Alcune fotografie sono diventate i simboli dell’epoca in cui sono state scattate, il vederle ci riporta immediatamente ad avvenimenti, atmosfere, emozioni che hanno fatto parte della nostra formazione culturale e umana.

Non credete che, per esempio, foto come la presa di Berlino, con la bandiera rossa che sventola sul Reichstag avvolto dal fumo, oppure l’immagine di Lenin che dal palco arringa l’immensa folla di Piazza Sverdlov a Mosca, o anche quella dei Beatles sulle strisce pedonali in Abbey Road, siano evocative come se fossero un ricordo di un avvenimento nostro, personale? Sono sicuro che per quasi tutti voi la risposta sia affermativa. Ma…

C’è un ma grande come una casa. Le foto di cui ho parlato, prima della loro divulgazione sono state tutte ritoccate, certo non con un software che allora non esisteva, ma comunque sono dei falsi, o almeno non veritiere al 100%. Insomma, dei ricordi truccati. A uno dei soldati che reggono la bandiera rossa sul Reichstag è stato cancellato l’orologio sul polso destro perché ne aveva già un altro su quello sinistro (troppa abbondanza per un combattente sovietico appena uscito, il 2 Maggio 1945, dalla terribile battaglia di Berlino) e il fumo che sale dalle rovine è stato aggiunto con manipolazioni da camera oscura per enfatizzare la drammaticità dell’avvenimento; sotto al palco di Lenin, in quel 5 di Maggio del 1920, nella foto originale c’erano Trozky e Kamenev che furono in seguito cancellati nella versione ufficiale d’epoca stalinista perché eliminati fisicamente dal regime (Kamenev fu fucilato nel 1936, e Trozki assassinato a Città del Messico nel 1940 da un sicario di Stalin); quanto ai Beatles, nello scatto del 1969 Paul Mac Cartney aveva fra le dita una sigaretta che in seguito sparì per edulcorare l’immagine dei Fab Four spesso accusati di consumare stupefacenti.

Se si potesse assegnare un Oscar per il ritocco fotografico, sono sicuro che lo vincerebbe un cinese. Quelli della mia generazione che hanno avuto il privilegio di vivere in Cina agli inizi degli anni ’80, ricordano le postazioni dei fotografi da strada che pullulavano dappertutto, specialmente davanti a monumenti, templi, musei. In quegli anni in cui la Cina si apriva al turismo interno, non c’era cinese che, pur non possedendo macchina fotografica, rinunciasse ad avere la propria foto in un luogo importante, questa foto aveva lo stesso valore del selfie contemporaneo. Funzionava così: il fotografo (o la fotografa), era in genere dotato del modello 4A o 4B di una fotocamera dal nome Hai ’ou  海鸥 (“gabbiano”, fuori della Cina esportata come “Seagull”); l’apparecchio, prodotto dalla Shanghai Camera Factory, era una reflex 6×6, biottica, copia perfetta o quasi della Rolleiflex a pozzetto; la foto veniva scattata, sviluppata e il rollino di negativi in bianco e nero era esposto ad asciugare all’aria; il turista, pagando un prezzo irrisorio, sceglieva il fotogramma da stampare, e la fotografia gli veniva data in giornata oppure spedita a casa. Quando allo Yuyan Xueyuan 语言学院 (Istituto di Lingue) di Pechino dove soggiornavo, arrivò una foto che mi ero fatta scattare a Nanchino, rimasi di stucco: l’immagine, originariamente in bianco e nero, era stata colorata ad acquarello, con tanto di guance rosee, cappellino e giacca blu come allora si portava, e nel terso cielo celeste il sol dell’avvenir splendeva giallo come non mai. Un ritocco semplice e commovente, effettuato senza mezzi sofisticati, soltanto pennelli e colori.

I ritocchi cinesi, però, non riguardavano soltanto l’abbellimento di persone comuni, ma anche l’iscrizione sul libro nero di personaggi diventati scomodi e dunque da eliminare. Gli esempi si sprecano. Cito la fotografia in cui, alle spalle di Mao Zedong 毛泽东e Zhou Enlai 周恩来, c’è Ren Bishi 任弼时, un dirigente politico e militare del Partito Comunista Cinese; l’immagine è del 1940 ma, a distanza di alcuni anni, essa venne riproposta dopo avere cancellato Ren, criticato per essere stato malato ed ospedalizzato in U.R.S.S. durante alcune fasi della guerra di liberazione. Mi viene in mente anche la foto nella quale Mao e Stalin, circondati da dirigenti politici nell’immagine originale, in quella poi divulgata, come per magia, sono soli, in grande evidenza, immersi in un tripudio floreale che cancella tutti gli altri.

