Africa due sessioni

Africa Rossa – L’Africa alle “Due sessioni”

In Africa Rossa, Cina, Relazioni Internazionali by Alessandra Colarizi

 Africa rossa è la rubrica dedicata alla presenza cinese in Africa a cura di Alessandra Colarizi. I temi di questa puntata di:

  • L’Africa alle “Due sessioni”
  • Il senso di Julius Maada Bio per Pechino
  • Dopo il cobalto congolese, la Cina punta al litio zimbabwese
  • FMI: “Il modello cinese in Africa sta cambiando”
  • Comunità cinese in Africa ai minimi dal 2015
  • Pelle di asino, ora c’è il ban dell’UA
  • AfCFTA contro il de-risking
  • Crisi Mar Rosso, colpiti gli investimenti cinesi nel Corno d’Africa
  • Tecno supera Samsung in Africa e Medio Oriente
  • Cina e Russia: un po’ “alleati”, un po’ avversari

 

Non solo tassi di crescita e spesa militare. Le “Due sessioni”, la plenaria che dal 5 all’11 marzo riunisce il parlamento cinese e il massimo organo consultivo, anticipa le priorità di Pechino per l’anno in corso, anche in politica estera. Arringando i 3000 delegati presenti, il capo della diplomazia Wang Yi ha messo in chiaro che, come nell’anno concluso, il Sud globale continuerà a dominare l’agenda cinese. Motivo per cui verrà dato ampio spazio alle iniziative che più coinvolgono quella parte del pianeta. “Manterremo relazioni stabili con le maggiori potenze, uniremo le forze con i paesi vicini per il progresso e lottare per la rivitalizzazione del Sud del mondo”, ha dichiarato il ministro degli Esteri. 

La Belt and Road Initiative è definitivamente tornata in auge. Ma è ancora in fase di assestamento dopo le difficoltà incontrate nell’ultimo quinquennio, Covid compreso. Pechino promuoverà “costantemente la cooperazione su grandi progetti” e implementerà “una serie di progetti ‘piccoli e belli’ per migliorare il benessere delle persone”, ha spiegato Wang. Massima precedenza verrà data ai settori digitale, dell’economia verde, dell’innovazione, della salute, della cultura, del turismo e della riduzione della povertà. Quelli in cui la BRI può rappresentare “un motore per lo sviluppo comune di tutti i paesi e un acceleratore per la modernizzazione del mondo intero”. 

Dall’economia alla politica: nonostante la complessità del contesto internazionale, la Cina non sembra disposta a rinunciare alla sua missione di “order shaping”. Wang ha associato espressamente l’Iniziativa di sviluppo globale (GDI), l’Iniziativa di sicurezza globale (GSI) e l’Iniziativa di civiltà globale (GCI), alla necessità di “promuovere i valori condivisi dell’umanità, riformare il sistema di governance globale e costruire una comunità umana con un futuro condiviso”. La Repubblica popolare continuerà a proporsi come “una forza per la pace, una forza per la stabilità e una forza per il progresso nel mondo”, ha affermato Wang. No agli “atti egemonici, arroganti e di bullismo, sì all’equità e alla giustizia internazionale”. “Non è ammissibile che chi ha il pugno più forte abbia l’ultima parola”, ha sentenziato il diplomatico bacchettando gli Stati Uniti. 

In questo contesto, le relazioni tra Cina e Africa costituiscono un “caso rappresentativo del vigoroso sviluppo del Sud del mondo”, come attesta l’espansione dei BRICS, che vedranno l’ingresso, tra gli altri, di Etiopia ed Egitto. Confermato il Forum Cina-Africa (FOCAC), che si terrà il prossimo autunno a Pechino, Wang ha giustificato l’eccezionalità del rapporto con il continente ricordando lo storico supporto della Cina contro l’imperialismo e il colonialismo. Questa ’“amicizia duratura” con l’Africa porrebbe così Pechino nella posizione di potersi fare portavoce degli interessi africani da pari a pari. “I paesi africani devono esplorare percorsi di sviluppo adatti alle loro condizioni nazionali e tenere saldamente nelle proprie mani il proprio futuro e il proprio destino”, ha sentenziato Wang parlando di “un nuovo risveglio”. Le soluzioni “imposte dall’esterno [leggi: occidente] non hanno portato all’Africa né stabilità né prosperità”. 

