Fino a oggi solo scarne punizioni. Bacchettate sulle dita che hanno l’aspetto di multe. Ma che sono multe salate solo per chi ha lo sguardo appannato dal valore assoluto di una sanzione, e non da quello relativo. Per chi si fa offuscare da una cifra enorme, 5 miliardi di dollari, pensando che 5 miliardi di multa siano tanti per Facebook. Non è così. C’è chi pensa invece che quelle punizioni non siano più sufficienti.

Gli Stati Uniti hanno deciso di mettere sotto scacco le techno-corporation della Silicon Valley. Hanno deciso di farlo con una delle armi più potenti che il sistema possiede: l’antitrust. In questo momento sono in piedi diverse inchieste sui comportamenti delle grandi aziende digitali, comportamenti che avrebbero illegalmente soffocato la concorrenza. Diverse inchieste: una del Dipartimento di Giustizia, una della Agenzia federale sulle comunicazioni, condite da varie audizioni del Congresso, cui devono aggiungersi le indagini di oltre 50 procuratori generali di quasi tutti gli Stati. Per utilizzare un’immagine pop che piacerebbe ai tardo adolescenti della Silicon Valley, potremmo dire che hanno messo insieme gli Avengers della giustizia contro gli Avengers del digitale.

Questi ultimi se la passano piuttosto male, addirittura hanno subito l’onta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di consegnare le mail inviate e ricevute dagli amministratori delegati, per capire se lì dentro ci sono prove di comportamenti anti-concorrenziali. Per capirci le mail di Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergey Brin.

Per le grandi piattaforme assistere a questo spettacolo è come contemplare una specie di enorme, affilata e forse definitiva, spada di Damocle che pesa e si agita sulla loro testa. Nei prossimi mesi queste indagini arriveranno a un esito e questo esito potrebbe essere funesto oppure no, letale oppure no.

Capiremo, insomma, se gli Stati Uniti considerano le techno-corporation un problema o una risorsa.

Capiremo inoltre se il sistema americano ha la capacità di valutare le techno-corporation in maniera unitaria circa gli interessi e la sicurezza nazionale e quindi di proiezione strategica verso l’esterno.

Capiremo infine se da queste indagini risulterà un nuovo assetto, problematico per gli Stati Uniti e vantaggioso per la Cina, dello spazio digitale e dei suoi protagonisti.

Che le techno-corporation rappresentino monopoli può essere considerato un dato di fatto, una considerazione scontata se si guarda esclusivamente ai rispettivi mercati e se si circoscrive l’analisi al mondo occidentale. D’altronde la tensione a diventare monopolisti rappresenta un dato essenziale della loro rapace cultura d’impresa. Un aneddoto spesso citato riguarda Peter Thiel, tra i fondatori di PayPal e tra i primi investitori e consiglieri di amministrazione di Facebook, che nel suo corso all’università di Stanford insegnava proprio come costruire monopoli. Siccome nella Silicon Valley sono tutti secchioni, questa materia l’hanno studiata alla perfezione e hanno imparato e applicato la lezione: Google è un quasi monopolista nel settore delle ricerche sul web, Facebook lo è nei social network, Amazon nel commercio elettronico.

Le accuse

Tutte e tre, Amazon, Facebook e Google, sono leader nel settore della pubblicità online, il che equivale a dire che ciascuna di esse è monopolista nella pubblicità online applicata al proprio ambito: social network, e-commerce, ricerca. Apple non è monopolista nella vendita degli smartphone e dei servizi ma – secondo le accuse – favorisce i suoi prodotti nello store (l’App Store) delle applicazioni. Quasi tutte hanno acquisito aziende per consolidare una posizione dominante (pratica frequente in molti mercati). I casi più rilevanti sono rappresentati da Google che ha comprato Double Click e YouTube, e da Facebook che ha acquistato WhatsApp e Instagram. Vi sono pagine web dedicate esclusivamente a elencare le acquisizioni delle techno-corporation: 227 sono quelle targate Alphabet (l’azienda che controlla Google), Amazon ne ha realizzate 99, mentre Facebook si ferma a sole 76 tra acquisizioni e fusioni.

