Quando il futuro diventa presente, quando le aspirazioni diventano fatti, quando l’eccezionale diventa abitudine. Quando succede tutto questo, le incognite aumentano. Di strada ne ha fatta tanta il Partito comunista cinese. Una lunga marcia ancora più lunga di quei dodicimila chilometri percorsi a piedi tra il 1934 e il 1935 dallo Jiangxi allo Shaanxi. Da forza politica antagonista, in un costante processo di rimodellamento di se stesso (pur mantenendo immutati gli obiettivi principali), è diventato un partito-stato nel quale non esistono più confini tra le componenti di un binomio reso sempre più indissolubile e che presenta se stesso come unico e imprescindibile motore del percorso di “grande ringiovanimento” nazionale che dovrà portare la Cina alla realizzazione di una “società armoniosa” dopo aver completato la transizione verso una “società moderatamente prospera”.

1921. 1949. 2021. 2035. 2049. Sono le coordinate sulle quali si muovono l’azione del Partito e la sua storia. Centenario della fondazione del PCC, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, con il cruciale snodo a mezza via che rappresenta l’orizzonte strategico del nuovo piano quinquennale/quindicennale licenziato negli scorsi mesi, nonché il possibile orizzonte politico di Xi Jinping. Un tempo forza operaia e contadina di protesta, inizialmente espressione di poco più di 50 membri rappresentati al primo congresso del 1921 da 13 delegati, oggi il Partito comunista è una colossale macchina con oltre 90 milioni di membri e il controllo (quasi) totale di tutto quanto si muove nella Repubblica Popolare.

Il PCC del centenario è un partito con un’ideologia patchwork che mischia elementi di socialismo, maoismo, marxismo-leninismo e capitalismo sfrenato. Eppure, Xi riesce a tenere tutto insieme in un melting pot dalle “caratteristiche cinesi” che non solo preserva il ruolo di Mao per ribadire che il Partito non sbaglia mai e mai ha sbagliato, ma che allo stesso tempo recupera il confucianesimo e il valore della tradizione millenaria cinese che non viene più rinnegata come in passato ma semmai rivendicata sulla strada del riconoscimento della Cina come superpotenza culturale. E il partito-stato, ovviamente, è l’unico collante in grado di tenere unito un paese immenso che separato rischierebbe la frammentazione foriera di indebolimento e domini stranieri come durante il “secolo dell’umiliazione”.

“Basta prediche”, ha detto Xi nel suo discorso di chiusura delle celebrazioni del centenario dal rostro di piazza Tianan’men, indossando la divisa grigia maoista delle grandi occasioni (l’ultima era stata il 1° ottobre del 2019 per il settantesimo anniversario della Repubblica Popolare). Basta umiliazioni, basta insicurezze, basta timidezze. Il PCC è uscito rafforzato dalla pandemia di Covid-19, che lungi dall’essere il “cigno nero” di Xi come incautamente qualcuno ipotizzava all’inizio dell’emergenza, è diventata funzionale a rafforzare la propria immagine di macchina efficiente e garante della salute dei cittadini, ossia dei loro “diritti umani”, nell’accezione con caratteristiche cinesi del termine messa a punto dal governo di Pechino. E ora si proietta verso 2035 e 2049 più forte, ma anche più paranoico, più solo.

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Di Lorenzo Lamperti