Disattendendo le aspettative degli analisti, non è emersa invece alcun turnover alla guida del ministero degli Esteri. Nonostante i 70 anni suonati, Wang Yi resterà al suo posto ancora per un po’. Il favorito a succedergli in qualità di ministro – il direttore del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, Liu Jianchao – ha un lungo trascorso come diplomatico in Asia. Se confermato potrebbe consolidare il nuovo “pivot to Global South” di Pechino. Intanto l’ex ambasciatore cinese in Sudafrica, Chen Xiaodong, è tornato a Pechino per assumere l’incarico di viceministro degli Esteri. 

Il senso di Julius Maada Bio per Pechino

I temi trattati dal titolare degli Esteri erano stati in buona parte affrontati da Xi Jinping e l’omologo della Sierra Leone Julius Maada Bio, in una visita a Pechino dal 27 febbraio al 2 marzo. Tra le altre cose, i due leader si sono impegnati a rafforzare la loro cooperazione presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU in modo da “salvaguardare congiuntamente gli interessi dell’Africa e dei paesi in via di sviluppo”. Bio è il primo capo di Stato africano ad essere stato ricevuto in Cina dall’inizio del 2014. Conferma – come se servisse – del crescente interesse di Pechino per l’Africa Occidentale. Xi ha anche affermato che la Cina “approfondirà la cooperazione reciprocamente vantaggiosa nei settori minerario, della pesca, dell’istruzione professionale e tecnica e della relativa costruzione di infrastrutture”. Durante l’incontro, il leader cinese ha promesso 50 milioni di yuan (6,95 milioni di dollari) in assistenza economica e tecnica, 1.500 tonnellate di aiuti alimentari, oltre alla cancellazione di debiti per 20 milioni di yuan. Come osservato da Eric Olander, cofondatore di The China Global South Project, dal Covid in poi le missioni dei leader africani oltre la Muraglia sono diventate prevalentemente simboliche: in passato si concludevano con grandi accordi infrastrutturali, oggi Pechino concede molto meno. Anche quando vengono concordati nuovi progetti BRI si tratta quasi sempre di MoU piuttosto vaghi. Il messaggio politico ormai sovrasta tutto il resto. I comunicati congiunti sino-africani sono sempre più spesso intrisi di riferimenti al rispetto della sovranità, al principio dell’”unica Cina”, e al concetto di “comunità dal futuro condiviso”. Sarà interessante vedere se lo stesso avverrà durante la trasferta di Joao Lourenco. Il presidente angolano si trova nel paese asiatico, ma il suo programma di viaggio si discosta da quello dei colleghi africani ricevuti recentemente da Xi Jinping.

Va detto che l’interesse cinese per la Sierra Leone – e l’Africa Occidentale in generale – non può essere quantificato solo sulla base degli accordi strombazzati durante le visite di Stato. L’invito esteso a Bio segue anni di investimenti nel settore minerario sierraleonese: le tensioni con l’Australia, primo fornitore cinese di minerale di ferro, hanno costretto la Repubblica popolare a comprare altrove. L’Africa Occidentale si è imposta subito come una valida alternativa. Nella vicina Guinea, un consorzio comprendente Rio Tinto e cinque aziende cinesi recentemente si è finalmente detto pronto a sviluppare il giacimento di Simandou, il più grande deposito di minerale di ferro al mondo ancora inesplorato. Per decenni il progetto è stato ritardato da disaccordi sui termini per il finanziamento del porto e della ferrovia necessari al trasporto del minerale verso la costa. L’impasse è stata interrotta grazie al coinvolgimento di China Baowu Steel Group Corp: il gigante dell’acciaio cinese lo scorso anno ha emesso obbligazioni per 1,4 miliardi di dollari. Come in altri contesti, la crescente competizione geopolitica tra Cina e Occidente è una buona notizia per i paesi africani, che grazie alla disponibilità di minerali e metalli critici hanno oggi un notevole potere contrattuale.

Finora la vicinanza geografica ha premiato l’Australia. La catena di approvvigionamento del minerale di ferro è tra le più costose al mondo. Motivo che sta spingendo le aziende cinesi a costruire impianti siderurgici nel continente. Anche in previsione di un probabile aumento della domanda locale per costruzione di infrastrutture. Nell’immediato il problema resta l’accesso difficoltoso (oltre che costoso) all’energia elettrica.

