Ringrazio di cuore Barbara Alighiero, profonda conoscitrice della Cina – è stata, fra l’altro, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino, e tutt’ora promuove importanti attività di scambi culturali con il Paese di Centro – perché mi ha segnalato un articolo di Siegmund Ginzberg pubblicato l’8 febbraio 2020 su “la Repubblica Robinson”. L’articolo in questione s’intitola “C’era una volta il pericolo giallo”: l’Autore prende spunto da due racconti di Jack London per parlare di epidemie e di un concetto drammaticamente attuale, la xenofobia, che io riassumo così: la mamma degli imbecilli pericolosi è sempre incinta! Naturalmente, aggiungo, questi esseri hanno anche un padre, ed è doveroso coinvolgerlo. I pericolosi imbecilli in questione sono gli xenofobi.

Da napoletano, so che “faccia ‘ngialluta” è san Gennaro, chiamato così perché il suo busto-reliquiario, che risale all’anno 1305, è in argento dorato, e dunque ha un colore giallastro. E so anche che “pericolo giallo”, “facce da limone” o semplicemente “i gialli”, sono espressioni che si riferiscono ai Cinesi. Mentre il primo modo di dire non è un epiteto ma è quasi un vezzeggiativo con cui da secoli, a Napoli, molti si rivolgono con familiarità a colui che ritengono santo e protettore, le altre affermazioni sono ingiurie profferite da chi presuppone di appartenere a una schiera di esseri superiori (i pericolosi imbecilli, appunto). Questi epiteti, si possono coniugare in diverse forme come, ad esempio, gli slogan: “America first!” e “Prima gli Italiani!”.

Ritornando al colore giallo e alla Cina, mi sono più volte chiesto perché i suoi abitanti vengano definiti “gialli”. Basta conoscere un minimo di storia e di antropologia, o magari essersi limitati a sprofondare in poltrona e avere visto un documentario di viaggi in Cina, per sapere che in quel Paese sono presenti cinquantasei etnie differenti: Han, Uighur, Mongoli, Tibetani, Zhuang, Manciù, Miao, Russi, Uzbeki, Coreani, Hui, etc. popolano i 9,6 milioni di km quadrati chiamati Cina continentale, ossia il 6,5% della superficie totale del nostro pianeta. Soltanto chi ignora questa realtà, o qualcuno in malafede potrebbe affermare che la caratteristica morfologica che accomuna una popolazione così varia e numerosa (a metà 2019 stimata a 1.441.800.000 abitanti) sia il colore della pelle che certo non è giallo ma, da nord a sud e da est a ovest del Paese, si manifesta invece con una tavolozza di sfumature cromatiche che testimoniano la varietà e la bellezza della razza umana.

C’è poi da considerare che, così come storicamente non esiste “la Via della Seta” ma “le Vie della Seta”, “il colore giallo” di per sé, al singolare, non dice niente; infatti, esistono “i colori gialli” che sono diversi e variegati. Secondo le norme internazionali AFNOR X08-010, i gialli sono colori la cui lunghezza d’onda dominante si situa tra i 573 e i 584 nanometri (un nanometro equivale a un miliardesimo di metro) ossia, detto più semplicemente, colori chiari tra l’arancio e il verde. Tra essi c’è anche un giallo meno chiaro, una sorta di beige o kaki, ottenuto quando il giallo si mescola con il nero o con il grigio, e che ha un nome preciso: “colore isabella”. Non avrei voluto parlarvi di questo colore perché la storia del suo nome è un po’ schifosa, ma pur di contrastare i cretini voglio correre il rischio di disgustare quei pochi che rimangono dei miei venticinque lettori. Ebbene, pare che la regina Isabella di Castiglia avesse fatto voto alla Vergine Maria di non cambiarsi la biancheria intima né le lenzuola fino a che non avesse cacciato i Mori rifugiati a Granada. Nel 1492 la città capitolò, ma dopo sei mesi di assedio. Non aggiungo altro sul “colore isabella” cui erano virati i suoi indumenti in quei lunghi mesi, perché sto scrivendo in ora di pranzo…

Sui pigmenti della pelle degli umani, e in particolare delle popolazioni del sud-est asiatico, nel 1966 fu pubblicato uno studio scientifico che concludeva dicendo che il presunto colore giallo di questi popoli era più vicino alle lunghezze d’onda dei bianchi che non a quelle dei gialli. La ricerca, che all’epoca scatenò qualche rimostranza “ariana”, è molto istruttiva e ora è disponibile on line (https://www.persee.fr/doc/bmsap_0037-8984_1966_num_9_2_1351). Vedere per credere.

