In lingua cinese, il pozzo è indicato dal carattere che si pronuncia jing. Questo carattere è antichissimo, le sue prime rappresentazioni risalgono all’epoca Shang (circa 1570-1045 a. C.), incise sulle ossa oracolari (carapaci di tartaruga e scapole di bovini usate per la divinazione). Se lo osservate bene, è come una scacchiera con nove caselle, e in effetti rappresentava in modo pittografico otto campi (le caselle periferiche) attorno a un pozzo in comune (casella centrale). Ognuno degli otto campi era coltivato da una famiglia, dunque il carattere jing stimolava l’idea della necessaria collaborazione fra esse e della responsabilità collettiva: se si usa lo stesso pozzo, tutti devono partecipare per tenerlo pulito ed efficiente, giacché l’acqua era – ed è – l’elemento fondamentale per la vita e per l’agricoltura.

Nella storia della scrittura cinese e della evoluzione dei caratteri, jing è rimasto graficamente immutato fino a oggi, come un vecchio signore che si pavoneggia nei suoi abiti d’epoca ancora belli e degni di ammirazione. Per quanto riguarda il suo significato, nei testi più antichi è a volte usato per indicare un terreno diviso in nove parti; però, in linea generale, jing 井, pozzo era e pozzo è rimasto. Esso è usato in moltissime parole composte da due caratteri, e in diversi modi di dire. Tra le parole composte ce n’è una in particolare che c’interessa per questa Pillola :  jingshui 井税 che significa “tassa sulla proprietà”. Cosa c’entri mai la proprietà con il pozzo, è presto detto. Abbiamo detto che in alcune epoche del passato, jing indicava un campo diviso in nove parcelle per cui otto famiglie coltivavano ognuna la propria e usufruivano dei prodotti della terra; quanto al nono campo, quello centrale della scacchiera, esso doveva essere lavorato da tutte le otto famiglie, e il raccolto ottenuto era inviato all’imperatore (sistema del tributo). Insomma, il jingshui era una tassa in natura che dava diritto al governo di confiscate un nono dei prodotti agricoli.

Potete immaginare le terribili punizioni nel caso di scarsità di raccolti oppure di incuria del campo centrale: esse venivano comminate a tutte le otto famiglie responsabili di quel terreno e, a volte, anche a un intero villaggio i cui abitanti non avevano vigilato sulla produttività dei vicini. Insomma: nella legge entrava in gioco la “responsabilità collettiva”, un’arma per terrorizzare intere comunità e disgregarle (ci si accusava a vicenda). Ça va sans dire che punire tutto il villaggio, o fosse anche soltanto le otto famiglie responsabili del campo imperiale che sta andando in malora, è un sopruso bello e buono finché non venga dimostrato che tutti, proprio tutti i membri del villaggio o delle otto famiglie (compresi vecchi e bambini), sono colpevoli di incuria.

La responsabilità collettiva, con denunce fratricide incluse, riprese piede in epoca contemporanea durante i tentativi di collettivizzazione sociale ed economica il cui culmine fu la comune popolare.

Arrivati a questo punto, alcuni di voi, infastiditi per il mio sproloquio, si staranno chiedendo: ma questo che vuole? Altri, più pazienti e benevoli, si domanderanno che cosa io stia cercando di dire. Ve lo spiego subito prima che con un clic passiate ad altro e che la soglia dei miei lettori scenda sotto la fatidica cifra di venticinque.

Ecco. Sto provando a mettere in relazione il concetto di “responsabilità collettiva” implicito nel carattere jing, con quello di “responsabilità collettiva” esplicito in molte direttive governative relative ai comportamenti che i cittadini devono tenere in questa cosiddetta fase 2 della pandemia, nella quale sono concesse aperture di diverse attività. Che sia in Italia, in Svezia, in Belgio, in Danimarca o dove volete voi, dopo l’elenco di queste attività che possono ripartire, e dopo la lista delle precauzioni obbligatorie (mascherina e distanziamento sociale), le direttive richiamano spesso la popolazione alla “responsabilità collettiva” e minacciano un nuovo lockdown nel caso i contagi riprendano a salire dimostrando che essa è mancata; nel tono mi sembra di leggere tra le righe anche: «… E peggio per voi!» Oppure: «Poi facciamo i conti!»

Pur capendo che l’idea di fondo dei decreti è quella di imporre comportamenti sociali atti a proteggere tutti dal contagio di un virus ancora quasi sconosciuto, c’è da dire che nella nostra tradizione giuridica, tranne che nel diritto internazionale per casi di guerra e rappresaglia, la responsabilità è sempre individuale e mai collettiva, dunque evocarla è un sopruso come nel caso del pozzo in comune. Ma forse, chissà, la dicitura “responsabilità collettiva”, per quanto infelice, è soltanto un invito a riflettere sul fatto che un pozzo può essere benefico se utilizzato per procurarsi l’indispensabile acqua, oppure malefico se ci si casca dentro.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)