Chloé Zhao (in cinese赵婷, Zhào Tíng) ha fatto la storia lo scorso mese diventando la prima donna di origine asiatica a vincere il premio Oscar per la regia con il suo ultimo film Nomadland (vincitore anche di miglior film e migliore attrice protagonista). Il web cinese però, non partecipa al successo della connazionale. E anche i media statali rimangono in silenzio.

La regista, originaria di Pechino e residente negli Stati Uniti, sembrava inizialmente avere conquistato il favore del pubblico in Cina grazie alla fama ottenuta nei mesi precedenti la nomina agli Academy Awards. Acclamato dalla critica come dagli spettatori, Nomadland ottiene il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, e ai Golden Globes vince migliore regia e migliore film drammatico. L’orgoglio della Cina, così l’avevano definita a marzo le testate nazionali, e anche su Weibo diversi utenti si erano espressi con affetto e ammirazione per condividere questo traguardo. “Siamo fieri di Zhao Ting! È la seconda donna in 78 anni di storia dei Golden Globes a vincere in questa categoria”, ha commentato un profilo. Particolarmente presente tra i commenti positivi è stata la voce femminile. “Lei e Jia Ling [regista del film di campione di incassi nella Repubblica Popolare Cinese “Hi Mom” ndr] stanno dicendo al mondo che anche le donne hanno talento come registe” si congratula un’utente. “Brava Zhao Ting, da donna cinese, non posso che essere fiera anche io”, continua un’altra.

È bastato uno screenshot per cambiare completamente il tono della conversazione sui social media cinesi. Siamo allo scorso marzo. A innescare la reazione a catena conclusasi con il silenzio mediatico verso Chloé Zhao è un’intervista rilasciata nel 2013 per il Filmmaker Magazine, nel quale la regista si espone in modo critico nei confronti del contesto in cui è cresciuta. Zhao aveva parlato di “un luogo dove le menzogne sono da tutte le parti” e di “un posto da cui pensavi non saresti mai potuto fuggire”. Niente di più allettante per i detective amatoriali di Weibo, che hanno prontamente riesumato l’estratto e accusato la regista di vilipendio contro la patria. Nel giro di poche ore, la piattaforma è stata inondata di commenti denigratori contro la cineasta e la locandina di Nomadland rimossa dall’app per film Douban.

Traditrice”, “straniera”, “banana” (termine dispregiativo dalle connotazioni marcatamente razziali, che indica una persona di origini asiatiche ma dalle abitudini occidentali). Dopo avere “insultato la patria” la provenienza di Zhao diventa oggetto di scrutinio e sono in molti a descrivere lei e i suoi film come “non abbastanza cinesi”. “Non mi sento a mio agio nel chiamarla ‘l’orgoglio della Cina’ prima di sapere che cittadinanza abbia”, esprime un commento. “È una regista americana, non elogiatela”, l’avvertimento di un altro. Da fonte di ammirazione a traditrice della patria. Passare dalle stelle alle stalle nel web cinese è questione di pochi click.

A regolare la fiumana di commenti negativi contro l’artista è intervenuto l’apparato censorio di Pechino, che ha parzialmente limitato l’accesso ad alcuni hashtag su Weibo e rimosso contenuti relativi alle precedenti premiazioni della regista. Su Douban, la data di uscita del film è stata ritirata e anche qui alcune parole chiave quali Nomadland e Zhao Ting sono state oscurate. Chloé Zhao non era destinata a diventare una campionessa nazionale, e la conversazione sui social è stata sistematicamente lasciata cadere nel silenzio.

Un mese dopo il flame su Weibo, la regista cinese è la protagonista indiscussa della notte degli Oscar, ma del suo trionfo quasi nessuna traccia in Cina. Nessuno dei media statali, solitamente impazienti di fare notizia con il contributo (anche se solamente vago) cinese agli Oscar, si è espresso in merito. Online restano timide congratulazioni, molto spesso rimosse nel giro di poche ore. Solamente il sito web privato 163.com racconta di Zhao come la seconda cinese ad essersi aggiudicata l’ambita statuetta dopo Ang Lee. Un solo reportage, e colmo di controversie, considerato che Ang Lee è originario di Taiwan.

L’accanimento nei confronti di Chloé Zhao da parte di alcuni utenti è in parte il prodotto delle derive nazionaliste online dei cosiddetti xiaofenhong (小粉红, piccoli rosa), i leoni da tastiera che popolano le piattaforme social come Weibo, ma dice molto anche sulla difficoltà dei membri della diaspora cinese nel fare i conti con il proprio retaggio storico-culturale una volta approdati in un contesto occidentale.

Figlia di un ricco imprenditore del settore metallurgico e cresciuta nella Pechino degli anni ’90, Chloé Zhao lascia la Repubblica Popolare all’età di 14 anni per studiare nel Regno Unito prima e negli Stati Uniti poi. Entra così a fare parte dei 10 milioni di membri della diaspora cinese nel mondo (cifra riportata dalle Nazioni Unite che non include le seconde generazioni), in quella categoria di emigrati altamente qualificati o che lasciano inizialmente la Cina per motivi di studio chiamata huaqiao, 华侨 (diverso da huagong, 华工, migranti lavoratori manuali, huashang, 华商, migranti per commergio e huaren, 华人, discendenti da cinesi, secondo la categorizzazione della diaspora stabilita da Wang, 1991).

