Cucinare, nel subcontinente, è una questione di tempo. È un insieme di arte, chimica e tradizione estremamente eterogenea in sapori e ingredienti, dall’Himalaya ai tropici keralesi, tenuto però insieme da una costante: la +maggior parte delle pietanze indiane richiede molto, talvolta moltissimo tempo passato in cucina a pelare, sminuzzare, bollire, friggere, rifriggere, impastare, stendere, far riposare, ristendere, cuocere e così via.

Ma se nell’India rurale poco o nulla sembra essere cambiato, con madri, mogli e suocere a sovrintendere la manovalanza culinaria a bassissimo costo delle «maid», nel contesto urbano l’introduzione di servizi per il delivery di cibo ha già iniziato a stravolgere le abitudini di famiglie più o meno facoltose, studenti, giovani professionisti.

In principio fu Zomato, app made in India fondata nel 2008 da Deepinder Goyal e Pankaj Chaddah, sul modello di Tripadvisor: recensioni di utenti a ristoranti di zona, servizio di prenotazione del tavolo online, menù consultabili dal telefonino, fino all’apertura al delivery, la gallina dalle uova d’oro in un paese dove la penetrazione delle reti mobile e di smartphone accessibili ha disegnato una parabola ascendente strabiliante. Secondo l’ultimo rapporto Visual Network Index diramato da Cisco nel 2018, al momento quasi un indiano su quattro utilizza uno smartphone; siamo intorno ai 400 milioni di utenti. Nel 2022, sempre secondo Cisco, se ne conteranno più del doppio.

È un’onda che Zomato sta continuando a cavalcare, ampliando la propria presenza non solo oltreconfine – oggi l’app è usata in 24 paesi, Italia compresa – ma soprattutto a casa, in India. A novembre dell’anno scorso, i servizi di Zomato erano accessibili da 50 città indiane. Un anno dopo, da 556, aggredendo le fette di mercato rappresentate dalle centinaia di città di terza e quarta fascia dove si dovrebbero scaldare i motori dei consumi di domani.

Sulla scia di Zomato, oltre alle declinazioni alimentari di compagnie già consolidate come Uber Eats, negli ultimi anni è emerso un altro competitor indiano, Swiggy. Fondata nel 2014 da Sriharsha Majety e Nandan Reddy, Swiggy ha recentemente superato con un anno di anticipo il target di 360 milioni di ordini fissato per il 2020: a fine 2019, presente in oltre 500 città in tutta l’India, ne ha completati già più di 500 milioni, consegnando non solo cibo e bevande, ma anche beni di consumo generici, attraverso il servizio Swiggy Stores. Intuizione banale ma geniale: se nel caos urbano indiano manca il tempo per cucinare, figurarsi per fare la spesa.

Così Swiggy ora punta ad allargare il proprio esercito di fattorini, puntando a numeri importanti anche per gli ordini di grandezza indiani. In una recente intervista pubblicata da Hindu Businessline, Sriharsha Majety ha spiegato di voler puntare a una «flotta di oltre mezzo milione di delivery executives «entro 18 mesi». Se l’ambizione di Swiggy dovesse tradursi in realtà, calcola la testata dell’India meridionale, diventerebbe il terzo datore di lavoro in India dopo ferrovie ed esercito indiano. Con i problemi di diritti dei lavoratori e assenza di contratti a tempo indeterminato che ben conosciamo anche in Italia.

Superando la variabile tempo, la tendenza in India sembra dirigersi verso il fattore voglia, o mancanza di. Il ragionamento non è più «perché non pagare altri per fare qualcosa che non ho tempo di fare io?», ma per l’entusiasmo dei pigri, ora si può pagare qualcuno per portarti a casa, o consegnare altrove, quasi qualsiasi cosa.

L’app si chiama Dunzo, ma possiamo ribattezzarla «lazy app». I fattorini di Dunzo, per ora solo in sei megalopoli indiane, consegnano tutto (tranne alcolici), 24 ore su 24, senza limiti di ordine minimo.

Significa, come raccontatomi da un amico professore universitario a Pune, potersi far consegnare a casa alle tre di notte due sigarette sfuse, una patata, una cipolla, un accendino, una confezione di biscotti.

Siamo di fronte all’evoluzione digitale del «chotu» (vezzeggiativo di «piccolo», in hindi), il garzone di bottega designato alla consegna a domicilio – gratis – di ogni prodotto reperibile nei «kirana stores», i droghieri di quartiere.

Dietro al bancone, il proprietario del negozio prendeva gli ordini al telefono segnandoli su un pezzo di carta, per poi istruire il «chotu» a gesti e borbottii, guidandolo a distanza tra gli scaffali impolverati dello shop di famiglia. Con Dunzo, poco cambia per il «chotu». I gesti e i borbotti, ora sono a portata di smartphone.

[Pubblicato su il manifesto]