Stato ombra e corruzione degli autisti cinesi

In by Simone

Cina.net – Post dalla Cina del nuovo millennio (O Barra O, 2012) è l’ultimo lavoro di Ivan Franceschini. Riflette sulla società cinese di oggi: l’impatto dei nuovi media, la questione del lavoro e dei diritti, la situazione di fornaci e miniere, i rapporti sempre più tesi tra Stato e società civile. China Files ve ne regala un capitolo (per gentile concessione dell’autore).
Nell’aprile del 2010, mentre ero di passaggio nella provincia dello Henan, mi è capitato di parlare a lungo con un giovane del posto. Si trattava di un dipendente di un’azienda privata locale, il quale, per arrotondare il suo magro stipendio, approfittava delle vetture aziendali per lavorare part time come autista.

Trovandoci proprio nella regione al centro dello scandalo delle fornaci, a un certo punto il discorso è inevitabilmente caduto su questa storia. Mentre cercavo di argomentare sull’importanza dei media cinesi nel portare alla luce questo caso e spiegavo al mio interlocutore la mia stima per quei giornalisti cinesi che, a dispetto di tutti i limiti del sistema in cui si trovano ad operare, ancora riescono a portare avanti un giornalismo investigativo che non ha niente da invidiare al nostro, egli, dubbioso, mi ha riferito alcune sue esperienze personali.

In particolare, mi ha raccontato come gli fosse capitato diverse volte di accompagnare giornalisti di piccoli media locali a visitare le miniere della zona. Per quanto ne sapeva, ogni volta che accadeva qualche incidente, la voce si spargeva a macchia d’olio nella zona e i giornalisti di piccole e misconosciute realtà mediatiche, anche a centinaia di chilometri di distanza, facevano a gara per recarsi sul posto. Il punto è che non lo facevano certo per indagare sulla situazione, quanto per reclamare dai padroni delle miniere un pagamento per “tenere la bocca chiusa”. […]

Gli autisti sono una presenza invisibile e silenziosa nella società cinese, una categoria che spesso ha accesso ad alcuni dei lati più oscuri di questa realtà. Si pensi ad esempio ai vari traffici di esseri umani che attraversano la Cina di oggi: quante cose potrebbero raccontare gli autisti che accettano di accompagnare i trafficanti e le loro “merci”? Oppure si pensi agli autisti che accompagnano giorno e notte i funzionari: quanti aneddoti potrebbero riferire sulla corruzione e le abitudini dei loro datori di lavoro?

In particolare, vale la pena soffermarsi su quest’ultima domanda, in quanto recenti studi e fatti di cronaca hanno messo in luce come l’intimità del rapporto tra gli autisti cinesi e i funzionari locali sia all’origine di tutta una serie di eclatanti casi di corruzione al livello più basso della piramide sociale.

La prima volta che ho avuto modo di riflettere su questa questione è stato quando ho letto un mirabile saggio di Graeme Smith pubblicato nel luglio 2009 sul China Journal. Tra il 2004 e il 2008, Smith ha condotto una ricerca sul campo in una contea della Cina centrale, intervistando quadri, funzionari governativi, uomini d’affari e contadini. Da questo ha tratto una formidabile analisi dei rapporti di potere e delle macchinazioni politiche nella Cina rurale, delineando un quadro drammatico in cui nepotismo e corruzione dominano incontrastati.

Smith in particolare descrive il cosiddetto “Stato-ombra”, quello che, citando Barbara Harriss-White, un’altra accademica, è stato definito come “una serie di intermediari che si assicurano che l’economia informale si rifornisca a basso prezzo di beni, diritti o favori dallo Stato (o che semplicemente li rubano), e che possono vendere beni e servizi allo Stato a prezzi più elevati di quelli che si avrebbero in un ‘mercato aperto’”. Alle spalle di questo “Stato-ombra” c’è tutta una serie di attori che ruota attorno ai funzionari locali: la cerchia degli amici e parenti dei quadri, i loro assistenti personali e, inaspettatamente, gli autisti. […]

Questa lettura mi è tornata alla mente a metà aprile del 2010, quando Banyuetan, una rivista edita dalla Xinhua, ha pubblicato un’indagine sulla questione della corruzione degli autisti dei funzionari locali. Nel rapporto si citavano alcuni casi giudiziari degli ultimi anni.

