I detrattori di Jean-François de la Harpe (1739-1803) andavano in giro dicendo che doveva il suo cognome al nome della strada parigina in cui era stato trovato da piccolo; più tardi, dopo essere stato allevato dalle Suore della Carità, egli si levò qualche pietra dalla scarpa perché dimostrò di non essere un trovatello qualunque bensì il figlio di un ufficiale svizzero la cui morte aveva gettato la famiglia in disgrazia; e, alla faccia di tutti, si fece strada come letterato anche se non ebbe grande successo (autore di tredici opere drammatiche, cinque saggi critici e trentuno testi diversi).

Voglio qui ricordare de la Harpe non perché abbracciò la causa della Rivoluzione e professò un feroce anticlericalismo che gli valse la protezione di quel mangiapreti di Voltaire; e neanche perché, dopo avere tradotto i “Salmi”,  cambiò radicalmente fino a diventare un baciapile, un accanito e compulsivo frequentatore di chiese, e talmente reazionario da scagliarsi contro gli Enciclopedisti; lo ricordo perché nel settimo volume dei trentadue composti con il titolo “Abrégé de l’Histoire Générale des Voyages” (1780), scrisse: «Le dogane in Cina sono meno rigorose che nella maggior parte degli altri paesi. Non si perquisisce nessuno, e raramente aprono i pacchi e le casse.»

Ohibò, una Cina senza controlli doganali!

Se de la Harpe non viaggiò che tra biblioteche e archivi, sir George Leonard Staunton (1737-1801) in Cina ci andò di persona; partì nel 1792 al seguito dell’ambasceria guidata da Lord George Macartney (1737-1806) di cui era il più stretto collaboratore. Nel 1797, sir Staunton diede alle stampe “An Authentic Account of an Embassy from the King of Great Britain to the Emperor of China” che racconta le peripezie della missione diplomatica, in cui si legge: «La più grande umiliazione per i negoziatori europei che vanno a Canton, è che non viene loro permesso di restarvi che per una parte dell’anno, e il resto del tempo sono obbligati a passarlo a Macao … Tutte le volte che si recano a Macao o che ritornano a Canton, essi sono sottomessi ai diritti di dogana per ciò che trasportano, per cui non hanno un solo mobile per il quale non abbiano pagato questi diritti almeno dodici volte … Tra Vam-pou [Huangpu 黄埔 oggi distretto di Canton]  e Canton non ci sono meno di tre uffici di dogana, e in ciascuno di questi uffici le imbarcazioni europee sono rigorosamente perquisite prima di rientrare negli uffici commerciali delle loro nazioni.»

Ohibò, una Cina con ferrei controlli doganali!

Vediamo come stavano veramente le cose.

In Cina, le dogane terrestri, documentate sin dall’antichità,  erano delle barriere poste su vie carovaniere, strade o corsi d’acqua, e soddisfacevano diverse funzioni: proteggere risaie e campi; raccogliere informazioni; ispezionare e tutelare mercanti, viaggiatori e ambascerie; controllare l’importazione e l’esportazione di prodotti strategici: cibo, armi, oro, argento, oggetti in ferro o rame (metallo usato per coniare monete), cavalli, seta e bachi da seta, sale, documenti; raccogliere i diritti di dogana, ossia fare pagare i dazi in entrata e in uscita.

Il primo ufficio doganale marittimo di cui si ha conoscenza in Cina fu aperto a Canton nel secolo VIII. Tuttavia, si sa che nel periodo dei Regni Combattenti (403-221 a.C.) ci furono rapporti commerciali via mare con Corea e Giappone; nel 1957, nella provincia dello Anhui 安徽 furono ritrovati cinque lasciapassare che davano diritto all’esenzione delle tasse doganali: risalenti ai Regni Combattenti,  sono in bronzo, a forma di canna di bambù, lunghi circa 30 cm, ricoperti di vernice verde e con scritte in caratteri dorati; furono rilasciati dal re di Chu 楚 (nel sud della Cina) al signore dello stato di Qi 齐 (suo confinante a nord); tre di questi lasciapassare sono per la dogana terrestre, due per quella marittima (i due stati erano costieri).

Prima dell’unificazione del 221 a.C., in Cina antica esistevano dei diritti di dogana; i pochi documenti di epoca Zhou 周 (sec. XI a.C.-256 a.C.) che ne parlano citano una tassa del 2% ad valorem per tutte le merci, e alcuni affermano che le dogane erano ben organizzate mentre altri che fossero un sistema indisciplinato, disordinato e aleatorio. I confuciani, anticipando di duemila anni Adam Smith, predicavano il libero mercato senza bisogno di intervento pubblico, ossia diffondevano il precetto secondo cui la dogana doveva controllare le merci ma non esigere dazi. Il filosofo Mengzi 孟子(Mencio, IV-III a.C.), affermava che le dogane dovevano controllare ma non fare pagare pedaggi, e ciò avrebbe portato la prosperità; Xunzi 荀子 (sec. III a.C.), addirittura, dichiarò che un governo che imponeva il pagamento dei diritti di dogana, era pessimo, e i dazi avrebbero portato il caos nel Paese.