Nell’intervista incriminata, Zhao riportava di avere acquisito una nuova prospettiva sulla Cina una volta arrivata nel Regno Unito, e di avere vissuto una fase di rigetto nei confronti della propria cultura di origine. “Molte delle informazioni che avevo ricevuto da piccola non erano vere, ero diventata molto ribelle contro la mia famiglia e il mio background”, così dichiarava al Filmmaker Magazine, in una delle frasi che più ha infiammato gli animi del web.

Ciò che emerge da questo scontro è la diversa sensibilità nei confronti del passato tra la regista e i suoi contestatori. La Cina della piccola Chloé Zhao era quella del post Tiananmen e dell’educazione patriottica nei libri di scuola, un periodo incentrato sulla ricostruzione ideologica del paese e non sempre aperto a un confronto oggettivo con il recente passato della RPC. La stessa regista ha raccontato a tale proposito le difficoltà riscontrate crescendo in Cina nel reperire libri o film che aiutassero la sua formazione. Al contrario, gli utenti che la criticano e che popolano le piattaforme social oggi, hanno vissuto la Cina del progresso tecnologico, della libertà espressiva online e del successo geopolitico della Repubblica Popolare. Nutrono una consolidata fiducia nel Partito Comunista e non vedono di buon grado le critiche al paese che li ha cresciuti.

Il racconto di infanzia della regista suonerà familiare a chiunque abbia sperimentato la coesistenza di due (o più) culture e viva la multiculturalità nel quotidiano. Da ragazzina cinese emigrata in UK, Zhao non solo ha dovuto adattarsi a un nuovo contesto educativo e apprendere elementi della propria storia in un sistema liberale, affrontando le conseguenze che che tale shock culturale possono avere portato nella sua ricerca identitaria personale, ma si ritrova oggi a dovere rendere conto della sua “occidentalizzazione” ai compatrioti. Come espresso efficacemente da un commentatore di Weibo in solidarietà alla regista “In Cina non la considerano cinese, negli Stati Uniti non la prendono per americana. Chloé Zhao vive davvero in una Nomadland”.

La partecipazione del governo di Pechino nello spegnere questo dibattito e il successivo silenzio stampa inoltre, riflettono la polarizzazione del discorso sull’identità nazionale in Cina da parte delle istituzioni come dei media, anche alla luce del sempre più accentuato confronto tra Cina e Stati Uniti. Lo conferma il commento su Twitter del direttore del Global Times Hu Xijin, che a seguito della vittoria di Zhao agli Oscar, si augura che la connazionale “diventi più matura” nell’affrontare i problemi derivanti dalle tensioni tra Cina e Stati Uniti. In un paese come la RPC dove la doppia cittadinanza non è concessa, l’identità personale è necessariamente connessa allo stato-nazione. E così, la nazionalità di chi critica (o è accusato di criticare) la Cina diventa il centro dell’attenzione per i commentatori online. Specie se chi critica è una personalità di spicco all’estero. Specie se vive negli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro. O sei cinese, o sei americana. E la diaspora cinese, resta tra l’incudine e il martello.

Leggere questa vicenda solamente in chiave nazionalista sarebbe incorretto. Da un punto di vista strettamente pragmatico è presumibile che la scelta di sacrificare Chloé Zhao e il suo film dopo i Golden Globes sia legata alla presenza di un altro candidato agli Oscar 2021. Il cortometraggio Do Not Split del regista norvegese Andres Hammer sulle proteste di Hong Kong. Per tagliare la testa al toro, Pechino ha messo in sordina l’intera copertura degli Oscar, sfruttando a proprio favore la velocità con cui l’attenzione dei social media si sposta da uno scandalo all’altro.

Oggi, su Weibo, chi vuole esprimere supporto alla regista utilizza metafore ed escamotage per aggirare la censura. Oscar diventa OsKar e Nomadland, in cinese wuyizhidi, 无依之地diventa WYZD, o i youkaozhitian 有靠之天(caratteri speculari in significato). Non manca inoltre chi ha trovato l’insabbiamento della regista un danno insensato. “Per alcuni è sufficiente avere una tastiera per pensarsi difensori del paese” commenta un utente. “È un peccato che un tale successo non venga condiviso, Zhao Ting aveva ragione”, riporta un altro.

In ultima analisi, Chloé Zhao si è dichiarata molto legata alle proprie origini, descrivendo i cinesi del nord come “la sua gente” e citando nel discorso di premiazione un passaggio dal Classico dei Tre Caratteri (sanzijing, 三字经) che incoraggia a credere nella bontà intrinseca dell’umanità. Il tema stesso di Nomadland, come dichiarato più volte dalla regista, è un rimando al suo continuo “cambio di identità”. In un momento storico che sembra considerare la multiculturalità un difetto invece che un arricchimento, e che tramite i meccanismi deumanizzanti dei social banalizza temi complessi chiedendo ai commentatori di schierarsi, l’Oscar per la regia a Chloé Zhao resterà comunque nella storia come un passo in avanti verso l’inclusività a Hollywood e un elogio al cinema d’autore che, per il momento, resta inaccessibile nel paese di origine della regista.

Di Lucrezia Goldin

*Studiosa di Cina, da poco laureatasi con lode al Master of Arts in Chinese Studies presso la Leiden University. Specializzata sui temi di nazionalismo popolare e cyber governance si interessa anche di cinema e identità culturale. Nel 2017 è stata assistente alla ricerca per il progetto “Chinamen: un secolo di cinesi a Milano”. Dopo aver trascorso gli ultimi tre anni tra Cina e Paesi Bassi, ora scrive di Cina e cura per China Files la rubrica “Weibo Leaks: storie dal web cinese”