Il primo di questi risaliva al 2007 e riguardava Wu Jun, l’autista di un ex-direttore dell’Ufficio per la terra e le risorse della città di Chenzhou nello Hunan, il quale avrebbe ricevuto 368.000 yuan in tangenti e avrebbe funto da prestanome per altri 100.000 yuan intascati dal suo datore di lavoro (niente in confronto alla mole di tangenti intascata da quest’ultimo, calcolata intorno ai due milioni di yuan).

Nel luglio del 2008 poi il tribunale popolare del distretto di Changning a Shanghai aveva riconosciuto un secondo autista, collaboratore di un dirigente di una grossa impresa di Stato, colpevole di aver agito da intermediario tra i corruttori ed i corrotti, “fungendo da combustibile per il fenomeno della corruzione nella società”, condannandolo ad un anno di carcere. Infine, nel settembre del 2009, Lü Weiqiang, autista di diversi funzionari locali della città di Lishui nel Zhejiang, era stato condannato a morte per aver raccolto illegalmente ben 260 milioni di yuan con il pretesto di investimenti e commerci con l’estero. […]

Commentando l’articolo di Banyuetan, il Global Times riportava un’opinione di Chen Wentong, un docente della Scuola centrale del Partito, il quale pur riconoscendo che le radici della corruzione stanno in un’eccessiva centralizzazione del potere e in una supervisione troppo lasca, riteneva che non fosse il caso di considerare gli autisti un nuovo gruppo sociale “corrotto” solamente sulla base di pochi casi.

In un’analisi pubblicata nell’aprile del 2010 su Asia Times, Francesco Sisci, giornalista italiano che da oltre vent’anni è una presenza fissa in Cina, proponeva poi una più generale lettura della realtà della corruzione in Cina. Per citare le sue parole: “L’ambiente generale è grigio, al meglio. Molti funzionari credono che le loro carriere non siano altro che delle opportunità per fare affari, mentre gli uomini d’affari si aggirano alla ricerca del funzionario giusto per essere comprato”.

Questo problema si presta a molteplici soluzioni, una delle quali è un disallineamento degli interessi di funzionari e imprenditori, cosa che peraltro sta già avvenendo attraverso l’introduzione di un sistema di incentivi positivi per i funzionari onesti. Eppure, l’evidenza dimostra che il problema permane.

Per citare ancora Sisci, “in realtà, questo funziona per una minoranza di funzionari, quelli che vengono promossi. La maggioranza degli ufficiali, che se ne stanno al loro posto senza alcuna intenzione di salire la scala, hanno un interesse obiettivo nel contrario – fare soldi finché possono e finché sono ancora al potere, perché presto in ogni caso saranno cacciati”.

Nel frattempo, un intero sistema vive e prospera all’ombra di questi funzionari corrotti, un sistema parassitario di cui gli autisti sono solamente l’ultima e originale manifestazione.

* Ivan Franceschini è dottorando di ricerca presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dal 2006 vive e lavora in Cina, dove si occupa principalmente di questioni legate al mondo del lavoro. Nel 2009 ha pubblicato il volume Cronache dalle fornaci cinesi e nel 2010 con Renzo Cavalieri ha curato Germogli di società civile in Cina. Scrive regolarmente su Cineresie.info, blog di approfondimento sulla Cina contemporanea, di cui è co-fondatore.  Ha curato ricognizione sul campo, scrittura e interviste per il documentario sui giovani operai di Shenzhen Dreamwork China. Cina.net – Post dalla Cina del nuovo millennio è il suo nuovo lavoro.