Ci si potrebbe ora domandare: d’accordo, ma perché tongzhi? Non c’era un altro significante per “omosessuale”? La risposta è sì, anzi, ne esisteva più di uno: ma uno era più stigmatizzante e soggettivamente alienante dell’altro, in misura ancora maggiore che in Europa e in America pre-liberazione gay. Il sostantivo “omosessuale” in cinese si traduce come tongxinglian (tong “stesso” + xing “sesso” + lian “amore/attrazione”). Usato tuttora dai media ufficiali, è in realtà un termine di origine medica, giunto in Cina, pare, insieme ai manuali medici occidentali; descriveva cioè una patologia, come era considerata l’omosessualità fino al 2001, quando fu finalmente depennata dalla lista dei disordini mentali (l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva fatto altrettanto nel 1990). Non sorprende quindi che ai gay cinesi la parola tongxinglian non facesse proprio impazzire.

Ma non è tutto. Nel 1997 viene “decriminalizzata l’omosessualità”. Perché le virgolette? Perché in realtà l’omosessualità nel codice penale cinese non fu mai presente: gli omosessuali erano perseguiti in quanto liumang. Tradurre questo sostantivo è molto complicato, poiché ha numerosissime implicazioni culturali. Sublimato dal rinomato scrittore contemporaneo Wang Shuo (il lettore scuserà la mia deformazione letteraria) nella sua narrativa hooligan, popolata da giovani scapestrati che vivono alla giornata senza alcun riguardo per le regole, il significato di liumang non si esaurisce però in “teppista”, come invece il termine inglese; basti pensare che la sua origine affonda persino nella fraseologia marxista, in quanto fu usato per tradurre Lumpenproletariat, il sottoproletariato o “proletariato cencioso”, la classe sociale più economicamente e culturalmente debole, non sindacalizzata e vicina all’illegalità. Liumang indica in generale un “disturbatore sociale”: è quindi indicativo che l’omosessualità venisse gettata in questo calderone, non soltanto perché i gay venivano formalmente accusati di prostituirsi e commettere i loro atti impuri in luoghi pubblici, come i parchi, unico luogo dove potessero incontrarsi liberamente nel buio confortante della notte; ma anche e soprattutto perché il loro “crimine” non era tanto sessuale quanto sociale, andava contro il codice morale di tradizione confuciana, dove la famiglia eteropatriarcale – con la riproduzione biologica e i ruoli di genere rigidamente fissati – occupa un posto fondamentale.

Quindi il destino per un gay oscillava fra l’essere considerato un soggetto patologicamente deviato e il non essere considerato affatto: liumang è più annullante che alienante, nega persino lessicalmente l’esistenza degli omosessuali e ha su questi ultimi un effetto soggettivo devastante, imprimendo in essi la convinzione di essere disturbati (e disturbatori) sociali, inesorabilmente sbagliati. Non è un caso che nella letteratura tongzhi circolata su internet, soprattutto quella degli anni novanta, tongxinglian sia pressoché assente e i personaggi gay si percepiscano essi stessi, a volte ironicamente, soltanto come liumang.

Si capisce quindi che vi era una forte e irrinunciabile esigenza di produrre un nuovo linguaggio, in una specie di riedizione contemporanea della “rettifica dei nomi” di confuciana memoria (a ogni cosa la sua definizione precisa e distinta), esigenza peraltro condivisa con certi settori del femminismo europeo degli anni sessanta-settanta. Nel movimento di liberazione gay in America e in Europa prevalse invece la tendenza di riappropriarsi dei termini sigmatizzanti, come gay, che indicava in origine individui sessualmente promiscui o che si prostituivano, e queer: strano, bizzarro, rispetto ad una normalità istituita che si contesta, come insegnerebbe d’altra parte lo stesso Lu Xun, padre della letteratura moderna cinese, il quale non di rado affidava ai pazzi dei suoi racconti la voce della ragione.

Il vocabolario LGBT cinese non si esaurisce con tongzhi. Le lesbiche, per esempio, si definiscono nü tongzhi (compagne) oppure lala, tratto da Lazi, protagonista lesbica del romanzo Eyu shouji (Note di un coccodrillo) dell’amata scrittrice omosessuale taiwanese Qiu Miaojin. Sempre sul piano dell’identificazione, è sempre più in voga anche ku’er, prestito linguistico da queer, talvolta inteso come più radicale e politico di tongzhi: numerosi film festival, fra i luoghi privilegiati dell’elaborazione LGBT in Cina, lo hanno scelto per rimarcare la propria critica dell’egemonia eteronormativa.

