Iniziata ufficialmente subito dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 e consolidatasi nel 2000 con la fondazione del FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation), la cooperazione Cina-Africa vanta oggi un lungo percorso, i cui ultimi obiettivi comuni sono peraltro visibili nei progetti inclusi nella Belt and Road Initiative (BRI).

Questa collaborazione politica e commerciale viene a mancare quando si tratta dei processi di immigrazione delle persone africane in Cina. Nonostante la sempre maggiore presenza di comunità africane nel paese, gli immigrati provenienti dal continente (i commercianti soprattutto) restano degli “indesiderati” il cui spostamento legale dipende dalle stringenti normative del rilascio dei visti. Ad aggravare la situazione c’è in atto un processo di razzializzazione che porta a una serie di discriminazioni dirette vissute quotidianamente da queste persone.

Due eventi recenti hanno portato a discutere sulla questione del razzismo in Cina. Il primo riguarda lo scandalo in cui è rimasta coinvolta nel 2019 la Shandong University, accusata di incentivare le coppie miste tra studentesse cinesi e studenti stranieri neri per via di un programma di affiancamento degli studenti internazionali. Il secondo fatto riguarda gli episodi di discriminazione verso africani neri registrati a Guangzhou (la città cinese con la maggiore presenza africana) a partire dall’aprile 2020. Interviste, articoli e video raccontano di persone cacciate dai propri appartamenti, rifiutati dai ristoranti o forzati a sopporsi al test molecolare anti Covid-19 perché accusati di portare e diffondere il coronavirus in Cina, nonostante non avessero lasciato il paese di recente e avessero rispettato le regole di contenimento.

Per approfondire la questione, sono state realizzate delle interviste rivolte a diciassette studenti africani e di origine africana, neri e bianchi, che vivono o hanno vissuto nella RPC. Nonostante i loro racconti non possano avere una valenza di carattere generale, dalle loro testimonianze emergono due punti fondamentali per la ricerca. Il primo suggerisce che il trattamento riservato allo straniero dipenda dal colore della pelle e dalla nazionalità del rispondente. Tendenzialmente sono gli studenti con un colore della pelle più scuro a subire più commenti o comportamenti discriminatori; questo, secondo i risultati delle interviste, non esclude un sentimento di ostilità verso gli stranieri in generale. La differenza sta nel fatto che, mentre i bianchi riescono a trovarsi in situazioni per loro vantaggiose, ciò difficilmente accade ai neri. Basta pensare che in ambito lavorativo bianchi e neri ricevono paghe diverse, oltre alla difficoltà che questi ultimi incontrano nel trovare lavoro.

Il secondo punto di riflessione riguarda la percezione del razzismo in Cina, diversa a seconda dell’idea che il rispondente ha di razzismo. Alcuni studenti affermano che nella RPC non ci sia un sentimento razzista, pur citando episodi in cui il trattamento diverso può rientrare nell’alveo di episodi e comportamenti definibili come razzisti. Altri ritengono che il razzismo sia un fenomeno presente in tutto il mondo allo stesso modo.

Per poter discutere del razzismo presente nella RPC è necessario individuare la sua forma e il modo in cui si manifesta. Serve una premessa: il razzismo è un processo che si sviluppa sulla base del contesto sociale in cui nasce. Partendo dallo studio dell’evoluzione del concetto di razza in Cina di Dikötter1 (1992) è possibile individuare dei fenomeni fondanti l’attuale pensiero cinese. Il primo è l’etnocentrismo, presentato prima come distinzione hua 华 e yi 裔 (cinese e barbaro) e poi come distinzione tra “noi Han” e “loro”. Il secondo è il nazionalismo, sorto con la formazione dello Stato-nazione e col contributo dall’umiliazione subita dalle potenze straniere. Questo sentimento è molto vivo oggi in Cina si manifesta soprattutto tramite i social. Si può parlare di paura del diverso, e quindi di xenofobia, pensiero presente in tutto il percorso di definizione della razza cinese. Considerando una serie di fenomeni– la formazione di un pensiero razziale perdurato nel tempo e che si è trasformato seguendo le trasformazioni della società; le manifestazioni contro gli studenti stranieri africani tra gli anni Settanta e Ottanta e quelle sorte a causa delle discriminazioni subite dalla comunità africana a Guangzhou; infine, gli episodi di discriminazione verificatesi con il Covid-19 – si potrebbe supporre che la xenofobia, l’etnocentrismo e il nazionalismo si siano combinati in un razzismo dalle caratteristiche cinesi Tuttavia, sembra che nella RPC manchi una consapevolezza sul tema: ancora oggi molti studiosi considerano il razzismo un concetto appartenente solo alla storia occidentale; altri invece danno la colpa alla chiusura del Paese e a una diffusa ignoranza.

Finché non ci si muoverà verso una definizione del razzismo nel contesto cinese e verso una comprensione della sua origine e delle sue dinamiche, sarà difficile individuarlo e, quindi, eliminarlo. Ecco perché è necessario approfondire il tema e continuare con la ricerca. Questo obiettivo diventa importante per la Cina se si considerano le crescenti relazioni che la legano al continente africano. Per mantenere la sua posizione di modello di sviluppo degli Stati africani, la RPC dovrà non solo attuare delle politiche per la migrazione efficaci, ma anche realizzare una serie di pratiche volte all’internazionalizzazione e alla conoscenza dell’“altro”, al fine di sradicare pregiudizi e stereotipi negativi. Se la Cina vuole mantenere un legame profondo con l’Africa avrebbe bisogno, sia su un piano formale che informale, di promuovere una maggiore conoscenza reciproca che risulterebbe in una riduzione di stereotipi negativi e pregiudizi razziali, arrivando, infine, all’eliminazione del razzismo. Questo porterebbe dei benefici non solo agli studenti e alle comunità africane, ma anche all’intera collettività del paese.

Di Alessia Parisi*

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1 Dikötter Frank (1992), The Discourse of Race in Modern China, Hong Kong, Hong Kong University Press

*Alessia Parisi è laureata in lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale presso l’università di Bergamo, ha studiato lingua cinese alla Shandong University e alla Nanjing Normal University

**Questa tesi è stata discussa all’Università di Bergamo nell’anno academico 2019/20 con il titolo “Il razzismo verso gli africani in Cina: analisi dei fatti di cronaca e delle esperienze di studenti africani e di origine africana nel Paese “

Relatore: Prof.ssa Sonia Pozzi