Se vi dico che Singapore è uno Stato formato da un insieme di una sessantina di isole affascinanti, e aggiungo che è un modello di pulizia, ordine, sicurezza e tranquillità, e che inoltre la sua capitale è chiamata «città-giardino» per l’esuberanza del verde, pensate che io sia stato pagato dall’ente del Turismo locale? Magari! Avendo il PIL a parità di potere d’acquisto (PPA) tra i più alti del mondo (il terzo dopo Qatar e Lussemburgo), sicuramente avrei potuto riscuoter un onorario interessante.

E invece non ho avuto e non avrò nulla, forse perché alle lodi per le spiagge, quelle naturali e quelle artificiali tenute come salotti, alla meraviglia per lo zoo senza gabbie nel quale si può passeggiare di notte non senza un brivido per i leoni e le pantere a due passi, o al tè preso nel più famoso e incantevole hotel vintage d’Asia (il Raffles), con la quasi certezza che siete seduti sulla stessa sedia su cui appoggiarono i loro glutei i più famosi scrittori tra fine Ottocento e Novecento, aggiungo anche che, a proposito di glutei, a Singapore dovete stare attenti ai vostri (di glutei…)

Ora vi spiego perché, però con una necessaria premessa

Se Singapore è un’oasi di pulizia, ordine sicurezza e tranquillità, lo si deve al trinomio controlli-sanzioni-certezza della pena. Le migliaia di telecamere istallate molti anni prima che venissero usate in Occidente, osservano e registrano i comportamenti di coloro che sono al di fuori delle proprie case, e servono da deterrente per molti crimini maggiori, ma anche per quelli che noi consideriamo minori, le inciviltà con cui siamo tutti spesso confrontati. Questi comportamenti incivili, al pari dei reati maggiori sono sanzionati in modo rigido. La loro lista è facile da stilare anche per chi non conosce le leggi del Paese, basta comprare il souvenir più venduto a Singapore: una T-shirt sulla quale sono elencati questi reati “minori” con le rispettive ammende e pene. Eccone una breve lista con le multe in dollari di Singapore $S (al cambio attuale 1 $S = 0,62 €):

  • fumare al di fuori degli “smoke points” o a meno di 20 m da un palazzo: da 500 a 1300 $S di multa;
  • buttare in strada le cicche, cartaccia, lattine o qualunque altro oggetto: da 500

a 1000 $S;

  • usare accendisigari a forma di pistola: 1000 $S;
  • importare, vendere o masticare chewing-gum: 1000 $€;
  • eseguire graffiti su muri, automobili o qualunque altro oggetto: 1000 $S;
  • attraversare con il semaforo dei pedoni rosso: 500 $S;
  • mangiare o bere nel métro: 500 $S;
  • esibire in pubblico soldi del Monopoli: 1000 $S;
  • sputare per terra: 1000 $S;
  • non tirare lo sciacquone nei gabinetti pubblici, dopo l’uso: 1000 $S;
  • trasportare durian (frutti maleodoranti) o cose puzzolenti nel métro: 500 $S;
  • trasportare o esibire materiale pornografico: 1000 $S;
  • non essere in grado di obbligare il proprio cane a usare i luoghi deputati per le loro deiezioni: 1200 €.
  • praticare sesso in pubblico: 3000 $S.

 

E veniamo ai glutei: il fatto è che l’estinzione della pena per alcuni di questi reati (il vandalismo, per esempio), non si esaurisce con il pagamento della multa ma il “criminale” deve essere sottoposto a un supplizio supplementare: colpi di bastone sui glutei.

Le punizioni corporali, nei codici del sud-est asiatico sono una delle eredità lasciate dall’Impero Britannico alle proprie colonie come Singapore. Esse, previste dal Criminal Procedure Code del 1871 per reati gravi come assassinio, violenza sessuale, rapimento, traffico di droga, furti aggravati, prossenetismo, prostituzione, etc., vennero estese anche a quelli che noi consideriamo “crimini minori”.

