Quasi 50 attivisti pro-democrazia sono stati interrogati dalla polizia di Hong Kong e accusati ufficialmente di “aver cospirato per commettere eversione” nella giornata di ieri, in quella che è stata definita come la più grande operazione condotta sulla base della legge sulla sicurezza nazionale fin dalla sua approvazione nel giugno 2020. Gli attivisti sono stati detenuti immediatamente e sono stati trattenuti durante la notte prima di comprarire questa mattina in tribunale. Se giudicati colpevoli, rischiano l’ergastolo. Amici e familiari temono che  verrà loro negata la libertà su cauzione, rimanendo così in detenzione fino al processo, come i cinque attivisti precedentemente detenuti in base alla stessa legge. Centinaia di persone – compreso il personale diplomatico di Gran Bretagna e Canada – si sono riunite fuori dal tribunale di West Kowloon per protestare e chiedere il rilascio degli arrestati. Le accuse di domenica intensificano la persecuzione degli individui che Pechino considera responsabili di aver fomentato il sentimento antigovernativo che ha portato alle proteste di massa del 2019, nonostante il movimento fosse in gran parte senza leader ufficiali. Tra gli arrestati vi è anche Benny Tai, che ha contribuito a organizzare le primarie non ufficiali. Tai, uno studioso di legge che già nel 2014 aveva organizzato le proteste che si erano trasformate in un’occupazione di 79 giorni delle strade della città, aveva affermato che le primarie rappresentavano una nuova forma di disobbedienza civile e sperava che il campo democratico sarebbe stato in grado di ottenere la maggioranza nella legislatura. Le primarieavevano visto la partecipazione oltre 600.000 persone che hanno votato i candidati più radicali e contrari a qualsiasi cooperazione con Pechino. Tra i “vincitori” di queste primarie non ufficiali, vi sono stati Tiffany Yuen, Lester Shum, Owen Chow e l’ex legislatore Eddie Chu, tutti arrestati ed accusati domenica scorsa. Le detenzioni dimostrano anche che la legge sulla sicurezza nazionale non è solo un deterrente, ma uno strumento attivo utilizzato da Pechino contro qualsiasi opposizione, criminalizzando accuse generiche come “secessione”, “sovversione”,”terrorismo” e “collusione con forze straniere”, intaccando drasticamente l’autonomia di Hong Kong e delle sue istituzioni, che avrebbe dovuto essere conservata fino al 2047. [fonte SCMP, WaPo]

Cina: ritardi nel programma domestico di vaccinazione, ma le prime dosi arrivano in Africa ed America Latina

Per mesi, le imprese statali, il governo e le società private cinesi hanno gettato le basi per la costruzione di una catena di approvvigionamento che permetta ai vaccini Sinopharm, Sinovac Biotech Ltd. e CanSino Biologics Ltd di raggiungere l’Africa, il Medio Oriente e l’America Latina. Oggi, quella che Pechino chiama “Health Silk Road” è una realtà formata da una fitta rete di infrastrutture atte a mantenere i controlli della temperatura dei vaccini per poterli somministrare ai cittadini di più di 60 paesi nel mondo. In Africa, Wang Yi ha dichiarato che la Cina ha fornito dosi alla Guinea Equatoriale, Zimbabwe e Sierra Leone ed ha in programma di rifornire anche altri 16 paesi nel continente. Addis Abeba sarà lo snodo principale per la distribuzione africana: questa settimana, più di un milione di dosi di vaccino cinese passeranno qui, secondo quanto affermano i funzionari di Ethiopian Airlines. Altre consegne dovrebbero inoltre arrivare grazie ad una partnership tra Il gigante della tecnologia cinese Alibaba Group Holding ed Ethiopian Airlines. La posta in gioco è duplice: per Pechino si tratta di restaurare la sua immagine di fronte al mondo, mentre per i politici africani c’è in palio il prestigio di essere visti come leader e custodi della salute pubblica.Anche America Latina i governi si sono rivolti ai vaccini di Cina e Russia, unica via d’uscita da una pandemia che ha devastato le economie latinoamericane e causato centinaia di migliaia di decessi. Mentre l’amministrazione Trump si è concentrata sull’acquisto vaccini per uso domestico – rifiutandosi inoltre di partecipare al programma internazionale di vaccinazione noto come Covax, sostenuto dall’OMS – in Argentina e Bolivia, le autorità hanno iniziato a vaccinare con lo Sputnik V russo, che presto arriverà anche in Messico. Il Cile ha iniziato a inoculare 4 milioni di dosi di Sinovac e le stazioni televisive peruviane hanno celebrato questo mese l’arrivo di un volo commerciale che trasportava il vaccino cinese Sinopharm. Il mercato multimiliardario delle vaccinazioni in America Latina, che ospita 650 milioni di persone, darà a Cina e Russia un eccellente vantaggio geopolitico, rafforzando la loro posizione in una regione in cui Pechino deve difendere i suoi interessi petroliferi e Mosca solidificare i suoi legami diplomatici ed economici: recentemente la Russia ha investito in progetti energetici comuni in Brasile e Bolivia e, nel 2018, ha firmato un contratto con l’Argentina per sviluppare progetti sull’energia nucleare. Così impegnata a distribuire centinaia di milioni di vaccini all’estero, la Cina è rimasta indietro nell’implementazione delle vaccinazioni a livello nazionale. Secondo un sondaggio della società di ricerche di mercato Gavekal Dragonomics, di 307 intervistati più della metà non aveva intenzione di partecipare all’attuale ciclo di vaccinazioni per paura degli effetti collaterali. Gli operatori sanitari intervistati erano preoccupati anche per la possibile bassa efficacia e la maggioranza degli intervistati hanno affermato di ritenere di non aver bisogno della vaccinazione poiché il rischio locale di infezione era molto basso. Anche i limiti di età per l’uso dei vaccini Sinopharm e Sinovac ne hanno rallentato l’implementazione. Entrambi i vaccini sono raccomandati solo per le persone in buona salute di età compresa tra 18 e 59 anni, il che esclude gran parte della popolazione cinese.  Mentre il governo si è concentrato sulla vaccinazione di coloro che potrebbero più facilmente diffondere il virus, come i tassisti, gli analisti stimano che a questo ritmo ci vorrà fino al 2022 per ottenere la tanto attesa immunità di massa. [fonte WSJ;WSJ;FT]

