Gli scontri di confine tra Kirghizistan e Tagikistan nella Valle del Fergana della fine di aprile hanno riportato l’attenzione della comunità internazionale su quella che è un’area sempre più dominante per le dinamiche di cooperazione e competizione tra i grandi poteri globali.

Stretta nell’identità di duplice vicinato strategico russo e cinese, l’Asia centrale vede oggi più che mai i propri dossier interni intersecarsi con le questioni di più ampio respiro della politica internazionale. Nell’ultimo anno è stato il Kirghizistan, tra proteste e un vero e proprio colpo di stato, in particolare, a rivelare le profonde preoccupazioni dei grandi poteri per i propri interessi in Asia centrale. Non solo Cina e Russia, ma anche Stati Uniti e Unione europea hanno infatti riformulato i propri obiettivi di cooperazione con la regione, enfatizzando la volontà di istituire collaborazioni più strette e onnicomprensive. Non a caso, nell’anno delle elezioni presidenziali statunitensi, Mike Pompeo, Segretario di Stato sotto la Presidenza di Donald Trump, ha tentato di rilanciare il “C5+1”, un forum che vede gli USA dialogare con le repubbliche centrasiatiche.

Se le questioni di insicurezza regionale si manifestano oggi in episodi di violenza che mal si sposano con la tendenza alla collaborazione e alla distensione che aveva caratterizzato la politica intra-regionale negli ultimi anni, la competizione globale tra grandi poteri, al contempo, sembra dare vita a un sistema pronto ad aumentare, ancora una volta, la distanza tra est e ovest – un’eventualità che non potrà che influire sulle dinamiche interne di una regione che storicamente è il “ponte” tra oriente ed occidente.

Il nodo della sicurezza idrica tra Kirghizistan e Tagikistan

È stata la piccola Vorukh, un’exclave tagika di 97 chilometri quadrati e circa 30,000 abitanti, completamente circondata da territori sotto la sovranità kirghisa, ad essere al centro delle violenze del 28-29 aprile scorso conclusesi con più di 20 vittime e almeno 300 feriti in sole 24 ore. Come riportato da alcuni osservatori sul campo, la contesa è nata dall’iniziativa di alcuni cittadini tagiki di installare telecamere di videosorveglianza presso una stazione di distribuzione idrica sita nella cittadina di Kok-Tash.

Le riserve idriche sono state fonte di contenzioso tra i due paesi fin dai tempi in cui facevano entrambi parte dell’Unione sovietica. Anche dopo la caduta dell’URSS, poiché buona parte dei confini tra Kirghizistan e Tagikistan non fu mai demarcata, le dispute riguardo le risorse naturali continuarono a riaccendersi ciclicamente. Le “guerre per l’acqua” in quest’area del mondo non rappresentano quindi una prospettiva fantascientifica ma, al contrario, una realtà che rischia di verificarsi in un futuro prossimo, anche a causa dell’aggravarsi di diversi fattori tra cui, in primis, troviamo i cambiamenti climatici, la competizione energetica e la domanda di terreni agricoli. La conformazione geologica di paesi come Kirghizistan e Tagikistan, caratterizzata da alte catene montuose, per esempio, fa sì che entrambi siano naturalmente predisposti allo sfruttamento dell’energia idroelettrica e, di conseguenza, si muovano verso un certo grado di competizione per l’utilizzo delle risorse idriche che condividono. Se venissero realizzati nuovi e innovativi sistemi di dighe, il settore idroelettrico potrebbe diventare un braccio essenziale per l’export dei due paesi che, ad oggi, rimangono i più poveri nel panorama centrasiatico.

La regione soffre poi di una strutturale scarsità di risorse idriche, parzialmente causata dall’operato degli ingegneri sovietici che trasformarono aree desertiche in terre coltivabili a discapito del lago d’Aral (localizzato tra Uzbekistan e Kazakistan). La vulnerabilità ai cambiamenti climatici, inoltre, minaccia i cinque grandi bacini idrici della regione, mentre i modelli agricoli ad elevato consumo idrico di paesi come Uzbekistan e Turkmenistan esercitano un’ulteriore, forte pressione sulla disponibilità di risorse d’acqua a livello regionale.

Gli investimenti cinesi “a valle”

Sebbene inserirsi nelle questioni idriche centrasiatiche sia considerato alla pari di “sollevare un vespaio”, la Cina è riuscita a ritagliarsi diversi spazi nell’area anche in questo settore. Ma come sottolineato in diversi contesti da Niva Yau della OSCE Academy di Bishkek (Kirghizistan), Pechino ha posto al centro, come grande discriminante, la posizione geografica dei potenziali partner centrasiatici, optando per collaborazioni esclusivamente multilaterali con i paesi a monte (Kirghizistan e Tagikistan) e spingendo, invece, per forti investimenti di tipo bilaterale con quelli a valle (Kazakistan e Uzbekistan). Non è infatti un caso che il progetto cinese più ambizioso legato al settore idroelettrico nella regione si trovi proprio in Kazakistan: si tratta della costruzione di centrali idroelettriche sul fiume Tentek per una capacità elettrica da record, stimata a circa 480 MW.

La cautela di Pechino nel rapportarsi con le realtà centrasiatiche a monte è ben riassunta da uno dei portavoce del Ministero degli esteri, Wang Wenbin (汪文斌), che durante l’usuale conferenza stampa del 30 aprile scorso, ha ricordato la sostanziale equivalenza delle relazioni bilaterali tra la Cina e il Kirghizistan e il Tagikistan, enfatizzando l’importanza che i due paesi risolvano in tempi brevi la controversia al fine di mantenere la pace e la stabilità regionali che, da sempre, svolgono un ruolo di primo piano nel portare avanti la “diplomazia di vicinato” cinese (周边外交 Zhōubiān wàijiāo) così come Pechino l’ha articolata per i suoi partner occidentali.

Di Giulia Sciorati

(Università di Trento e ISPI)

*Questo contributo rientra nell’ambito del progetto “The BRI and the Impact of Covid-19 on China’s International Projection” (BRIICoPIC) dell’Università di Trento.