DOPO IL COBALTO CONGOLESE, LA CINA PUNTA AL LITIO ZIMBABWESE

Dopo aver ottenuto il controllo su buona parte delle riserve africane di cobalto, il gigante asiatico è già in vantaggio nella corsa globale al litio. Nell’ultimo anno colossi nazionali, quali Zhejiang Huayou Cobalt, Sinomine Resource Group e Chengxin Lithium Group, hanno collaudato impianti di lavorazione del litio in Zimbabwe. Secondo i dati dell’agenzia di rilevazione dei prezzi londinese Benchmark Mineral Intelligence, nel 2023 le esportazioni dal paese africano di concentrato di spodumene (materiale non completamente grezzo che come la petalite viene utilizzato nella produzione di batterie agli ioni di litio) verso la Cina sono aumentate di quasi cinque volte a 177.000 tonnellate. Sebbene il governo di Harare abbia vietato le esportazioni del metallo non raffinato, la fase finale di lavorazione (quella ad alto valore aggiunto) del concentrato di spodumene e della petalite continua ad avvenire quasi interamente oltre la Muraglia, dove è più facile reperire personale competente e mantenere bassi i costi di produzione. Stando a Benchmark Mineral Intelligence, quest’anno la capacità produttiva dello Zimbabwe potrebbe persino triplicare rispetto al 2023.

A proposito di materie prime, il presidente della Banca africana di sviluppo, Akinwumi Adesina, ha recentemente esortato i leader africani ad abbandonare la pratica della cessione di materie prime in cambio di prestiti. Il problema, spiega Adesina, è che “non è possibile valutare adeguatamente gli asset”: “Se hai minerali o petrolio sottoterra, come stabilisci un prezzo per un contratto a lungo termine? È una sfida”. Associata prevalentemente alla Cina, la formula risorse in cambio di credito, in realtà, è popolare anche tra le aziende occidentali. Come suggerito da Adesina, nonostante la parabola del debito, il vecchio modello continua ad avere un notevole appeal tra l’establishment del continente. Presto potrebbe non essere più così, almeno non per quanto riguarda la Cina, dove il governo è determinato a introdurre un paradigma di sviluppo meno dipendente dalle risorse africane.

FMI: IL MODELLO CINESE IN AFRICA STA CAMBIANDO

Il rallentamento dell’economia cinese sta cambiando la natura del rapporto tra la Repubblica popolare e l’Africa. A sostenerlo è il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che in un recente rapporto (Navigating the Evolving Landscape of China and Africa’s Economic Engagements) ridimensiona molto l’importanza della Cina per il continente e viceversa. La valutazione tiene in considerazione scambi commerciali, investimenti diretti esteri e prestiti. Su queste colonne abbiamo spesso sottolineato come, in realtà, solo una parte molto contenuta del debito africano sia in mani cinesi. Lo studio conferma il dato (pur notando l’opacità delle statistiche ufficiali), aggiungendo che i prestiti cinesi si pongono a metà tra i prestiti agevolati a basso costo delle banche multilaterali/Club di Parigi, e i prestiti più onerosi forniti dalle entità commerciali, come gli Eurobond e i prestiti sindacati. 

Da un punto di vista commerciale, il peso della Cina è ugualmente marginale se rapportato agli scambi complessivi con il resto del mondo. Nel 2022 l’Africa ha ricevuto appena il 4,6% delle esportazioni cinesi a livello globale mentre le importazioni dall’Africa verso la Cina hanno rappresentato soltanto il 4,3% del totale. Stesso discorso per gli IDE cinesi, che nel 2021 hanno contato per il 3,6% degli investimenti complessivi nel continente. 

Lo studio prevede che, considerati i tassi di crescita più contenuti, in Cina verranno adottate “pratiche a minore intensità di risorse” e “diminuirà la domanda di combustibili fossili, discostandosi dal picco raggiunto durante il boom economico” degli anni Dieci. “Questo cambiamento comporta notevoli implicazioni per l’Africa, in particolare per i paesi esportatori di petrolio e ad alta intensità di risorse.
Tuttavia, apre anche la strada a nuove collaborazioni [..] Una contrazione della popolazione [cinese] in età lavorativa e salari interni più elevati, potrebbero spingere le aziende cinesi a cercare mercati alternativi. L’abbondante forza lavoro africana diventerà sempre più attraente. Adeguate politiche economiche e sociali in Africa possono posizionare strategicamente il continente all’interno di questa evoluzione”.