Cina: la rivoluzione della robotica arrestata dal divario tecnologico

Secondo quanto afferma una ricerca della Shenzhen Gaogong Industry Research (GGII), l ‘industria della robotica cinese sarebbe rimasta indietro rispetto agli obiettivi fissati da Pechino. Nonostante la produzione cinese sia aumentata del 19,1% lo scorso anno e la Cina acquisti e costruisca più robot industriali di qualsiasi altro paese, il suo mercato è ancora dominato dalle aziende giapponesi, seguite dai produttori dell’Europa e della Corea del Sud. Nel 2020, i robot cinesi hanno rappresentato circa il 39% del mercato interno, mentre i chip per computer cinesi sono stati utilizzati nel 45% delle macchine prodotte domesticamente, una netta crescita rispetto al 12% registrato nel 2016 ma ancora lontano dalle cifre previste dal piano “Made in China 2025” di Pechino: metà del mercato interno entro il 2020 ed il 70% entro il 2025, data in cui i sistemi robotici locali dovrebbero essere “perfezionati” per competere con i concorrenti globali. Secondo Lu Zhangyuan, direttore della GGII, la Cina non sarebbe riuscita a raggiungere l’obiettivo a causa di un ampio e persistente divario nella tecnologia robotica tra i marchi nazionali ed i competitori tedeschi e giapponesi, le cui tecnologie godrebbero di maggiore fiducia da parte degli utilizzatori e sarebbero meno influenzate dalle questioni politiche internazionali. La Cina è il più grande mercato mondiale di robot industriali dal 2013 e nel 2019, 140.492 unità robotiche sono state installate negli stabilimenti in tutto il paese, un numero superiore a quello dei robot installati in Europa e negli USA cumulativamente. La produzione di riduttori di velocità e servomotori, due componenti fondamentali dei robot industriali, è però ancora dominata dal Giappone, soprattutto nel mercato di fascia medio-alta ed oltre il 75% dei riduttori utilizzati in Cina viene importato da società di ingegneria giapponesi come Nabtesco e Harmonic Drive Systems. La Cina non è però stata con le mani in mano: i produttori cinesi hanno totalmente sostituito i controller stranieri, un altro componente chiave, con marchi di produzione propria, secondo un rapporto di Zhongtai Securities pubblicato il mese scorso. L’automazione nelle fabbriche cinesi è inoltre stata accelerata dalla pandemia Covid-19, con cifre che stimano che il valore del mercato dei robot industriali del paese sia cresciuto del 9,5% nel 2020. [fonte SCMP]

Il Pentagono fa retromarcia sulle Senkaku

Continuano le polemiche intorno alle isole Senkaku/Diaoyu, amministrate dai giapponesi ma rivendicate dalla Cina. A far da protagonista è questa volta John Kirby, il Segretario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che venerdì scorso ha smentito le sue recenti osservazioni riguardo al fatto che gli USA appoggiassero Tokyo per la sovranità delle isole contese. Durante un briefing con la stampa tenutosi martedì scorso, Kirby aveva dichiarato che gli USA “concordavano con la comunità internazionale” sulla sovranità delle Senkaku e che “ovviamente [sostenevano] il Giappone in questa sovranità”. Le affermazioni – pronunciate riguardo alla situazione nelle acque vicino agli isolotti, dove recentemente vi stata un’escalation delle tensioni dovuta alle continue incursioni della guardia costiera cinese a seguito dell’attuazione della controversa legge costiera emanata da Pechino – erano state interpretate come un segnale che gli Stati Uniti fossero sul punto di cambiare lo status quo ed ufficialmente confermare la sovranità del Giappone sulle isole. Riguardo alla questione, un portavoce del Pentagono ha confermato che “non c’è alcun cambiamento nella politica degli Stati Uniti riguardo alla sovranità delle Isole Senkaku”, e Kirby si è pubblicamente scusato per il suo errore. [fonte Nikkei]

Myanmar: nuove accuse per Aung San Suu Kyi

Nuove accuse per Aung San Suu Kyi. Secondo il suo avvocato, la leader birmana – agli arresti dal colpo di stato dello scorso 1 febbraio – è comparsa stamattina per un’udienza video ed è stata accusata di aver violato una sezione del codice penale di epoca coloniale che vieta la pubblicazione di informazioni che possono “causare paura o allarme” o disturbare la “tranquillità pubblica”. Precedentemente contro Suu Kyi erano stati avanzati altri due capi d’imputazione in riferimento alla trasgressione delle leggi sull’import-export e alle misure antic-Covid. La prossima udienza si terrà il 15 marzo. Intanto le proteste non accennano a diminuire. Lunedì, a Yangon dopo che i manifestanti avevano utilizzato pali di bambù, divani e rami degli alberi per erigere barricate attraverso le strade, la polizia ha sparato per disperdere la folla, sebbene non è chiaro se si trattasse di proiettili veri o di gomma. Nella giornata di ieri 18 persone sono morte nel corso delle proteste in varie città del paese.

Ha collaborato Alessandra Colarizi