In epoca Han (206 a.C.-220 d.C.) le barriere doganali di terra e di mare erano aperte. Lo “Shiji” 史记 (Memorie storiche) di Sima Qian 司马迁 (145-86 a.C.) elenca le merci che viaggiavano liberamente nel Paese: vino, aceto, salsa di soia, frutta e verdura, succhi di frutta, pasta di malto e di fagioli, vacche, montoni, maiali, pellicce di volpe, di martora, di agnello, pesci, datteri, castagne, fieno, cereali, legno, cuoio, pellame, carretti, lacche, oggetti in legno, corno e ferro, tinture, cinabro (solfuro di mercurio HgS, pigmento scarlatto usato come colorante), tessuti grezzi, stoffe di seta, tappeti.

Dopo gli Han e la dissoluzione dell’impero, per avere notizie certe sulle dogane, dobbiamo arrivare all’inizio della dinastia Tang 唐 (618-907) durante la quale coabitarono ventisei tipi di dazi doganali relativamente bassi. Agli inizi dell’VIII secolo fu stabilito il primo ufficio doganale a Quanzhou 泉州 nel Fujian 福建, il più grande porto dell’impero, e si applicarono tasse che variavano dal 10% al 30% del valore delle merci che transitavano. Nel 782 cominciarono ad apparire ufficiali delle dogane anche nelle grandi città e nei porti fluviali, e s’impose il diritto di passaggio al 10% ad valorem di tè, legno, lacca e bambù, e del 3% sugli altri prodotti.

In epoca Song 宋 (960-1279) fu stabilito un diritto di passaggio delle mercanzie al 2% ad valorem, e furono censiti fino a 1993 uffici di riscossione.

Per dazi in epoca mongola (dinastia Yuan 元, 1279-1368), abbiamo informazioni da Marco Polo: le tasse doganali erano al 10% ad valorem su tutte le merci tranne per quelle pregiate per le quali si praticava fino al 44% (il sandalo, ad esempio, era al 40%).

Nelle epoche successive, con i Ming 明 (1368-1644) e i Qing 清 (1644-1911), i dazi doganali s’intrecciano con il commercio tributario, una situazione complicata che possiamo riassumere così: chiunque avesse voluto avere rapporti diplomatici o commerciare con la Cina, doveva offrire un tributo all’imperatore che, a sua volta, dispensava doni preziosi al richiedente. Sono documentati alcuni scambi in cui i doni imperiali erano ben superiori al tributo offerto; sulle merci importate ed esportate, comunque, c’erano i dazi, e questi ricadevano anche sui doni imperiali che l’ospite straniero portava fuori dalla Cina. Vi è poi da mettere in conto il crescente peso della burocrazia e della corruzione: molti funzionari regionali pretendevano dazi supplementari da utilizzare a proprio uso e consumo. Quest’intreccio tra tributi, doni e dazi è un campo di ricerca ancora da percorrere in tutta la sua vastità.

E veniamo ai giorni nostri nei quali il problema più importante per le dogane cinesi è la guerra commerciale scatenata da Trump. Il presidente USA, infatti, ha aperto le danze di una tarantella che vorrebbe fare ballare a chi non è americano. La sua tarantella sovranista è fatta di minacce, blandizie e ancora minacce, passi avanti e passi indietro, giravolte, saltelli di qua e di là. Gli USA hanno comunicato una lunga lista di prodotti cinesi che saranno sovratassati: carne di maiale, frutta, legumi, latte, formaggi, spezie, gelati, attrezzature sportive, strumenti di musica, mobili, sediolini da bambino per automobili, etc. Il Peterson Institute for International Economics ha stimato a 112 miliardi di dollari il valore di questi beni che saranno sottomessi ai nuovi dazi. La Cina sta rispondendo con egual moneta, cioè legiferando su nuove imposte di importazione e adeguando di volta in volta l’organizzazione della sua Amministrazione Generale delle Dogane (Haiguan Zongshu 海关总署): l’intenzione è quella d’imporre dazi aggiuntivi su 75 miliardi di dollari di mercanzie provenienti dagli USA.

Non sappiamo come andrà a finire ma, se la tarantella è una danza che, secondo la tradizione, guarisce dal velenoso morso della tarantola, la tarantella sovranista, invece, non cura un bel niente, anzi è essa stessa un veleno per commercio, consumi e posti di lavoro.

Ohibò, la Cina con le dogane che danzano la tarantella!

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)