Con il governo Lega-5S le relazioni tra Italia e Cina hanno avuto un’incredibile accelerata. Il motore è stato il Movimento attraverso «missioni» in Cina del ministro Di Maio, del suo entourage e del ministro Tria; Salvini, al contrario, nonostante avesse annunciato una visita in Cina subito dopo le elezioni, di recente ha inanellato una serie di esternazioni decisamente critiche contro Pechino.

Rimane il fatto che in questi giorni a Roma c’è stata la visita del ministro degli esteri cinese Wang Yi; spedizione principalmente rivolta a preparare l’arrivo in Italia di Xi Jinping, il presidente cinese, previsto nella capitale tra il 19 e il 21 marzo.

Venerdì alla Farnesina – in occasione della nona riunione del comitato congiunto Italia-Cina – Wang Yi, alla presenza del ministro degli esteri italiano Moavero, ha ribadito gli ottimi rapporti tra Italia e Cina, citando più volte la «nuova via della seta», la cooperazione «win-win» e l’inizio di una «nuova era» anche nelle relazioni diplomatiche.

Proprio il mega progetto di Pechino (One Belt One Road) dovrebbe essere il tema centrale della visita di Xi: l’Italia sarebbe infatti pronta a firmare un memorandum d’intesa sulla nuova via della seta, dopo Grecia, Ungheria e Portogallo.

Per la Cina si tratterebbe di un risultato importante: l’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Unione europea, nonché tra i G7, e tradizionalmente a «trazione atlantica».

Una firma del genere – l’Italia è già socia fondatrice dell’Asian Infrastructure Investment Bank, il «cuore propulsivo» economico e finanziario della nuova via della seta – porterebbe se non a una completa giravolta, quanto meno a un cambiamento nella politica estera italiana non di poco conto. Significherebbe cominciare a ragionare ad alleanze mondiali meno dipendenti dalla volontà di Washington: non a caso sono attese firme su accordi che legano la Huawei a vari progetti italiani, alla faccia della campagna feroce che gli Usa stanno conducendo contro il gigante tecnologico cinese.

La firma per il memorandum, secondo rumors, è data per scontato (se non a marzo ad aprile in occasione del secondo incontro internazionale dei Brics a Pechino) ma non tutto è completamente definito.

Ci sono almeno due incognite, o insidie, per il governo italiano: la prima è di natura puramente interna e dipendente dalla relazione ondivaga tra le due forze al governo; la seconda è di natura europea: Xi Jinping prima di atterrare a Roma, sarà a Parigi. Se anche in Francia si dovesse provvedere a una firma del memorandum, l’«effetto» dell’adesione italiana alla nuova via della Seta sarebbe senza dubbio depotenziato. Nonostante questo, almeno in termini di orientamento internazionale del governo, l’adesione italiana alla nuova via della seta sarebbe un punto di svolta rilevante.

A questo proposito, i problemi interni al governo non sono da sottovalutare, considerando le ultime esternazioni di Matteo Salvini favorevoli a Trump e molto critici nei confronti della Cina, con particolare riferimento all’iper attivismo cinese in Africa (fenomeno, invece, completamente dimenticato da Di Maio nell’ambito della polemica sulle ingerenze coloniali francesi in Africa).

Del resto, alcuni mesi fa, quando venne lanciata la Task Force Cina dal ministero dello sviluppo economico, il sottosegretario Michele Geraci aveva specificato che la cooperazione cinese non avrebbe messo assolutamente in discussione la «vocazione atlantica» dell’Italia.

Certo, nel caso della firma durante la visita di Xi Jinping a Roma, bisognerà valutare attentamente le reazioni provenienti dagli Stati uniti, così come quelle interne: per quanto il governo possa tentare di comunicare piena equidistanza, legarsi al progetto della nuova via della seta può portare a vantaggi immediati, ma non si tratterà di un patto a costo zero.

[Pubblicato su il manifesto]