Peggio fa solo l’Eritrea. Secondo i dati diffusi dall’Unione Internazionale delle Comunicazioni, la Corea del Nord è il Paese al mondo con il minor tasso di utenti di telefonia mobile dopo il piccolo Stato dell’Africa orientale.

Eppure, qualcosa si muove all’interno del «regno eremita». Dal novembre 2002, quando viene lanciato il primo servizio di telefonia mobile in Corea del Nord, la diffusione dei telefonini si è imposta come un dato evidente, seppure non ancora di massa.

Secondo Kim Suk-young, direttrice di «Studi Teatrali e Performance Studies» all’Università della California di Los Angeles ed esperta di cultura coreana, ad oggi sarebbero circa 6 milioni i nordcoreani con un telefonino, grazie a «una diffusione che si è sviluppata sotto lo sguardo attento dello Stato, il quale si è assicurato investimenti esteri per raggiungere gli standard tecnologici internazionali». Si tratta di dati per forza di cose parziali vista la presenza di dispositivi importati clandestinamente dalla Cina ed utilizzati illegalmente.

Oggi, nel Paese, i servizi di telefonia mobile sono offerti principalmente da Koryolink, una joint venture nata nel 2008 dalla partnership tra l’egiziana Orascom e la compagnia nordcoreana per la posta e le comunicazioni. È con Koryolink che il telefonino smette di essere dispositivo per pochissimi e inizia a prendere piede in maniera tangibile, almeno a Pyongyang e nei principali centri urbani, con i primi tablet e smartphone a circolare nel mercato nordcoreano circa cinque anni fa. L’ultimo modello, il Kiltongmu («compagno» o «accompagnatore»), come molti altri prima di lui probabilmente importato dalla Cina e riadattato con un software locale, è uscito a settembre e somiglia notevolmente al ben più noto Samsung Note 8.

Con questi dispositivi, anche in Corea del Nord vengono introdotte le app: giochi, business, lifestyle, dizionari e traduttori (in particolare per cinese e inglese), intrattenimento e utility (soprattutto mappe) sono tra quelle più diffuse nel Paese.

Scaricare una app, tuttavia, è un’operazione impossibile. Gli smartphone nordcoreani, infatti, forniscono una serie di software preinstallati: il Kiltongmu, secondo l’esperto di tecnologia nordcoreana Martyn Williams, offrirebbe una trentina tra app, software di traduzione e programmi di intrattenimento. Un numero imprecisato e diverse tipologie di app sono inoltre disponibili presso veri e propri app store, negozi solitamente collegati ad altri esercizi commerciali in cui è possibile acquistare, materialmente, i software da installare su smartphone e tablet. Questi esercizi registrano già una certa diffusione nel Paese, ed in particolare nella capitale.

In un quadro in cui sembrano profilarsi sviluppi positivi per il progresso tecnologico di un Paese costretto tra le difficoltà economiche interne e le sanzioni internazionali, resta tuttavia da capire quali implicazioni sociali e politiche saranno determinate dalla crescente diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione. In una ricerca accademica pubblicata nel 2018, gli studiosi Kang Ju-hee, Richard Ling e Arlub Chib hanno evidenziato come la decisione di un numero significativo di persone fuggite dalla Corea del Nord sia maturata a seguito di comunicazioni telefoniche, rese possibili grazie all’utilizzo di cellulari contrabbandati dalla Cina, con i familiari scappati in Corea del Sud.

I tre studiosi hanno quindi descritto l’utilizzo delle nuove tecnologie di telefonia mobile da parte dei nordcoreani in fuga – nella gran parte dei casi donne – come il mezzo per «esercitare l’opera essenziale di ricerca della libertà».

Dispositivi elettronici e smartphone hanno inoltre un ruolo centrale per il trasferimento di rimesse verso il Paese, in particolare dalla Corea del Sud, costituendo un mezzo estremamente importante per il sostentamento economico delle famiglie nordcoreane.

Tuttavia, anche – e forse qui più che altrove – in Corea del Nord sviluppo e diffusione di smartphone e app alimentano dimensioni critiche rispetto al rapporto tra potere e tecnologia. L’utilizzo di app e smartphone costituirebbe quindi il presupposto per rafforzare l’autonomia dell’individuo e aprire spazi più ampi di liberà attraverso la realizzazione di un sistema di comunicazione ampio e reticolare? Oppure le nuove tecnologie favoriranno l’esercizio del controllo sociale da parte del potere politico, rendendolo sempre più preciso e capillare? Sarà una primavera nordcoreana o un’ulteriore torsione autoritaria a costituire la prossima tappa di questo processo?

Secondo uno studio dell’esperto Kim Yon-hoo, le risposte a questi interrogativi sarebbero già abbastanza chiare: la diffusione degli smartphone in Corea del Nord avrebbe infatti rappresentato un ulteriore fattore per il monitoraggio costante della popolazione. La (parziale) liberalizzazione dell’uso di smartphone e cellulari testimonierebbe quindi «la fiducia del regime rispetto alla propria capacità di controllare la società».

«Se in passato le agenzie di sicurezza dovevano spiare i cittadini fisicamente – conferma Kim Suk-young – oggi è sufficiente intercettare le loro conversazioni telefoniche».

Secondo la studiosa, tuttavia, il bilancio complessivo sarebbe più articolato: «lo sviluppo tecnologico – sostiene – potenzia sia la capacità di controllo dello Stato che le libertà civili. Più complessa sarà la sorveglianza, più astuti i metodi per aggirarla. Più sofisticati saranno questi metodi, e più oppressiva la sorveglianza».

La via nordcoreana alle più moderne tecnologie di comunicazione fa dunque il suo corso, tra molti ostacoli, grandi restrizioni e qualche prospettiva positiva.
Pur nella specificità del contesto in cui agisce, lo sviluppo di app, smartphone e tecnologia in Corea del Nord pone questioni già conosciute ad altre latitudini: se lo sviluppo tecnologico rafforzerà diritti e libertà o finirà per rendere ancora più chirurgico l’esercizio del controllo ce lo dirà il tempo. Ad oggi, però, il caso nordcoreano una risposta sembra averla già data.

Di Alessandro Albana

[Pubblicato su il manifesto]