Il 5 febbraio il primo ministro malese Muhyiddin Yassin ha incontrato il presidente indonesiano Joko Widodo. Il viaggio, un’occasione per discutere della cooperazione tra i due paesi, aveva come principale obbiettivo la promozione di un’alleanza contro la “discriminazione” internazionale nei confronti dell’olio di palma.

Facciamo qualche passo indietro: Indonesia e Malaysia sono i due maggiori produttori di olio di palma al mondo, coprendo l’85% del mercato mondiale. Il primo ha un output impressionante, di circa 43.500 tonnellate all’anno per un giro d’affari di 11 miliardi di dollari. Una somma significativa se guardiamo alle esportazioni di prodotti agricoli dall’Asia, dove i guadagni per la vendita di riso dell’intero continente arrivano a 16 miliardi.

Anche la Malaysia, che produce 19.900 tonnellate di olio di palma all’anno, ha grandi interessi nel settore, terzo a trainare le esportazioni dopo i microchip, seguiti da petrolio e derivati. Questo settore occupa 3,9 milioni di persone in Indonesia e 600 mila in Malaysia.

La palma da olio non proviene dall’Asia, ma è originaria dell’Africa occidentale. A partire dal XIX secolo vengono scoperte le proprietà dell’olio di palma, facile da conservare ed estremamente versatile al punto di poter sostituire la maggior parte dei grassi in una grande varietà di prodotti. A incentivare le prime piantagioni sono gli inglesi, che assegna quattro ettari di terreno a ogni colono dedicati alla coltivazione di palme da olio come incentivo per ripagare gli appezzamenti.

La palma da olio viene coltivata in territori dal clima caldo, umido, e soprattutto costante. Per il resto è una pianta ad altissimo rendimento (un ettaro in un anno produce fino a cinque tonnellate di olio), che non richiede terreni ricchi di nutrienti. Ma la vera rivoluzione risale agli anni Ottanta, quando grazie ad alcuni accorgimenti per massimizzare la produzione in concomitanza con la “grande alba della globalizzazione” in Asia crearono le circostanze per far decollare le entrate dei paesi produttori. Oggi il mercato dell’olio di palma copre il settore alimentare, cosmetico, dell’igiene personale e dei biocarburanti.

Secondo gli ultimi dati della FAO la produzione di olio di palma è destinata a triplicare entro il 2050 rispetto ai ritmi attuali, con un avanzamento annuale di 117.000 ettari di deforestazione all’anno. Proprio perché oggi i biocarburanti sono entrati a far parte del discorso sulle alternative ai combustibili fossili, le analisi sono andate a scavare più a fondo nel fenomeno per pesarne l’impatto su ambiente e società.

Il bilancio non è del tutto positivo: la bonifica delle foreste per fare spazio a nuove piantagioni distrugge l’habitat della fauna selvatica e genera anidride carbonica, riducendo il potenziale di assorbimento delle emissioni delle foreste. Gli incendi vengono appiccati regolarmente anche per mantenere i terreni liberi da ogni altro tipo di vegetazione che non abbia utilità per la piantagione. Questa pratica di slash and burn – chiamata debbio – ha prodotto negli anni quantità di fumo e polveri sottili tali da affliggere anche i paesi vicini. Il caso più noto è quello del 2015, quando per cinque mesi la nebbia dei fumi sprigionati dalla deforestazione in Indonesia si sono estese fino a Brunei, Malaysia, Singapore, Vietnam, Thailandia, Filippine e Cambogia. Quell’anno Jakarta fu costretta a dichiarare lo stato di emergenza e, secondo uno studio della Harvard University, almeno cento mila persone persero la vita a seguito delle complicazioni respiratorie sviluppate in quei mesi di continua esposizione a quantità record di CO2 nell’aria.

Da un punto di vista ambientale, le piantagioni (come accade spesso con le monocolture intensive) erodono il suolo 50 volte di più rispetto alla norma. L’attrattività del business causa l’allontanamento forzato di intere comunità, land grabbing, o sfruttamento della manodopera per aumentare il margine di profitto. Insieme alle comunità vengono distrutti gli habitat dei primati, dove sopravvivono le ultime colonie di orangutan al mondo. Si stima che in pochi anni i primati dell’area abbiano perso il 98% del proprio territorio a causa dell’intensificazione delle colture.