Anche gay è sempre più diffuso, specialmente – secondo quanto rilevato da alcuni ricercatori – nella comunità dei migranti interni che si spostano in città dalla campagna. Kuaxingbie (kua “oltrepassare” + xingbie “genere”) è il cinese per “transgender” ma anche “transessuale”, di uso perlopiù accademico, mentre è più comune bianxing (bian “cambiare” + xing “sesso”). Vi sono poi slang riferiti a situazioni interne o attorno al popolo LGBT: si pensi per esempio a tongqi (tong “gay” + qi “moglie”), per descrivere le mogli che scoprono malamente dell’omosessualità del proprio marito, precedentemente nascosta, frutto amaro della soffocante pressione sociale al matrimonio e alla famiglia. Pressione che, però, a volte è contrastata con intelligenti strategie, come quella del jiajiehun, “matrimonio falso”, ove omosessuali di sesso diverso, o un/a omosessuale e un/a amico/a, si sposano per mantenere le apparenze, pur continuando a vivere ciascuno la propria vita sessuale. Del resto, la compresenza di parole “puramente” cinesi con altre di derivazione anglosassone è uno dei tanti paradossi del caso, fra volontà di produrre un discorso “autoctono” rispetto all’accusa di essere un “prodotto dell’Occidente” (leitmotiv dell’omofobia asiatica) e collocamento oggettivo e soggettivo nella comunità LGBT internazionale, unificata da termini come queer.

La lingua è quindi davvero un eccezionale specchio dei rapporti egemonicamente presenti nella società. Un interessante e colorito esempio linguistico svela un’altra importante implicazione culturale e, in un certo senso, ideologica. Fra gli uomini omosessuali cinesi, il penetrante viene indicato come 1, il penetrato come 0, che vengono solitamente tradotti come attivo e passivo (o top e bottom). Tuttavia, la traduzione è criticabile, perché impone sulla cultura gay cinese categorie della tradizione omosessuale europea e americana; in quest’ultima, infatti, attivo e passivo sono chiaramente ruoli sessuali che indicano il penetrante e il penetrato, ma di per sé non implicano l’identificazione di genere, maschile o femminile, o di potere, dominate e sottomesso, di ciascun soggetto. In Cina, in molti casi (anche se la situazione è in mutamento), 1 e 0 corrispondono anche a precisi ruoli di genere: il penetrante è marito/dominante/protettore, il penetrato è moglie/sottomesso/protetto, in un binarismo yin-yang che riflette chiaramente l’influenza dell’ideologia familista tradizionale. E che ha importanti conseguenze anche politiche: specie da parte degli omosessuali middle-class, la tendenza prevalente è quella alla normalizzazione, cioè alla cooptazione nella società “normale”, dimostrando di potersi perfettamente integrare in essa emulandone i ruoli di genere. E, ahinoi, anche di classe: i migranti gay sono spesso e volentieri emarginati anche nella stessa comunità LGBT e finiscono nel giro della prostituzione.

Se entriamo nel gorgo dei paradossi per quanto riguarda la situazione LGBT in Cina davvero non ne usciamo più! È però positivo che vi siano sempre più tendenze contrastanti nella società e che questa rottura crei occasioni di visibilità sempre maggiori. Facciamo appena alcuni esempi dalla storia più recente. Nel 2011, quando l’attrice Lü Liping definì l’omosessualità un crimine spregevole, la reazione su internet fu animatissima e persino un host della CCTV la richiamò al rispetto. Nel 2016 un tribunale della provincia dello Hunan ha respinto la richiesta di due uomini gay di registrare il proprio matrimonio, ma già solo il fatto che l’abbia presa in considerazione è stato un evento, con relativa copertura mediatica. Nel giugno 2017 il nuovo regolamento sulla censura ha vietato la rappresentazione dell’omosessualità in tv, associandola a “relazioni sessuali anormali” come l’incesto e lo stupro, ma appena un anno dopo il tentativo di Weibo, la popolare app di microblogging, di fare altrettanto è stato castigato persino dal Quotidiano del popolo (bocca del Comitato Centrale), ertosi a inaspettato difensore della “tolleranza”. Poi, però, proprio il mese scorso una scrittrice online è stata condannata ad una pena inusualmente alta per le scene di sesso gay nei suoi racconti. La strada è insomma tutt’altro che in discesa, ma quando una situazione esce dalla sua stasi si aprono sempre nuove prospettive di cambiamento.

Se vuoi leggere la prima parte di Compagn* queer. Il linguaggio omosessuale in Cina

 

di Federico Picerni

Federico Picerni (federico.picerni@unive.it) è dottorando presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con l’Università di Heidelberg. Si interessa prevalentemente di letteratura cinese contemporanea, in particolare della sua capacità di riflettere le grandi trasformazioni storiche, di rappresentare e farsi influenzare dalle pratiche sociali, e di offrire molteplici letture, anche critiche, del presente. Su questa falsariga, il suo progetto di ricerca guarda alla narrativa prodotta dai lavoratori migranti cinesi (mingong). Quello riguardante il linguaggio omosessuale in Cina è un progetto secondario in evoluzione. Collabora inoltre al progetto di studio e archiviazione degli scritti della giornalista Angela Pascucci, piccolo “cantiere di storia contemporanea” basato sul sito angelapascucci.eu.