Iperconnessa, ecosostenibile, tecnologica e internazionale: sono le caratteristiche che deve avere “una città socialista modello”, secondo il governo cinese. Già laboratorio delle riforme di mercato, sarà ancora una volta Shenzhen, nella provincia meridionale del Guangdong, a fungere da area pilota del “socialismo con caratteristiche cinesi”, come annunciato in un documento pubblicato congiuntamente dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e dal Consiglio di Stato il 18 agosto 2019. E’ un piano che, stando alle intenzioni delle autorità comuniste, catapulterà la megalopoli ai vertici mondiali in materia di innovazione, servizi pubblici e sostenibilità ambientale, gettando le basi per un modello replicabile nel resto del paese. Si parla di “sviluppo di alta qualità” ma anche di “legalità, ordine e civiltà”. Requisiti essenziali affinché la metropoli rispecchi standard non solo cinesi ma anche internazionali. Il percorso, che si sviluppa in due tappe intermedie (la prima nel 2025 e la seconda nel 2030), dovrà trasformare Shenzhen in una città tecnologica e finanziaria “modello” per il resto del mondo entro il 2050.

La storia sembra ripetersi: un tempo villaggio di pescatori, Shenzhen fu designata alla fine dell’esperienza maoista zona economica speciale. Significava portare nella Repubblica popolare investimenti stranieri facendo leva sulla vicinanza a Hong Kong e sul basso costo di terra e manodopera. “Arricchirsi è glorioso” sentenziò Deng Xiaoping quando raggiunse la città nel 1992 per cancellare il ricordo del sangue sparso pochi anni prima in piazza Tian’anmen. Dopo quattro decadi, grazie a un mix di pianificazione centralizzata e libero mercato, il Pil di Shenzhen ha superato quello dell’ex colonia britannica (oltre 2,4 mila miliardi di yuan). Una crescita trainata per il 70% dal settore manifatturiero e dall’hi-tech, tanto che oggi, soprannominata la “Silicon Valley” cinese, la metropoli ospita alcuni tra i principali colossi dell’innovazione, da Tencent a Huawei. La leadership comunista ha in serbo un futuro anche più glorioso: trasformare Shenzhen nel centro nevralgico della Greater Bay Area, una macroregione altamente integrata che nel giro di quindici anni dovrebbe riuscire a rivaleggiare in termini d’innovazione con la Baia di San Francisco. Come? Mettendo in connessione 11 città (Hong Kong compresa) per un totale di quasi 70 milioni di abitanti e un Pil di 1,5 mila miliardi di dollari. L’area interessata è quella del delta del fiume delle Perle, il cuore industriale del paese che, stando alla Banca Mondiale, dal 2015 costituisce l’agglomerato urbano più grande del mondo, tanto per estensione quanto per popolazione. Qui hanno sede 21 aziende della Fortune Global 500 List con interessi dall’automotive all’immobiliare passando per l’IT e la finanza.

Quello degli chengshi qun (cluster urbani) è un concetto relativamente recente in Cina. Comparso nei documenti ufficiali nel 2011, cerca di risolvere la frammentazione interna che caratterizza (e penalizza) il mercato cinese attraverso l’integrazione interregionale: nuove reti di trasporto, scambio dei fattori produttivi e l’abbattimento delle barriere amministrative. L’obiettivo è sì massimizzare l’efficienza economica, ma anche correggere le storture del modello di urbanizzazione a tappe forzate che solo tra il 2011 e il 2013 ha visto la Cina impiegare più cemento di quanto gli Stati Uniti ne abbiano usato in tutto il XX secolo. Secondo i piani di Pechino, entro il 2035 il 70% della popolazione cinese (circa 1 miliardo di persone) risiederà in città. Ma dovranno essere i centri più piccoli ad assorbire i nuovi flussi migratori per alleggerire le megalopoli già sovrappopolate. Proprio come Shenzhen… [Segue su Singola]