Potremmo dire che tutte le grandi aziende della Silicon Valley hanno fatto shopping per incorporare la concorrenza o per internalizzare rapidamente competenze che non possedevano. E nel corso del tempo hanno sempre più recintato il proprio perimetro d’azione, per far sì che l’utente-cliente rimanesse sempre di più all’interno delle applicazioni, cercando di offrigli il maggior numero di servizi possibile. E quando l’utente è così confinato nel recinto di una techno-corporation, tende a scegliere per lo più le applicazioni o le soluzioni che sono dentro a quel recinto: un cliente Amazon sceglierà con più facilità un prodotto targato Amazon, un utente di Google sceglierà un video di YouTube.

Le piattaforme di vendita di beni di terze parti o meno (Amazon, l’App Store di Apple) e quelle di servizi (per la vendita di pubblicità, Facebook Business Manager e AdWords di Google), unite alla conoscenza molecolare dei dati dei clienti-utenti chiudono non metaforicamente il cerchio. Costituiscono un altro recinto, forse il più importante, in cui le techno-corporation decidono chi sta dentro e a quali condizioni, a quale prezzo. D’altronde è casa loro e fanno come vogliono.

Se queste sono le accuse cerchiamo di capire cosa potrebbe accadere se tutti quei giudici messi assieme decidessero di comminare sanzioni.

Uno.

Lo scenario più confortevole, ideale potremmo azzardare, per la Silicon Valley sta nel continuare a utilizzare le multe come la sanzione massima applicabile. A ben guardare, una qualsiasi multa apparirebbe come un bastone che nasconde la proverbiale carota. Una sanzione pecuniaria, per quanto salata, non può mettere in crisi l’attuale assetto delle techno-corporation, non ne mette in crisi il potere e le capacità di crescita, non ne mette soprattutto in crisi la tenuta finanziaria. Anche immaginando multe dal valore superiore ai 5 miliardi di dollari la Silicon Valley è, e sarà, in grado di assorbirle.

Stiamo parlando di aziende che hanno riserve di liquidità che vanno dai 44 miliardi di dollari di Facebook ai 245 miliardi di Apple, passando per gli oltre 120 di Alphabet. Se invece guardiamo al volume d’affari: Alphabet ha fatturato nel 2018 oltre 135 miliardi di dollari e profitti netti per quasi 10 miliardi di dollari, Facebook 55,8 miliardi e utili per poco più di 22 miliardi.

La multa, insomma, andrebbe interpretata come un avvertimento, l’ultimo avvertimento inviato da un ipotetico e benevolo soggetto regolatore, il cui sottotesto sarebbe: da adesso in avanti basta acquisizioni che consolidano una posizione dominante. Se dovesse emergere un nuovo unicorno, un nuovo campione digitale, nei settori di mercato in cui siete leader, lasciate che sia. Affrontate i rischi del mercato come fanno – più o meno – tutti gli altri.

Due.

La parola break-up, smembramento, sembra essere il vero terrore della Silicon Valley. Ed è una parola che negli ultimi mesi ha cominciato a essere pronunciata con frequenza sempre maggiore nei dibattiti per le presidenziali – per lo più da parte democratica, e tra i candidati Elizabeth Warren su tutte – ma anche nei corsivi, nei talk show, tra gli esperti. Una parola dal suono sinistro che prevede il lacerare, il fare a pezzi, lo smembrare appunto, creature che sono state pensate e assemblate per crescere nel segno di un allargamento costante del proprio perimetro di attività, un allargamento che fagocita e integra; smembrare, in questo senso, è quasi un pensiero contro natura se applicato alle techno-corporation. E vedremo più avanti quanto sia contro-natura l’ipotesi di frazionamento se applicata al nucleo originario di qualunque piattaforma, cioè al software, agli algoritmi.

La parola smembramento e la senatrice sono i veri convitati di pietra delle registrazioni di Mark Zuckerberg che il sito The Verge ha pubblicato lo scorso 1° ottobre. In quegli audio il grande capo di Facebook ha ammesso che un eventuale break-up sarebbe un problema serio, così come una presidenza Warren e che tuttavia egli sarebbe pronto a una battaglia legale. Infine sostiene che di fronte sciogliere o spezzettare le techno-corporation non risolverebbe i problemi anzi potrebbe aumentarli, perché diminuirebbe gli investimenti in sicurezza.

Proviamo allora a costruire una pura ipotesi di scuola: capire se davvero le grandi aziende digitali possono essere smembrate, a quali costi, secondo quali modalità potrebbe attuarsi quello che, con termine sciatto e abusato, si definisce spezzatino. E vedere se davvero è ipotizzabile una suddivisione in parti.