Se, nonostante le evidenze della scienza (e dei nostri occhi) andiamo a investigare quali siano state le ragioni che hanno indotto per secoli a definire i Cinesi, che gialli non sono, come “popolo “giallo”, si vede subito che questo colore non solo non è estraneo alle loro tradizioni culturali, ma addirittura è un colore che può avere la massima accezione nobilitante: nella mitologia cinese, Huangdi 黄帝, l’Imperatore Giallo, che sarebbe vissuto nel terzo millennio a.C., è considerato nei testi classici il fondatore della civiltà cinese. E ci sono anche altri importanti “gialli”.

Cominciamo con il fiume che fu culla di questa civiltà, lo Huang He 黄河, il Fiume Giallo. Chi non l’ha mai visto e ha tempo di farsi una passeggiata su Google-images, constaterà immediatamente che l’attribuzione cromatica è ben azzeccata per questo fiume. Esso è il corso d’acqua che, al mondo, ha più sedimenti di qualunque altro, e sono questi sedimenti a dargli il suo colore caratteristico. La ragione è la polvere finissima che il vento spazza dal deserto del Gobi e riversa nel letto del fiume che, quando esonda, cosparge di limo i territori che lo costeggiano. L’accumulo di questo particolare limo, forma un terreno permeabilissimo che trattiene l’umidità ed è eccezionalmente fertile, chiamato löss o lœss, in cinese huangtu 黄土 (terra gialla), ricco di allumino-silicati. Il Fiume Giallo, portatore di vita, è però anche lo stesso fiume le cui esondazioni, foriere di morte e distruzioni, hanno costellato la storia della Cina. In proposito, alcune cifre relative ad alcune sue alluvioni non lontanissime dai nostri tempi: nel 1887, tra uno e due milioni di morti; nel 1931, circa tre milioni di morti; nel 1938, per bloccare l’avanzata degli invasori giapponesi, i soldati cinesi aprirono le dighe nello Henan, e usarono il Fiume Giallo come arma naturale: 54mila km2 inondati, tra 500mila e 900mila giapponesi e cinesi morti.

Se nella tradizione cinese il giallo del fiume omonimo è il simbolo della massima fertilità, ma anche della distruzione, c’è un colore giallo che è associato al fertilizzatore per eccellenza: l’imperatore. Egli era non soltanto il simbolico padre della nazione ma, grazie all’imperatrice e a una schiera imponente di concubine, anche il padre naturale di una pletora sterminata di figlie e di figli. Non è qui il luogo per fare l’elenco delle donne che costituivano l’harem imperiale, ma va detto che se il loro numero e il loro rango cambiò a seconda delle epoche storiche, esse furono sempre reclutate giovanissime, a volte bambine, molte delle quali offerte come tributo di vassallaggio o per sancire alleanze. Per darvi un’idea: in epoca Tang 唐 (618-907), l’imperatore Gaozong 高宗 (che regnò dal 649 al 683) aveva la possibilità di passare le sue notti giocando «alle nuvole e alla pioggia» con l’imperatrice o con una o più delle quaranta concubine; ed egli era considerato morigerato perché i suoi predecessori dinastici godevano del possesso di centoventuno concubine che contendevano all’imperatrice in carica la possibilità di essere scelte per compiere il dovere di dare al sovrano almeno un figlio maschio, e per alleviarlo dalle fatiche del governo. E, ritornando al colore giallo, soltanto l’imperatore e i suoi familiari più stretti potevano indossare abiti di colore giallo, tutti gli arredi attorno alla famiglia imperiale richiamavano il giallo, e persino i libri della biblioteca imperiale si distinguevano perché avevano la copertina rivestita di seta gialla.

Imperatore Giallo, giallo-fiume e giallo-imperiale, dunque. E non solo. C’è anche un colore giallo nell’Opera di Pechino, il genere teatrale tradizionale più famoso della Cina. Una maschera o un maquillage del viso in cui abbonda il giallo, indica che l’attore impersona un essere dotato di feroce ambizione, che non esita a ricorrere a qualunque stratagemma per arrivare ai propri fini.  Sarà dunque questo trucco di scena che connota un essere da disprezzare, che ha ispirato le espressioni xenofobe utilizzate per indicare i Cinesi come gialli? Potrebbe essere, ma non lo credo, perché dubito che i pericolosi imbecilli non cinesi abbiano mai assistito a manifestazioni, come l’Opera di Pechino, estranee al loro limitato orizzonte culturale. Voglio però rivelare a essi una mia esperienza personale di cui li autorizzo a servirsi per corroborare le convinzioni xenofobe che li animano: confesso che, nonostante tutto quello che ho detto, io un paio di cinesi con la pelle gialla, e gialli fin dentro gli occhi, li ho veramente visti. Avevano l’itterizia.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)