Le vestigia del vecchio modello, suggellato dalla realizzazione di grandi infrastrutture, saranno visibili ancora per un po’. A fine febbraio è stata inaugurata la controversa Grande Moschea di Algeri, molto criticata per il costo: ben 898 milioni di dollari. È  la terza più grande al mondo, sebbene il minareto di 265 metri sia il più alto in assoluto. La struttura è stata progettata da due aziende tedesche e costruita dall’azienda statale China State Construction Engineering Corporation. Come ricorda Andrea Ghiselli della Fudan University, la sua realizzazione – fortemente voluta dall’ex presidente Abdelaziz Bouteflika e conclusa nel 2019 – è stata motivo di polemiche a causa del massiccio impiego di manodopera cinese.

COMUNITA’ CINESE IN AFRICA AI MINIMI DAL 2015

Dallo studio del FMI emerge un altro aspetto interessante, confermato da una ricerca della Johns Hopkins University: alla fine del 2022 il numero ufficiale dei lavoratori cinesi in Africa oscillava tra le 88.000 e le 93.000 unità, pari a un calo di circa il 60% rispetto al 2015. Le comunità in Algeria e Angola hanno riportato la flessione maggiore, con una riduzione di quasi il 90% nel numero di lavoratori cinesi registrati. Come mai? Il Covid ha fatto la sua parte. Ma la ricerca del FMI è piuttosto chiara nel tracciare un collegamento tra il calo dei lavoratori e la riduzione dei ricavi annui lordi dei progetti di costruzione, il comparto che impiega il numero più alto di immigrati. Dopo aver raggiunto un picco nel 2015, nel 2021, le aziende cinesi hanno riportato entrate per 37 miliardi di dollari, un – 3% rispetto all’anno precedente. Va detto che le cifre reali potrebbero essere leggermente più alte, se si includono gli “immigrati informali”: commercianti privati, investitori e negozianti non compaiono nelle statistiche. Nel 2022, il 42% di tutti i lavoratori cinesi presenti nel continente era concentrato in cinque paesi: Repubblica Democratica del Congo, Algeria, Egitto, Nigeria e Angola. L’Egitto e la RDC rappresentano una vistosa eccezione, avendo visto un aumento della presenza cinese: nel primo caso si è passati dalle 2.000 unità del 2015 alle 7.358 del 2022, nel secondo da quota 5.155 nel 2014 a quota 8.705 nel 2021.

PELLE DI ASINO, ORA C’E’ IL BAN DELL’UA

“Storica”. Così le organizzazioni animaliste hanno definito una recente mozione dell’Unione Africana (UA) che propone un divieto di 15 anni sul commercio di pelle d’asino, materiale utilizzato nella medicina tradizionale cinese. La questione sembra di poco conto, ma non lo è: l’Africa ospita circa due terzi degli asini del mondo, la maggior parte – quasi 100 milioni di esemplari – si trova in Etiopia. Il principale acquirente è la Cina, dove vengono macellati oltre 5 milioni di asini all’anno, di cui solo 2 milioni reperiti a livello nazionale. Il resto proviene da pelli di asino importate, spesso attraverso canali illegali. 

Secondo alcuni studi, lo sterminio degli animali da soma ha pesanti ricadute sulle economie rurali, nonché sulle disparità di genere considerato che in Africa l’agricoltura di sussistenza dipende in larga parte dalla forza lavoro femminile. Il problema non è di facile risoluzione. Periodi di gestazione lunghi rendono gli asini inadatti all’allevamento di massa. Né la Cina sembra essere orientata a interrompere pratiche secolari, soprattutto da quando la medicina tradizionale è diventata motivo di prestigio internazionale e uno strumento di soft power. 

Come nota il blog Panda Paw Dragon Claw, tuttavia i commenti dell’opinione pubblica cinese sono stati perlopiù solidali nei confronti degli asini e dei loro padroni. Complice l’importanza che gli animali ricoprono anche nell’economia rurale della Cina. Solidarietà Sud-Sud, come amano dire a Pechino. 

Se sulla carta il ban sembra un notevole passo avanti, nella pratica lo è molto meno considerato la scarsa solerzia con cui fino a oggi i divieti sono stati implementati nei paesi in cui la pratica è già ufficialmente bandita. 

DEBITO ZAMBIA, FINALMENTE C’E’ L’ACCORDO

Dopo aver rallentato per quattro mesi la rinegoziazione del debito dello Zambia, Cina e India lo scorso mese hanno finalmente raggiunto un accordo con gli altri creditori. Secondo quanto riportato l’11 marzo da Bloomberg, presto verranno rese note le condizioni concordate con gli obbligazionisti, che Pechino a novembre ha ritenuto avessero ottenuto un trattamento di favore. La fumata bianca giunge mentre secondo diverse fonti la Cina sta discutendo con gli Stati Uniti nuove misure per prevenire un’ondata di default sovrani tra i paesi emergenti, gravati da un servizio del debito annuo di 400 miliardi di dollari. I colloqui vertono principalmente – ma non solo – sulla possibilità di estendere preventivamente la scadenza dei prestiti prima che i paesi mutuatari si dimostrino inadempienti.