Cominciamo da Facebook che tra le aziende della Silicon Valley è quella che più di tutte ha subito scossoni nell’ultimo anno e mezzo, ha visto crollare la propria reputazione, ha sofferto l’urto della politica e una critica diffusa, e crescente, da parte dei media che l’hanno accusata di ogni nefandezza.

L’azienda di Menlo Park potrebbe essere smembrata in un massimo di 4 parti: i 2 social network, cioè Facebook stesso e Instagram, e i due servizi di messaggistica: WhatsApp e Messenger. O ancora le autorità potrebbero procedere a una soluzione 3 vs. 1, lasciando da solo Instagram che ha prospettive di crescita promettenti.

Oppure il taglio potrebbe avvenire lungo la linea dei ricavi: da un parte tutti i social network e i servizi di messaggistica e dall’altra Facebook Business Manager, ovvero il sistema che gestisce la e orienta la raccolta pubblicitaria di Facebook. L’uno senza gli altri ha poco senso, è vero; ma si potrebbe immaginare una sorta di contratto di servizio tra chi gestisce gli utenti e chi la pubblicità e remunerare il processo che collega l’uno agli altri. Sul modello del mercato dell’elettricità: c’è chi gestisce la rete, chi produce, chi distribuisce e chi vende.

Tuttavia si tratta davvero di un’ipotesi di scuola.

Certo una volta immaginato lo smembramento, resterebbe una domanda ulteriore: chi avrebbe la forza e la liquidità per acquistare mezza Facebook o anche solo un terzo di Facebook?

Provare a ragionare su come frazionare il social network di Zuckerberg introduce una questione più sostanziale, ed è un argomento che in realtà vale per tutte le techno-corporation, come cioè si possano considerare soluzioni di smembramento per aziende in cui la dimensione fisica non è prevalente. Nel caso delle piattaforme digitali il cuore dell’attività risiede in un oggetto di enorme valore, un oggetto segreto, iper complesso e immateriale: l’algoritmo. L’algoritmo è centrale per tutte le techno-corporation, forse a eccezione di Apple, e rappresenta il cuore della loro attività. L’algoritmo per quanto possa ricordare un brevetto, una formula chimica, non lo è: il valore risiede nella formula in sé, nella lunghissima sequenza di istruzioni. Se è difficile, ma alla lunga fattibile, dividere in due una grande banca, anche tenendo conto delle componenti immateriali, come si fa a dividere in due una formula? Come si fa smembrare un software da milioni di righe di codice, in cui l’integrazione tra le varie parti è assoluta, senza smembrare il software nel suo complesso? Come si fa in un’ultima analisi a frazionare una sequenza di istruzioni, senza interrompere la sequenza stessa? Senza cioè, e questo è l’elemento decisivo, rischiare di comprometterne il funzionamento. Un regolatore, una qualunque autorità giudiziaria avrebbero difficoltà a giustificare un comportamento con cui si mette a rischio la capacità produttiva di un’azienda dopo una pronuncia in cui – in teoria – si esaltano le virtù del libero mercato.

Ecco perché a Menlo Park, da un anno almeno, si dedicano con inesauribile lena a integrare l’integrabile, a integrare al massimo livello l’algoritmo. A fare di 4 uno, a comporre una sintesi, immaginiamo, di database e server, e quindi di funzioni, tra social network e servizi di messaggistica che fanno capo tutti a Mark Zuckerberg. L’idea è quella di rendere interoperabili, questo il termine utilizzato in un post dello scorso marzo, le diverse applicazioni per favorire conversazioni e interazioni in gruppi ristretti. Era l’epoca in cui il grande capo di Facebook si lasciò fotografare a una convention con una scritta dal sapore grottesco che brillava alle sue spalle: the future is private. Al netto di quanto potesse, o possa, apparire ridicola e insincera una simile dichiarazione di principio, rimane che a Menlo Park intendono privato nel senso di conversazioni private tra utenti delle diverse piattaforme, e quindi la corsa all’integrazione di pezzi di ferro e pezzi di codice consiste in una corsa a rendere concreto quel futuro privato, così da rendere più complicata qualunque idea di smembramento di tutte e 4 le macro-componenti dell’azienda.

