Il sistema strategico elaborato da Mao trova le sue radici nel periodo della guerra civile e della resistenza al Giappone. Nel periodo di Yan’an Mao ebbe modo di dedicarsi alla scrittura e all’organizzazione del suo pensiero, ponendo le basi delle dottrine militari e strategiche alla base dell’operato della Repubblica Popolare Cinese nell’ambito delle relazioni internazionali. Oltre all’influenza del marxismo-leninismo, le caratteristiche del pensiero militare maoista mostrano molti punti in comune con il pensiero tradizionale, permettendone la contestualizzazione nella cultura strategica cinese. La teoria insurrezionale maoista ebbe anche una grande eco internazionale e influenzò numerosi movimenti rivoluzionari in Asia e in altre parti del mondo.

La teoria maoista della rivoluzione

La dottrina maoista sulla rivoluzione è caratterizzata da una differenza sostanziale rispetto all’ideologia marxista-leninista ortodossa. La seconda vede nel proletariato urbano la classe che, guidata dal partito, si appropria del potere politico per costruire il socialismo. Nella teoria maoista sono invece le masse rurali ad essere il principale motore della rivoluzione: questa considerazione ha radici sia nel background culturale confuciano di Mao, sia nello studio delle innovazioni dottrinali apportate da Lenin.

L’interesse di Mao verso le classi rurali è, in primo luogo, dovuto alle sue stesse origini. Nato nel 1893 in un villaggio dell’Hunan da una famiglia di contadini agiati, è cresciuto nella realtà contadina cinese. Nonostante la sua famiglia poté garantirgli l’accesso agli studi universitari, aveva ben presente le condizioni di vita dei contadini nella realtà cinese alla fine della dinastia Qing. Appassionato lettore fin da giovane, studiò prevalentemente la letteratura e la filosofia classiche, per poi entrare a contatto con i testi occidentali in traduzione ai tempi dell’università a Changsha. In città venne a contatto con i circoli intellettuali cinesi e in particolare quello legato alla rivista “Nuova Gioventù”. La difficile situazione politica della Cina, vessata da disuguaglianze interne e politiche imperialiste delle potenze occidentali (Giappone compreso), spinge il movimento verso una veemente iconoclastia culturale, volta a denunciare il retaggio culturale cinese tradizionale indicandolo come colpevole delle condizioni in cui versava il paese. Mao non si allineò mai a tali conclusioni, ma si avvicinò gradualmente al marxismo fino alla “conversione” avvenuta nell’estate del 1920. Il marxismo, specialmente alla luce delle idee di Lenin, sembrava la ricetta giusta per risolvere i numerosi problemi della Cina. La Rivoluzione del 1917 sembrava promettere un’ondata rivoluzionaria mondiale che sarebbe arrivata anche in Cina e avrebbe spazzato via le disuguaglianze interne e avrebbe rotto le catene dell’imperialismo capitalista: questo portò molti giovani cinesi, tra cui Mao, ad avvicinarsi al marxismo-leninismo. Tuttavia una caratteristica comune a tutta la prima leadership del Partito Comunista Cinese è la conoscenza molto superficiale della teoria marxista-leninista, che se da un lato mise i comunisti cinesi in una posizione subordinata al Comintern e a Mosca, dall’altra permise l’ascesa di modelli di pensiero meno dogmatici. La prima effettiva caratterizzazione del pensiero di Mao rispetto al marxismo-leninismo classico ha le sue radici nello studio sui contadini dell’Hunan. Nel 1925 i contadini della regione si organizzarono in ribellioni spontanee, stimolando ancora di più l’interesse di Mao per quella classe sociale. Le ribellioni contadine sono una costante della storia imperiale cinese e molte di queste sollevazioni sono annoverabili tra le concause della fine di molti cicli dinastici. Ben conscio di questo aspetto, Mao scrisse: «Queste lotte di classe dei contadini […] costituirono appunto la forza motrice reale dello sviluppo storico nella società feudale cinese».

Analizzando minuziosamente la condizione delle masse rurali, Mao giunse alla conclusione che la vera classe rivoluzionaria nel contesto cinese fosse quella contadina e non il proletariato urbano. Pianificare la rivoluzione nazionale sulle masse rurali avrebbe consentito al PCC di avere un bacino di reclutamento maggiore rispetto all’esiguo numero di operai nelle città. Per quanto questa linea fosse giudicata estremamente eterodossa dall’allora leadership del partito e dagli agenti sovietici del Comintern, Mao la considerava perfettamente in linea con quello che rappresentava il nucleo dell’ideologia marxista-leninista. Citando Lenin, Mao afferma che il socialismo è «l’analisi concreta delle situazioni concrete», indicando che il pensiero di Marx, Engels e Lenin va letto assimilandone il punto di vista e non applicandone le conclusioni a priori. Applicare la metodologia marxista-leninista in Cina significa innanzitutto elaborare strategie rivoluzionarie in grado di adattarsi al contesto cinese, e la scelta di Mao di basare la rivoluzione sulla mobilitazione politico-militare delle masse rurali risponde a questa logica.

Secondo Mao la rivoluzione in Cina dev’essere quindi portata avanti dalle masse rurali, sotto la guida avanguardistica del Partito Comunista Cinese. La linea portata avanti da Mao venne a lungo osteggiata dagli altri leader del partito, vicini a posizioni più ortodosse. Tuttavia gli eventi storici giocarono a favore di Mao: la grande campagna contro il PCC avviata dal Guomindang nel 1927 spinse i comunisti fuori dal contesto urbano, obbligandoli a riparare nelle campagne. Proprio qua Mao aveva già iniziato ad organizzare i contadini nelle organizzazioni di massa e nel partito, in vista della creazione dell’c. Il “tradimento” di Jiang Jieshi rese ben chiaro a Mao che Jiang poteva riunificare la Cina e ottenere il potere perché aveva a disposizione un esercito forte. Mao comprese che «il potere politico nasce dalla canna del fucile» e la lotta per la conquista del potere politico nella Cina del suo tempo passava necessariamente attraverso la guerra e il controllo politico-militare del territorio. Gli attori della scena politica interna basavano tutti il proprio potere sugli eserciti, dal Guomindang fino ai signori della guerra meno importanti. Se i comunisti volevano ottenere il potere per instaurare la dittatura democratica del proletariato, avrebbero dovuto organizzarsi in esercito e affrontare la guerra studiando attentamente le condizioni specifiche della guerra in Cina. Una volta persa la sua struttura urbana, il PCC ha dovuto necessariamente organizzarsi nelle campagne. L’esperienza dei soviet rurali e, soprattutto, la Lunga Marcia, fecero di Mao il leader ideale della rivoluzione cinese, in quanto esperto conoscitore sia di mobilitazione contadina, sia di tattiche e strategia militare.

 

Titolo originale: “Il pensiero di Mao Zedong e la dottrina militare della RPC Analisi ed evoluzione”, Corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate, Università Cà Foscari 2016/2017. Relatore: Prof. Roberto Peruzzi, Correlatore Prof. Duccio Basosi

Giorgio Grosso ha conseguito la Laurea magistrale in Relazioni Internazionali Comparate all’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2018, dopo la Laurea triennale in Scienze Politiche all’Università degli studi di Cagliari e un’esperienza alla Capital Normal University di Pechino nel 2017. Specializzato in relazioni internazionali dell’Asia Orientale e sulle problematiche di sicurezza, attualmente sta completando il Master in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale, organizzato da Ca’ Foscari e Marina Militare, presso il quale svolge il tirocinio come assistente di cattedra presso l’Istituto di Studi Militari Marittimi della Marina.