L’AfCFTA CONTRO IL DE-RISKING

La strategia cinese per arginare il “de-risking” europeo e l’eventualità di un “decoupling” americano passa anche per l’Africa. A sostenerlo è il Financial Times, secondo il quale la Cina starebbe premurando di stringere accordi di libero scambio con gli amici del Sud globale per contrastare le barriere commerciali introdotte dall’Occidente. Per quotidiano finanziario, lo status di principale partner commerciale dell’Africa pone la Repubblica popolare nella posizione di sfruttare l’AfCFTA (il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano), il più grande accordo a livello mondiale per numero di paesi membri. Sebbene la Cina non ne faccia parte, dal 2021 un gruppo di esperti coordinato dal ministero del Commercio cinese collabora con (e finanzia) il segretariato dell’AfCFTA su questioni come il commercio digitale, procedure doganali, e diritti di proprietà intellettuale. L’obiettivo non dichiarato – suggeriscono alcune fonti – è riuscire a trasferire propri standard e criteri per agevolare gli interessi cinesi. Interessi in espansione, anche se – come constatato dal FMI – le transazioni con il continente sono relativamente contenute rispetto al totale mondiale.

L’Ethiopian Airlines ha lanciato un nuovo hub logistico presso l’aeroporto internazionale di Bole ad Addis Abeba per soddisfare la crescente popolarità dell’e-commerce cinese in Africa. Il progetto, che conferma il ruolo dell’Etiopia come centro di smistamento per tutto il continente, segue l’accordo stretto nel 2020 tra la compagnia etiope e Cainiao, il ramo logistico di Alibaba. 

In controtendenza la Nigeria, dove nell’ultimo trimestre del 2023 Singapore è diventato la prima fonte di importazione. Titolo che la Cina deteneva da 16 anni. 

CRISI MAR ROSSO: COLPITI GLI INVESTIMENTI CINESI NEL CORNO D’AFRICA

A proposito di geopolitica e Sud globale, la riduzione delle spedizioni nel Mar Rosso sta avendo un impatto particolarmente forte sul Corno d’Africa, dove la Cina ha investito massicciamente.  Situazione che rischia di compromettere l’arrivo di materiali da costruzione. Come spiega He Liehui, vicepresidente dell’Associazione per l’amicizia popolare afro-cinese, per posizione geografica l’Africa Orientale è stata tagliata fuori dalle nuove rotte marittime mondiali, che da alcuni mesi circumnavigano il Capo di Buona Speranza per evitare gli attacchi degli houthi. Secondo He, tuttavia, un’interruzione prolungata dei traffici nel Mar Rosso potrebbe favorire uno slittamento degli investimenti cinesi dalle infrastrutture africane legate al trasporto marittimo (come i porti) verso il manifatturiero ad alta intensità di manodopera. 

I TELEFONI DI TECNO SUPERANO SAMSUNG IN AFRICA E MEDIO ORIENTE

Tecno, Infinix e iTel. Sono tre marchi di telefoni prodotti da Transsion, società con sede a Shenzhen che ha fatto fortuna vendendo esclusivamente in Africa, prima di espandersi in America Latina, India, Europa orientale e sud-orientale. Secondo i dati della società Counterpoint di Hong Kong, nel quarto trimestre dello scorso anno Tecno ha superato Samsung per vendite complessive in Medio Oriente e Africa, dove già deteneva il primato dal 2020. Il successo è dovuto in gran parte – oltre ai massicci investimenti nel marketing – al lancio di modelli molto economici, contestualmente alla sperimentazione di dispositivi di fascia alta, come gli smartphone pieghevoli. Con una quota di mercato del 32%, nel 2023 Transsion è stato il primo produttore di telefoni cellulari in tutta la regione del Medio Oriente e dell’Africa. Se si prende solo l’Africa, il dominio di Transsion è ancora più netto: i tre marchi del gruppo nel 2023 rappresentavano quasi la metà del mercato africano, mentre Tecno da sola ne deteneva un quarto. Secondo una ricerca di Canalys, la crescita del mercato africano degli smartphone è alimentata da una combinazione di fattori, tra cui la crescente domanda di servizi digitali. Complice la popolarità dell’ opzioni Acquista ora, Paga dopo.