Quale che sia la capacità di integrare a breve le diverse creature, un elemento essenziale della prodigiosa profittabilità dell’azienda di Zuckerberg risiede in Facebook Business Manager: il sistema di gestione delle inserzioni pubblicitarie. Sistema che già adesso permette di programmare e acquistare la pubblicità, non solo su Facebook e Messenger, ma contemporaneamente anche su Instagram e in parte su WhatsApp, realizzando un’ulteriore sintesi operativa. Se Facebook è così incistato in Instagram, Messenger e WhatsApp, così fuso, così integrato, tanto da essere una cosa sola nella componente di software, rompere questa armonia combinata potrebbe risultare piuttosto complicato. Non impossibile ma davvero difficile.

Quale che sia l’esito di una tale lacerazione nel corpo vivo della creatura di Zuckerberg, questa ne uscirebbe comunque molto ridimensionata nel volume d’affari e soprattutto in quella preminenza assoluta, globale, nel mondo dei social network che ha raggiunto in soli 11 anni.

Procedere allo smembramento di Google risulterebbe altrettanto complesso, anche qui ai limiti dell’impossibile. Il motore di ricerca e il suo sistema di inserzioni sono perfettamente integrati, l’uno è parte costitutiva dell’altro e viceversa, l’uno – potremmo dire – risulta essere la condizione di esistenza in vita economica dell’altro. Senza AdWords, e cioè senza il sistema che mette all’asta le parole chiave nelle ricerche degli utenti, su scala globale, cui partecipano gli inserzionisti pubblicitari, e che consente agli azionisti di Google di guadagnare miliardi di dollari al mese, il motore di ricerca diventerebbe completamente altro. Senza AdWords non potremmo pensare a Google com’è oggi.

Un motore di ricerca gratuito, e senza pubblicità, si trasformerebbe in un soggetto dai connotati radicalmente differenti: non sarebbe più una delle aziende più redditizie del pianeta, ma qualcos’altro. Un’istituzione, una fondazione benefica, una organizzazione no-profit, un soggetto giuridico da cui è stato espunta per sempre la capacità di fare soldi.

Destino beffardo per chi ha sempre giocato su un enorme e confortevole equivoco, da chi ha costruito con sapienza una mistificazione nel racconto e nelle immagini affinché gli utenti considerassero l’azienda Google come una specie di istituzione votata al benessere degli utenti. Obiettivo che serviva a farle fare qualunque cosa, al riparo di una missione universale auto-attribuita secondo la quale il compito della società per azioni non era generare profitto, ma organizzare le informazioni mondiali e renderle accessibili e utili a livello globale. Equivoco in cui gli utenti sono caduti con tutte le scarpe, e con essi chi interpretava pigramente le attività delle techno-corporation all’alba del loro predominio globale; tutti negli ultimi 21 anni si sono affidati al motore di ricerca come a un soggetto pubblico che fornisce risposte alle domande dell’umanità intera. Dimenticandone il profilo commerciale e la feroce abilità nel captare i dati degli utenti.

Se smembrare il motore di ricerca separandolo dal suo sistema di pubblicità, pare pressoché impossibile, non altrettanto irrealizzabile potrebbe essere separarlo da una delle tante aziende acquistate da Google, anzi dalla più importante: YouTube. Il player video rappresenta il secondo sito più visitato al mondo, dopo lo stesso Google. Sarebbe un colpo ferale alla primazia del motore di ricerca fondato da Sergey Brin e Larry Page, e lascerebbe Alphabet senza una colossale fonte di reddito. Meno radicale ma altrettanto pesante potrebbe essere l’ipotesi di separare il navigatore e cioè Google Maps. Applicazione sulla quale dalle parti di Google scommettono molto nel futuro.

La procedura di smembramento, in definitiva, non può essere esclusa. Ma dovrebbe essere pensata amputando le techno-corporation negli arti più importanti così da procurare loro una importante menomazione economica; oppure andrebbe pensata in maniera differente rispetto al passato, in considerazione delle enormi differenze con cui le aziende digitale operano e prosperano.

Infine ci sarebbe da capire se una simile procedura ristabilirebbe davvero un ipotetico eden capitalistico, o sarebbe solo un modo per schiantare alcune aziende che hanno osato troppo e troppo hanno guadagnato in così breve tempo.

Molti interrogativi, la prossima settimana proveremo a ipotizzare qualche risposta.

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Di Nicola Zamperini*

**Nicola Zamperini (@nicolazamperini), giornalista professionista, autore per Castelvecchi di Manuale di disobbedienza digitale, consulente di comunicazione digitale per imprese e istituzioni. Contatti: www.nicolazamperini.com