Mentre la protesta continua nonostante il pugno di ferro usato durante la Bloody Sunday del 28 febbraio, la leader della Lega per la democrazia Aung San Suu Kyi, dopo le accuse di aver importato illegalmente sei walkie-talkie e di aver violato le leggi anti Covid, ieri è stata accusata, sempre via web, di aver violato anche una sezione del codice penale che risale all’epoca delle colonia: aver pubblicato informazioni che potrebbero «causare paura o allarme» o disturbare la «quiete pubblica». Stesse accuse per il presidente Win Myint.

IL PROCESSO FARSA, che dovrebbe riprendere a metà marzo, permette almeno al suo avvocato di vederla e constatare, come ha riferito Min Min Soe alla Reuters, che la Lady (75 anni) è almeno in buona salute. Dove si trovino entrambi non si sa.
Intanto continua la tragica aritmetica dei morti dal 1 febbraio, giorno del golpe, a domenica scorsa quando Tatmadaw (l’esercito) ha cambiato tattica: sparare sulla folla proiettili veri mirando alla testa, cosa che avrebbe lasciato sul terreno ben oltre le 18 persone menzionate ieri da stampa locale e internazionale: 26 secondo il sito di GenerationZ, sigla di un’organizzazione giovanile birmana: almeno 22 secondo Assistance Association for Political Prisoners (Burma), che lista 30 vittime dal 1 febbraio e arresti massicci che, solo domenica, sarebbero stati un migliaio, segno incontrovertibile di una svolta repressiva della giunta. Infine, commenta da Yangon un birmano che lavora per un ente internazionale, i morti potrebbero essere assai di più, dal momento che molti preferiscono curarsi a casa per evitare l’ospedale e dunque gli arresti.

Mentre la diplomazia internazionale continua a fare pressione sulla giunta – dagli Usa alla Ue, dall’Onu all’Australia (il colosso australiano del gas, Woodside, ritirerà il suo personale dal Myanmar) – gli occhi sono puntati sull’Asean, la potente associazione regionale di cui anche il Myanmar fa parte.

DOPO CHE ALL’ONU il rappresentante del Myanmar U Kyaw Moe Tun ha preso le distanze dal golpe (subito licenziato), la giunta può far finta di nulla con l’occidente ma l’oriente preoccupa. Se Tatmadaw ha più volte criticato le ambasciate occidentali (che spesso parlano con una voce sola) per il becco negli «affari interni» del Paese, con l’Asean le cose cambiano. Nelle economie interconnesse di questa fetta di continente, il rapporto privilegiato coi Grandi Dieci (tra cui la piccolissima Singapore e il colosso Indonesia) non è secondario.

Una riunione convocata per oggi online arriva dopo il piccolo giallo che ha coinvolto Giacarta che aveva preparato un piano di mediazione (poi smentito e negato) per trattare con la giunta addirittura mandando “in presenza” la ministra degli Esteri Retno Marsudi a Yangon. Le proteste, anche davanti alle legazioni dell’Asean a Yangon, hanno fatto naufragare l’ipotesi del Paese più grande e con una vocazione da mediatore. Annunciando la riunione, Singapore, che pure è contraria a sanzioni, ha sottolineato col capo della sua diplomazia, Vivian Balakrishnan, che per l’Asean l’uso della forza non è tollerabile e che Suu Kyi e il presidente Win Myint vanno liberati. Non sono precondizioni ma un orientamento forse condiviso. In parte.

Cauta la diplomazia della Malaysia che chiede un dialogo «costruttivo» e silenziosi per ora Cambogia e Vietnam. Quanto alle Filippine, sono governate da un rais dai modi spicci, disposto a tollerare una giunta militare ma non proprio ad avallarla. Bangkok sembra in imbarazzo: la giunta birmana ha chiesto al generale Prayut, che governa i tailandesi con la divisa nell’armadio e aspirazioni autoritarie, un sostegno che però non è arrivato. Prayut non può esporsi troppo visto che ha una piazza in movimento che potrebbe alimentare la protesta contro di lui con i tizzoni birmani.

PROPRIO I MOVIMENTI dei Paesi vicini sono una delle risorse cui si appoggia il Civil disobedience Movement birmano: la cosiddetta Milk Tea Alliance (alleanza del tè al latte) che si riconosce nel simbolo delle tre dita alzate. E che collega tai, birmani, taiwanesi e “ribelli” di Hong Kong.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]