CINA E RUSSIA: UN PO’ “ALLEATI”, UN PO’ AVVERSARI

La maggiore accessibilità delle comunicazioni digitali ha anche dei lati oscuri. Permette ad attori esterni di rimodellare i sistemi informativi del continente con incredibile velocità. Questa è la conclusione dell’Africa Center for Strategic Studies (legato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti) che in un recente rapporto sostiene che dal 2022 il numero delle campagne di disinformazione, presumibilmente avviate da Russia e Cina in Africa, è quasi quadruplicato. Lo scorso anno i ricercatori hanno documentato 189 casi in cui entità cinese e russe hanno cercato intenzionalmente di distorcere le informazioni comparse sui media. Secondo lo studio, lo scopo principale consiste nel minare la credibilità dell’occidente e i processi democratici, sebbene i cinesi si siano concentrati più attivamente anche nel promuovere i propri interessi geostrategici. Mosca resta il primo sponsor della disinformazione, mentre l’Africa Occidentale è la regione più colpita. Tra gli strumenti privilegiati da Pechino svettano il dipartimento del lavoro per il Fronte Unito (che supervisiona i rapporti con la diaspora cinese) e il China Media Group, l’azienda proprietaria dei principali media statali. 

Oggi nel continente ci sono più di 600 milioni di utenti Internet. Nigeria e Kenya sono quasi in cima alla classifica mondiale dei paesi in cui la popolazione trascorre ogni giorno il maggior numero di ore sulle piattaforme social.

Secondo Nova Agenzia, la Russia e la Cina stanno rafforzando la loro presenza in Libia con l’apertura dell’ambasciata russa a Tripoli, la capitale sotto il controllo del Governo di unità nazionale (Gun), e le crescenti attività di un misterioso consorzio di Pechino in Cirenaica, la regione orientale dominata dall’Esercito nazional libico (Lna) del generale Khalifa Haftar. Il 22 febbraio, Mosca ha compiuto un passo significativo nel consolidamento delle sue relazioni con la Libia riaprendo la sua ambasciata nella capitale, sette mesi dopo la presentazione delle lettere credenziali dell’ambasciatore russo, Haider Aghanin, al Consiglio presidenziale libico, organo tripartito che svolge le funzioni di capo di Stato. Sempre lo stesso giorno, il presidente della Camera dei rappresentanti della Libia, Aguila Saleh, ha ricevuto il responsabile del consorzio cinese Bfi, Saleh Attia, alleanza tra imprese guidata dalla China Railways International Group Company, e il ministro dell’Economia del cosiddetto Governo di stabilità nazionale (Gsn) non riconosciuto dall’Onu con sede nell’est del Paese, Ali al Saidi. Al centro dei colloqui, riferisce l’ufficio stampa del Parlamento libico con sede nell’est, gli ultimi sviluppi relativi ai progetti nel campo delle fonti rinnovabili di energia, come la costruzione di centrali di energia solare a Kufra, Al Makhlili e Tamanhint, ma anche delle infrastrutture, come il progetto ferroviario per collegare il capoluogo cirenaico Bengasi alla città mediterranea di Marsa Matrouh, in Egitto, passando per la municipalità di Musaed al confine tra libico-egiziano. 

ARMI ALL’AFRICA SUB-SAHARIANA: LA CINA SUPERA LA RUSSIA

Pechino e Mosca vengono spesso definite “alleate”. Per molti aspetti in realtà il rapporto tra Russia e Cina conserva le vecchie note di rivalità. Nel settore militare, un tempo dominato dall’industria bellica sovietica, si può parlare di vera e propria competizione. Secondo il SIPRI, nel periodo 2019-2023 la Cina è diventata il primo fornitore di armi dell’Africa sub-sahariana. Primato che rivendica con una quota del 19% delle importazioni regionali, laddove la Russia si è fermata al 17%.

A cura di Alessandra Colarizi

Per chi volesse una panoramica d’insieme, è disponibile in libreria “Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro” (L’Asino d’Oro, 14,00 euro). Partendo dal racconto dei primi contatti nella storia, il testo cerca di restituire un’immagine a tutto tondo dei rapporti sino-africani, superando la dimensione puramente economica. Mentre la narrazione dei mass media ci bombarda quasi ogni giorno con le statistiche del debito africano e degli investimenti cinesi, “Africa rossa” cerca di riportare al centro della narrazione gli scambi politici e socio-culturali tra i rispettivi popoli.