamento socio-politico molto profondo. Certo, sarebbe stato impossibile durante la Rivoluzione culturale (1966-1976), quando “compagno” aveva ancora un fortissimo contenuto politico. Così, benché il PCC negli ultimi anni abbia tentato di re-impossessarsene a suon di circolari e direttive che spronano i propri membri a ripristinare l’abitudine di chiamarsi l’un l’altro “compagno”, tongzhi oggi vive questa doppia identità semantica.

di Federico Picerni

Federico Picerni (federico.picerni@unive.it) è dottorando presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con l’Università di Heidelberg. Si interessa prevalentemente di letteratura cinese contemporanea, in particolare della sua capacità di riflettere le grandi trasformazioni storiche, di rappresentare e farsi influenzare dalle pratiche sociali, e di offrire molteplici letture, anche critiche, del presente. Su questa falsariga, il suo progetto di ricerca guarda alla narrativa prodotta dai lavoratori migranti cinesi (mingong). Quello riguardante il linguaggio omosessuale in Cina è un progetto secondario in evoluzione. Collabora inoltre al progetto di studio e archiviazione degli scritti della giornalista Angela Pascucci, piccolo “cantiere di storia contemporanea” basato sul sito angelapascucci.eu.