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Sustainlaytics – Il cavallo blu che prosciuga la Mongolia

In Economia, Politica e Società, Sociale e Ambiente, Sustanalytics by Sabrina Moles

Acqua e modernizzazione è un binomio a cui siamo abituati, in Europa, dai tempi della prima Rivoluzione Industriale, epoca di grandi stravolgimenti in nome del progresso. Le risorse idriche rimangono uno dei motori dello sviluppo economico, e oggi anche una Mongolia ancora selvaggia sta includendo questo ragionamento nei suoi piani di espansione economica. È con l’evocativo nome “cavallo blu” che Ulan Bator punta a innovare il proprio settore energetico e ribaltare la struttura del territorio a vantaggio dell’economia. Come fa intendere il nome, il “Blue Horse Project” è un ambizioso piano infrastrutturale che punta a convertire le risorse idriche del paese in energia e opportunità economiche per tutto il paese. Il progetto guarda infatti a nord, dove si concentrano le maggiori riserve d’acqua, per i progetti energetici e agricoli, mentre la deviazione dei flussi idrici dovrebbe avvantaggiare le industrie pesanti del sud.

Prima dell’anno 2000 non esisteva alcuna miniera nella Mongolia meridionale, dove si estende il deserto del Gobi, che oggi invece ospita la maggior parte del potenziale estrattivo del Paese. In questa zona sono affluiti miliardi di dollari da parte di investitori stranieri interessati al suo patrimonio minerario, che oggi conta ben 12 imprese a partecipazione o proprietà estera. Non sono mancati scandali, come nel caso dell’emorragia di uscite della compagnia australiana Rio Tinto, che detiene insieme alla canadese Ivanhoe e al governo mongolo i diritti di estrazione della miniera di rame di Oyu Tolgoi. Solo per la costruzione del sito minerario sono stati impiegati 70 mila metri cubi di acqua al giorno. 150 km più a nord, intorno alla cittadina di Tsogttsetsii, si trova la più vasta area di miniere di carbone, che assorbe 100 mila metri cubi di acqua al giorno (l’equivalente del fabbisogno idrico di un cittadino europeo in due anni), ogni giorno, per le procedure di estrazione e raffinazione delle materie prime. Secondo l’ultimo studio mirato della Banca Mondiale, datato al 2010, di questo passo le risorse idriche della Mongolia meridionale saranno esaurite entro il 2025.

 

La corsa alle risorse che trasforma il territorio

I risultati, come previsto, sono visibili già oggi. E Ulan Bator risponde chiedendo più acqua al nord. La distribuzione iniqua delle risorse idriche non è una novità, soprattutto nel cuore del continente asiatico, dove la scarsità di acqua è un fattore storico che oggi si aggrava con il riscaldamento globale e diventa motore di crisi domestiche e di confine. La Mongolia è un paese di poco più di tre milioni di abitanti, i cui consumi sono minimi se paragonati a quelli delle economie avanzate, ma possiede ricchezze incalcolabili nel sottosuolo. Gli effetti del boom minerario cominciano a essere denunciati già nel 2012, quando le società di Oyu Tolgoi iniziarono un programma di ricerca sulla connessione tra falde acquifere impiegate dalla miniera e i pozzi accessibili ai pastori della zona. Un tentativo di fornire prove scientifiche che potessero contrastare le crescenti proteste da parte della popolazione locale. Il report finale decretava che non sussistevano le ragioni per temere un deflusso delle acque verso gli scavi. Anni dopo la situazione cambia, e si rende necessario non solo accedere a maggiori quantità di acqua per le attività economiche, ma in generale realizzare un piano per una gestione oculata delle risorse idriche che impedisca la dispersione, oltre che la contaminazione da agenti chimici nocivi all’uomo.

Anche l’energia vuole la sua parte: la domanda di acqua per alimentare le centrali idroelettriche è balzata ai massimi storici negli ultimi dieci anni, con la complicità dei finanziamenti cinesi nel quadro dell’ambizioso progetto della Belt and Road Initiative. La China Export-Import Bank promette, per esempio, di finanziare la costruzione della centrale idroelettrica di Egiin Gol sul fiume Eg, ma non è sola. Sono tanti i fondi dall’estero che puntano alle rinnovabili come investimento sicuro per la Mongolia, dove la domanda energetica cresce con un tasso del 4-5% annuo. Nel 2019, infine, Ulan Bator lancia il primo bando per il “Blue Horse Project”, frutto di un piano di sviluppo sul lungo termine con orizzonte il 2050. Nonostante il piano sia molto controverso perché prevede una trasformazione drastica del territorio e delle risorse idriche presenti, i progetti che puntano in questa direzione avevano iniziato a prendere forma già negli anni precedenti. Tra questi rientrano i contributi per lo sviluppo della Banca Mondiale, che studia la fattibilità di due iniziative in particolare: il primo, una centrale idroelettrica a Shuren, lungo il fiume Selenge; il secondo, un progetto di deviazione delle acque del fiume Orkhon nella direzione del deserto del Gobi, dove si trovano le imprese minerarie. Infine, anche l’Organizzazione giapponese per il commercio estero ha fissato dei contributi per il trasferimento di acqua dal fiume Kherlen alla regione del Gobi.

Le denunce arrivano tanto dalla comunità dedicata alla pastorizia tradizionale, che dai piccoli nuclei di ambientalisti e scienziati che osteggiano questi progetti ad alto impatto ambientale. La deviazione del Kherlen potrebbe strangolare il lago Dalai, una zona umida classificata Ramsar (come stabilito dalla Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale del 1971) che si trova poco oltre il confine con la Cina. Ma anche i laghi Torey al confine con la Russia, parte del patrimonio Unesco dell’ecosistema della Dauria, sono minacciati dai progetti connessi al fiume Ulz. Questi ultimi prevedono, sempre in un’ottica di revisione della gestione delle risorse idriche, di portare l’acqua in bacini necessari allo sviluppo agricolo e per sopperire non ancora chiare “esigenze ambientali”. Il tutto sotto l’egida del programma di sviluppo delle Nazioni Unite, che ha stanziato dei fondi dedicati alla mitigazione dell’impatto dei cambiamenti climatici. L’ecosistema mongolo si trova quindi stretto in una delle sfide più critiche della modernità: conciliare il progresso con il territorio, dove storicamente solo la pastorizia nomade tradizionale è stata l’attività più sostenibile.