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Africa rossa – L’Occidente ci riprova

In Africa Rossa, Relazioni Internazionali by Alessandra Colarizi

Usa e Ue rottamano la PGII, mentre la Cina invoca l’inclusione dell’Unione africana nel G20 e si prepara a ospitare un nuovo vertice della Belt and Road. Continuano gli investimenti cinesi nelle infrastrutture del continente ma non si placano le polemiche sull’esposizione debitoria dei paesi partner. Consapevole dei rischi derivanti da un maggiore attivismo oltremare, il governo cinese vuole trasformare Hong Kong in un centro di arbitrato internazionale. Di questo e molto altro nella rubrica dedicata ai rapporti Cin-Africa a cura di Alessandra Colarizi.

  • L’Occidente ci riprova
  • Il Kenya e il dilemma dell’immunità sovrana
  • “Il debito? Colpa dell’Africa”
  • Gli aiuti cinesi all’estero aumentano del 40%
  • Hong Kong vuole diventare un centro di arbitrato internazionale
  • Crollano le importazioni di petrolio africano
  • La “visione della Cina” attraverso i media africani
  • Huawei impiegherà 10mila angolani in 5 anni
  • La Germania annuncerà una nuova strategia per l’Africa. E l’Italia?

L’Occidente ci riprova. A margine del G20 di Bali, Joe Biden e Ursula von der Leyen hanno (ri)annunciato finanziamenti per 600 miliardi di dollari da destinare ai paesi emergenti. Una storia già sentita? No, non si tratta di un  déjà-vu, bensì di una conferma degli impegni presi da Washington e Bruxelles in sede G7 con l’introduzione della Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII). Era il 2021 e la PGII nasceva dalle ceneri delle abortite Build Back Better americana e Global Gateway Initiative europea.

Da anni Vecchio e Nuovo Continente cercano di proporre alternative alla Belt and Road cinese. Con scarsissimi risultati, è il caso di dire. A Bali, von der Leyen ha ribadito che lo scopo è quello di  offrire “partenariati infrastrutturali orientati ai valori, di alto livello e trasparenti per i paesi a basso e medio reddito”. Nell’anno trascorso tuttavia non paiono esserci stati sviluppi in proposito. La mancanza di concretezza compromette la credibilità del  progetto. Come sottolinea Politico, martedì scorso gli unici paesi in via di sviluppo presenti all’evento erano Cina, India, e Indonesia. Ma forse c’è dell’altro…

Il Global Development Policy Center della Boston University ha effettuato uno studio comparato che mette a confronto la BRI e la PGII, i rispettivi punti di forza e le loro debolezze. Ne conseguono somiglianze e caratteristiche distinte che offrono ai paesi partner diverse opzioni per affrontare le carenze infrastrutturali. La mission è la stessa: sostenere lo sviluppo delle infrastrutture nei paesi a reddito medio-basso. Entrambe le sigle inoltre nascono da un lavoro di rebrending di progetti preesistenti e fanno ampio utilizzo di finanziamenti statali, sebbene la PGII aspiri a coinvolgere maggiormente il settore privato. Tra le differenze va invece annoverata la propensione della BRI a supportare progetti “hard” (soprattutto le infrastrutture di trasporto), mentre la PGII predilige le sinergie “soft”: in cima alla lista delle priorità ci sono questioni ambientali, la sicurezza sanitaria, la modernizzazione digitale, e l’uguaglianza di genere. La dimensione dei progetti è un altro tratto distintivo. La “nuova via della seta cinese” è composta per il 55% da megaprogetti (158 miliardi dei totali 287 miliardi di dollari spesi), mentre la PGII tende a promuovere progetti di piccola e media scala. Ma forse la più grande differenza è che l’iniziativa del G7 resta ancora poco più che un’idea. 