Per contenere il fenomeno le politiche europee hanno definito insostenibile l’utilizzo dell’olio di palma come combustibile, oltre a imporre dei dazi che potrebbero arrivare al 18% entro i prossimi 5 anni. Questo perché l’Europa dichiarava, in uno dei suoi ultimi comunicati stampa indirizzati a Jakarta che, pur considerando i biocarburanti una componente interessante della strategia di decarbonizzazione, non può permettere l’ingresso di prodotti con un impatto ecologico e sociale negativo. Ciononostante, l’Unione Europea non condanna esplicitamente l’olio di palma in quanto tale, ma nei suoi documenti definisce i termini per stabilire l’insostenibilità di un prodotto – con conseguente blocco delle importazioni o imposizione di dazi maggiorati.

Ecco perché l’industria dell’olio di palma è una delle chiavi per comprendere la cooperazione bilaterale tra Indonesia e Malaysia. I due paesi stanno investendo grandi risorse per difendere il settore dalla pioggia di critiche esterne, che stanno – lentamente – infliggendo dei danni significativi alla stabilità economica di questi paesi.

La strategia è doppia: da un lato i due governi collaborano per difendere i propri interessi attraverso la leva del diritto internazionale. Inaugurata da Jakarta, anche la Malaysia ha avviato da poco un’azione legale nei confronti dell’Unione Europea presso l’organo di risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Le accuse definiscono la direttiva europea “un’azione discriminatoria e arbitraria”. Mentre, in maniera più ufficiosa, i media parlano di manovre create ad hoc per favorire l’utilizzo di biocarburanti europei derivati da colza e girasole, contrastando in questo modo il principio di libera concorrenza sul mercato previsto dall’OMC. Il resto sarebbe una grande sopravvalutazione dei dati.

Ma i due paesi seguono anche una seconda linea, più onerosa ma con maggiori prospettive di successo: la creazione di schemi più rigidi nell’analisi della sostenibilità aziendale. Il governo indonesiano ha promosso dei canoni obbligatori per la produzione di olio di palma più sostenibile, raccolti nell’Indonesian Sustainable Palm Oil System (ISPO). Anche la Malaysia dal 2020 ha imposto un proprio sistema di certificazione di sostenibilità, il Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO). Entrambe le nazioni stanno investendo enormi somme per dimostrare ai potenziali acquirenti la propria affidabilità e dedizione alla causa dell’olio di palma sostenibile. Ma oggi solo la metà delle grandi aziende ha passato il test di certificazione e questo determinerà ulteriori investimenti per adeguare il sistema.

Come ogni settore di primaria importanza per l’economia di un paese, anche l’industria dell’olio di palma pone delle questioni controverse sullo sviluppo. Il potenziale dell’economia trainata dalle esportazioni ha un impatto sui progetti di lotta alla povertà assoluta, facendo negli ultimi decenni la fortuna di tanti paesi asiatici che hanno superato la soglia della povertà assoluta. E poi ci sono le aziende che nonostante le direttive europee continuano a fare affari pur di accaparrarsi il prodotto al prezzo più competitivo possibile. Per citare l’Italia, se da un lato marchi come Coop e Barilla hanno eliminato l’olio di palma dalla propria produzione, dall’altro grandi colossi come Ferrero – che ha un hub regionale a Singapore e si sta espandendo sui mercati asiatici – continuano a difendersi dai detrattori.

Ma rimangono lo spettro dei bassi guadagni e l’espropriazione dei terreni come acceleratore di conflitti. La crescita dell’industria dell’olio di palma e la sua capacità di assorbire tanta manodopera esprimono una tendenza comune ai paesi in via di sviluppo. La trasformazione del settore agricolo non viene elaborata con alternative in continuità con la vita delle aree rurali, ma diventa alternativa per l’autosussistenza del singolo. Anche come modalità di innalzamento della qualità della vita, l’industria dell’olio di palma fa emergere le contraddizioni tipiche dei programmi di sviluppo delle aree rurali alle quali viene applicata una logica di sussistenza urbana, dove vige la standardizzazione del lavoro come copertura di una mansione all’interno di una grande realtà strutturata. Queste problematiche richiederanno degli sforzi politici considerevoli, oltre che economici: in questo senso sarà interessante osservare i risultati della collaborazione tra i due paesi, non solo in termini di traffici internazionali.