L’operazione di ritocco delle fotografie nella Cina maoista dal 1950 al 1970, è stata presentata per la prima volta in Europa in modo organico nel settembre del 2010, durante gli Incontri di Arles, dall’artista cinese Zhang Dali 张大力 (classe 1963). Per sette anni, Zhang aveva scavato negli archivi di giornali, biblioteche e fondi fotografici, raccogliendo una mole di foto truccate e le loro versioni originali che aveva poi esposto in una mostra a Pechino e a Canton dal titolo “A Second History of China”; accanto alle foto non aveva messo didascalie per sottolineare che il suo era un lavoro di artista e non di storico. Arrivata a Shanghai durante l’Esposizione Universale del 2010, la mostra era stata proibita dalle autorità che avevano anche imposto il divieto di esportarla all’estero. Con un escamotage, Zhang Dali riuscì a portarla ad Arles dove ebbe grande risonanza.

Zhang Dali distingue tre tipi di ritocchi con funzioni diverse: per alterare la realtà politica a fini di propaganda, per sublimare il reale abbellendolo, per ricostituire una realtà inesistente. Nelle immagini presentate ad Arles, si vedono le foto prima della censura, e i risultati di forbici e colla dopo l’intervento censorio. Ad esempio, in una foto del 1943, tra gli eroi della Lunga Marcia c’è Lin Biao 林彪, in una ulteriore versione dell’immagine egli è sparito (oppostosi a Mao, morì nel 1971 in un misterioso incidente aereo). In un’altra, scattata durante una cerimonia ufficiale nel 1952, scompaiono ombrelli di bambù e personaggi caduti in disgrazia che attorniano il Grande Timoniere. E ancora, fotografie ufficiali in cui i dirigenti hanno l’aria arcigna, sono corrette sostituendo la faccia originale con un’altra sorridente. Il Presidente Mao ha il capo rivolto a sinistra per guardare una ragazza? Con un taglio e un’aggiunta, la testa viene girata verso destra. Oppure, in uno scatto di una fattoria, sono stati aggiunti dei maiali per dimostrare l’abbondanza delle risorse agricole del Paese.

All’epoca della mostra ad Arles, Zhang Dali era già noto per il suo impegno politico: fu tra i manifestanti di Piazza Tian’anmen del giugno 1989, e dovette fuggire dalla Cina per non essere arrestato; soggiornò per sei anni in Italia prima di potere rientrare nel Paese, e nel 1997, anno del passaggio di Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese, gli fu proibito di mostrare le sue opere. Zhang era anche famoso per avere esposto nelle più prestigiose istituzioni artistiche mondiali i suoi graffiti (di cui è l’iniziatore in Cina), le istallazioni con sculture in resina di figure umane a grandezza naturale, le foto particolari con cui documentava l’abbattimento degli antichi quartieri di Pechino. Gli pseudonimi con cui firma i suoi lavori sono AK-A47 (il nome di un’arma da fuoco sovietica) per porre l’attenzione sulla crescente violenza nella Cina contemporanea, e K18 (18 carati) per augurare prosperità alla società cinese. Le sue opere sono permanenti in molti musei e collezioni private.

Certo, oggi, per ritoccare fotografie, escamotage come acquarelli, forbici, colla e trucchi da camera oscura ci sembrano ingenui e farraginosi; al loro posto, la tecnologia elettronica ci permette di manipolare un’immagine in un numero praticamente infinito di variazioni possibili, in tempi brevissimi, in modo efficace e accessibile a tutti. E, ancora una volta, in questo campo, la Cina è all’avanguardia. Tra i software più usati per ritoccare foto, in particolare i selfie, quelli cinesi hanno una diffusione straordinaria. L’applicazione Meitu 美图 (Figura Bella), lanciata nel 2008, attualmente rivendica circa seicento milioni di utilizzatori al mese e sei miliardi di foto elaborate con il suo utilizzo. L’applicazione B612, lanciata in Cina nel 2014, vanta circa trecento milioni di utilizzatori, e su Instagram più di tre milioni di pubblicazioni utilizzano hashtag #B612.

In definitiva, se dal vostro selfie volete fare sparire un fastidioso e poco estetico foruncolo, oppure un avversario piazzato accanto a voi, o qualcuno che semplicemente vi sembra brutto, sporco e cattivo, il consiglio migliore è quello di usare uno dei sistemi cinesi: tradizionale o informatico che sia, il risultato è garantito. Sperando che poi Zhang Dali non vi scopra e vi metta alla berlina.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015) e “Il dio dell’I-Ching” (2017).