Nel frattempo, invece, la Belt and Road continua a fare il suo corso. Anche tra mille problemi, e nonostante le gufate dei detrattori. Dopo essere temporaneamente sparita dai riflettori, la New Silk Road è ricomparsa nei comunicati cinesi. E’ stato Xi Jinping in persona a restituirle un posto d’onore nell’agenda politica annunciando l’intenzione di replicare il Belt and Road Forum for International Cooperation, vertice ad hoc lanciato nel 2017 e sospeso nel 2019 a causa del Covid. Alcuni analisti hanno evidenziato un ritorno all’utilizzo del termine “iniziativa” al posto dei più recenti “cooperazione” e “partenariato”. Segno dell’importanza mantenuta dal progetto agli occhi del presidente, nonostante le accuse occidentali di neocolonialismo. 

La scorsa volta raccontavamo di come tuttavia siano cambiate le modalità di esecuzione: l’alto livello di indebitamento dei paesi partner – soprattutto in  Africa –  ha spinto Pechino a optare per una maggiore collaborazione all’interno delle piattaforme multilaterali. Non è un caso che Xi abbia nuovamente auspicato un tempestivo ingresso dell’Unione africana nel G20 – al momento il Sud Africa è l’unico paese africano ad esserne membro. Contestualmente, la nuova strategia cinese punta a diversificare gli investimenti e a ridimensionare la portata delle opere infrastrutturali.  La mia impressione è che si stia cercando di consolidare le attività costruttive dove la Cina è già presente al fine di creare reti di trasporto intermodali. Posso sbagliare, però… 

Proprio di recente il governo dell’Angola ha firmato un accordo con Mota-Engil, gruppo portoghese – in parte di proprietà della China Communications Construction Co. (CCCC) – che si è aggiudicato la concessione di servizi ferroviari e supporto logistico nel Corridoio di Lobito. L’accordo, che vale 450 milioni di dollari, avrà una durata iniziale di 30 anni e mira a facilitare i collegamenti tra le miniere della Repubblica Democratica del Congo (dove la Cina ha investito massicciamente) al porto di Lobito, sulla costa atlantica. Questo dovrebbe agevolare il trasporto di cobalto e altri minerali strategici per la transizione energetica verso i mercati internazionali. 

Lo snodo marittimo angolano è in cima agli interessi cinesi già da un po’. All’inizio di quest’anno, Shandong Port Group (SPG) e China International Trust Investment Corporation (CITIC) hanno firmato un accordo del valore di circa 100 milioni di dollari per gestire un terminal merci nel porto, mentre la China Railway 20 Bureau Group Corporation è tra le aziende ad aver costruito il collegamento ferroviario tra Lobito la città di Luau, al confine con la RDC.

Il Kenya e il dilemma dell’immunità sovrana

Balza subito all’occhio come l’importo di tali progetti sia molto più contenuto rispetto al passato. Pensiamo ai 5 miliardi presi in prestito dal Kenya per la ferrovia Mombasa-Nairobi. Ancora se ne parla. Nonostante il governo del neoeletto William Ruto abbia recentemente divulgato le condizioni del prestito, ancora c’è chi erroneamente ritiene che la Cina reclamerà infrastrutture strategiche in caso di insolvenza. Tutto ruota intorno alla cosiddetta clausola di immunità sovrana che stabilisce semplicemente che in caso di controversia la sovranità nazionale non può essere usata come giustificazione per sfilarsi da un arbitrato. Quindi, rinunciare a tale clausola significa solo che il mutuatario e il creditore accettano di negoziare un accordo in caso subentrino problemi, non che il creditore si avvale del potere di sequestrare assets come garanzia. Le grane in cui è incorso il progetto derivano dal fatto che, mentre il servizio passeggeri (lanciato nel 2017) è stato un successo assoluto, il trasporto merci non è stato in grado di autosostenersi economicamente costringendo il Tesoro a intervenire per assicurare il funzionamento. 