Nel 1957, quando la colonia divenne indipendente, nel suo ordinamento penale vennero mantenuti i colpi di bastone ma – se si può dire – con un “uso ammorbidito”, e regolamentando anche il tipo di bastone da usare: un bastone di rattan – un giunco di un tipo di palma, molto resistente e che non si scheggia – dal diametro di 0,50 inch (1,27 cm); per altri casi, una canna meno spessa come quella, per intenderci, utilizzata nelle scuole inglesi fino all’abolizione delle punizioni corporali, nel 1986. Il malcapitato viene fatto inclinare su un trespolo appositamente concepito, denudato nelle parti basse e, in presenza di un medico che deve controllare le ferite (ogni colpo lascia lacerazioni di circa 4 cm di larghezza e 2,5 cm di profondità), viene colpito dal boia scelto tra i maestri di arti marziali perché sanno controllare e dosare la propria forza. Il supplizio può essere usato solo per punire maschi fra i 18 e 50 anni; fra i 16 e i 18 anni si deve usare la canna più leggera; al di sotto dei 16 anni questo tipo di punizione può essere ordinata soltanto dalla High Court; non può essere inflitta ai condannati a morte; non si debbono mai superare i 24 colpi, e la sentenza non può essere spezzettata in più sedute. Le ultime statistiche disponibili danno, nel 2016, nel 78% delle sentenze, 1257 punizioni corporali.

A Singapore, il caso più mediatizzato di supplizio con il bastone fu quello di Michel Peter Fay, un giovanotto americano che all’epoca dei fatti aveva appena compiuto i 18 anni. Esso ebbe vasta eco negli Stati Uniti e in molti paesi asiatici.

Era il 1994 ed ebbi l’occasione di seguire gli avvenimenti da Taiwan, dove lavoravo, i cui abitanti si appassionarono molto all’affare, tanto che ogni mattina, all’uscita dei giornali, alla lettura della stampa singaporiana e di quella taiwanese, si riunivano in innumerevoli capannelli per commentare gli articoli su Fay, articoli che stuzzicavano non poche curiosità. Ma che mai aveva combinato questo ragazzo?

Ebbene, egli fu incolpato di essere l’autore da diversi mesi di atti di vandalismo come rigature e spray colorati sulle vetture di un garage sotterraneo. Al processo, siccome telecamere docent, egli confessò, convinto di avere così una pena alleggerita. La sentenza, emessa nel marzo del 1994, fu invece severa: 3500 S$ (all’epoca, circa 2800 $ americani), 4 anni di prigione, e 8 colpi di bastone sui glutei.

Ci fu naturalmente ricorso, e la linea difensiva cambiò: la confessione era falsa, e vennero evocati disturbi mentali nel ragazzo (aggressività, iperattività, depressione) dovuti alla sua presenza forzata a Singapore per seguire la madre divorziata e risposata con un cinese, e l’assicurazione che si sarebbero coperte le spese per restaurare le vetture come nuove. Quest’ultima clausola sembrò utile a limitare i danni fisici perché la legge prevede per il vandalismo che i colpi di canna sono possibili soltanto se l’atto vandalico danneggia in modo irreversibile.

Purtroppo, la sentenza d’appello confermò la condanna pecuniaria e quella corporale, nonché la prigione. E qui scoppiò l’inferno! Insorse l’ambasciatore americano con una infiammata nota ufficiale di protesta; la risposta del Governo di Singapore fu di chiusura. Dagli USA intervenne il Dipartimento di Stato evocando la “barbarie” delle pene corporali, e la risposta fu ironica (in pratica, un paese che ha la pena di morte – e Singapore è fra questi – non può accusare nessuno di barbarie, figura retorica difficilmente inquadrabile legalmente). Allora, colpo di scena, il Presidente Bill Clinton prese la penna e scrisse al Presidente di Singapore.

Il risultato fu che per “rispetto” del Presidente degli USA, il processo venne rivisto e i colpi di canna furono portati a 6. La sentenza fu eseguita il 5 maggio 1994, e il giorno dopo, sui giornali di Singapore ripresi subito da quelli di Taiwan, apparvero due disegni che rappresentavano i glutei di Fay prima e dopo i colpi.

Per completezza di cronaca, Fay ritornò negli USA nel 1996, e lì si rese protagonista di diversi reati, come il consumo a uso di droga di butano (il gas prese fuoco mentre lo sniffava, ed egli venne ustionato), minacce e violenze sul proprio padre, guida pericolosa, uso di droghe varie. Le ultime lo danno come impiegato in un casino di Cincinnati nell’Ohio.

Non si hanno notizie se sia mai ritornato a Singapore.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)