“Il debito? Colpa dell’Africa”

Proprio sul tema del debito si è espresso un dirigente della People’s Bank of China. Oltre ad aver attribuito buona parte della responsabilità alla scarsa trasparenza dei paesi mutuatari, Jin Zhongxia ha ammesso che “i creditori cinesi non hanno alcuna esperienza precedente nell’affrontare ristrutturazioni del debito su larga scala”. Il funzionario ha auspicato una soluzione coordinata “che includa sia membri del Club di Parigi sia paesi non membri, sia creditori tradizionali che non tradizionali.” Passare dalle parole ai fatti non è però semplicissimo. Secondo Reuters, il caso dello Zambia è ancora tutt’altro che risolto. Nonostante la Cina abbia accettato di partecipare alla ristrutturazione del debito non è chiaro se sarà possibile raggiungere un accordo entro fine anno. 

Secondo il Diplomat, è vero che parte del problema risiede nella cattiva gestione degli investimenti. Tola Amusan fa l’esempio della Nigeria, dove “la mancanza di consultazione pubblica” e la tendenza a utilizzare canali secondari per approvare i progetti ha portato alla costruzione di opere infrastrutturali, “in gran parte sconnesse tra loro, che risultano inaccessibili al pubblico e non funzionano come servizi di pubblica utilità”. Certo, la Cina potrebbe esigere maggiore scrupolosità dai partner africani, ma “anche l’élite politica locale è responsabile per la mancanza di ‘agency’”. 

Gli aiuti cinesi all’estero aumentano del 40%

All’inizio della pandemia si è parlato molto della cosiddetta “via della seta sanitaria”. Secondo Bloomberg, l’export di materiale sanitario ha fatto schizzare gli aiuti cinesi all’estero, arrivati a quasi 1,3 miliardi di dollari lo scorso anno. Non solo il governo, ma anche aziende e privati cittadini hanno fornito vaccini, cibo e altri beni a nazioni straniere. L’agenzia di stampa americana, che cita dati della University of Göttingene del Kiel Institute for the World Economy, elenca Cambogia, Pakistan, Tagikistan ed l’Etiopia tra i principali beneficiari del sostegno cinese tra il 2017 e il 2021. I paesi africani sono stati invece tra i primi a ricevere aiuti alimentari: dall’inizio della guerra in Ucraina il gigante asiatico ha donato 8,5 milioni di dollari di cereali, numeri che i ricercatori considerano in linea con i livelli pre-pandemia. In tempi di isolamento internazionale, non è escluso che Pechino cercherà di sfruttare la propria generosità per consolidare i rapporti con il continente in risposta al deterioramento delle relazioni con l’Occidente. 

Hong Kong vuole diventare un centro di arbitrato internazionale

Su queste colonne abbiamo parlato in più occasioni delle velleità cinesi nel campo del peacemaking. Pechino ha recentemente annunciato di voler svolgere un ruolo più attivo nella promozione della pace e della sicurezza in paesi segnati da conflitti, come il Sudan, l’Etiopia e la Somalia. Il motivo risiede nella necessità di tutelare le migliaia di aziende cinesi presenti all’estero. A tal fine, il governo cinese sta lavorando per trasformare Hong Kong in un centro di arbitrato internazionale. L’obiettivo è quello di influenzare e plasmare il sistema legale internazionale per proteggere i propri interessi economici e commerciali oltreconfine. Il presupposto è che da una parte Pechino considera iniquo il sistema attuale, dall’altra ambisce a presentarsi come uno “stakeholder globale responsabile nel campo delle relazioni e del diritto internazionale”. 

Crollano le importazioni di petrolio africano

Le importazioni cinesi di petrolio africano sono diminuite del 22,6% su base annua nel periodo gennaio-settembre. Secondo dati delle dogane cinesi – che confermano una costante transizione verso fornitori come Russia, Golfo Persico e Brasile – nel 2022 il calo ha ulteriormente eroso la quota totale dell’Africa nel mercato petrolifero cinese, ora scesa a poco più del 10%. Ma questa tendenza al ribasso non dovrebbe sorprendere poiché è in atto da anni. Nel 2008, la Cina acquistava quasi un terzo del suo petrolio dall’Africa, prevalentemente da soli tre paesi: Angola, Sudan (che all’epoca comprendeva l’attuale Sud Sudan) e Repubblica Democratica del Congo. 

Il senso di Pechino per la collaborazione militare 

Nonostante la deposizione e la morte dell’amico Robert Mugabe, negli ultimi anni lo Zimbabwe è rimasto la prima destinazione africana dell’assistenza militare cinese. Lo rivela uno studio comparso sul Journal of Global Security Studies, secondo il quale i rapporti difensivi costituiscono solo un aspetto marginale della strategia cinese nel continente: “Nel complesso il supporto militare rappresenta molto poco di per sé, ma consente alla Cina di stare al passo con le altre potenze” che sono ben più coinvolte 

La “visione della Cina” attraverso i media africani

Abbiamo detto che la Cina si differenzia dai player occidentali per la sua propensione a investire nell’”hard”. Ma per assicurare la buona riuscita della parte “hard” occorre anche lavorare sul “soft”. Non è una novità ma il recente pressing mediatico di Pechino in Africa conferma come Xi Jinping & Co. siano consapevoli dello scarso entusiasmo con cui talvolta l’opinione pubblica locale accoglie i progetti cinesi. Durante un seminario organizzato a Nairobi dalla statale China Media Groupm, Aziz Hartley, caporedattore dell’Independent Media Group (con base in Sud Africa e parzialmente di proprietà cinese) ha affermato che “I media africani hanno la responsabilità di contribuire a realizzare la visione della Cina”.

Huawei impiegherà 10mila angolani in 5 anni

Il ministro angolano delle Telecomunicazioni, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sociale Mario Oliveira ha firmato un memorandum d’intesa con Huawei, che impegna il gruppo cinese a formare oltre 10mila persone nei prossimi cinque anni. L’ambasciatore cinese in Angola, Gong Tao, ha detto che la Cina aiuterà a sviluppare l’economia digitale angolana, aggiungendo che il progetto promuoverà la trasformazione digitale e lo sviluppo dell’innovazione nel Paese africano. Huawei ha fatto sapere che renderà pubblici i materiali didattici per le istituzioni educative locali, oltre al suo piano di borse di studio per studenti, professori e istituzioni eccezionali. La filiale di Huawei in Angola opera a Luanda da 20 anni, investendo principalmente nell’infrastruttura di comunicazione del paese e nella coltivazione di talenti.

La Germania annuncerà una nuova strategia per l’Africa. E l’Italia?

Il governo tedesco intende rivedere la sua strategia per l’Africa alla luce degli ultimi sviluppi geopolitici, dal crescente ruolo del continente alla guerra della Russia contro l’Ucraina e all’affermazione dei propri interessi da parte della Cina. Come riferisce il quotidiano Handelsblatt, su richiesta del ministero degli Esteri tedesco, le ambasciate di Germania in Africa hanno redatto “rapporti dettagliati” sulle attività della Cina nel continente. Allo stesso tempo, il governo federale intende sfruttare la cooperazione allo sviluppo come “leva importante” al fine di rafforzare la presenza della Germania in Africa. Per tali motivi, la strategia per il continente pianificata dal ministero della Cooperazione economica e dello Sviluppo tedesco verrà “nuovamente rivista”. A oggi, la pubblicazione del documento è prevista per la fine di gennaio prossimo. Con questa revisione, l’esecutivo del cancelliere Olaf Scholz intende concentrare maggiormente l’attenzione sull’influenza di Russia e Cina in Africa. 

Farà lo stesso l’Italia? Dal suo insediamento a Palazzo Chigi Giorgia Meloni ha manifestato una notevole intenzione per il continente proponendo un “piano Mattei”: “Un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. Ci piacerebbe così recuperare, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo”. 

Di Alessandra Colarizi

Per chi volesse una panoramica d’insieme, il 2 settembre è uscito in libreria “Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro” (L’Asino d’Oro, 14,00 euro). Partendo dal racconto dei primi contatti nella storia, il testo cerca di restituire un’immagine a tutto tondo dei rapporti sino-africani, superando la dimensione puramente economica. Mentre la narrazione dei mass media ci bombarda quasi ogni giorno con le statistiche del debito africano e degli investimenti cinesi, “Africa rossa” cerca di riportare al centro della narrazione gli scambi politici e socio-culturali tra i rispettivi popoli.