Le immagini in arrivo dalla provincia del Guangdong non lasciano spazio a dubbi: a poche settimane dalla rimozione del lockdown, l’economia cinese stenta a decollare. Chi era tornato nel cuore industriale del paese in cerca di lavoro si appresta a fare le valige e a compiere il viaggio inverso. Nella città d’origine probabilmente non troverà opportunità migliori, ma la vita da migranti nella culla del manifatturiero cinese ha costi insostenibili in tempi di contrazione economica, la prima sperimentata dal gigante asiatico negli ultimi quarant’anni.

Come altrove, anche in Cina, sono soprattutto le classi disagiate a pagare il prezzo della pandemia. Il crollo degli ordini dall’estero sta colpendo duramente le piccole e medie imprese, quelle che assorbono l’80% della forza lavoro. E, sebbene le esportazioni non rappresentino più lo zoccolo duro dell’economia cinese, le incertezze del futuro spingono i cinesi, per natura già inclini al risparmio, a stringere la cinghia. Con il risultato che, nell’immediato, i consumi interni – su cui punta Pechino – potrebbero non bastare a sostituire l’export come nuovo volano della crescita. Né a creare nuovi posti di lavoro.

Sebbene, stando agli ultimi dati ufficiali, a marzo il tasso di disoccupazione si è stabilizzato a quota 5,9%, in discesa rispetto all’incremento record del 6,2% riportato nei primi due mesi dell’anno, statistiche indipendenti calcolano il numero reale dei cinesi senza un’occupazione tra i 60 e i 200 milioni se si includono i migranti (mingong), esonerati dalle stime ufficiali ma rilevanti in termini numerici, rappresentando oltre un terzo dei 442 milioni di lavoratori urbani. Chi tra loro una professione, invece, ancora ce l’ha ha visto il proprio stipendio mensile calare in media dell’8% a 525 dollari.

Mantenere stabile il mercato del lavoro rimane priorità assoluta per il governo cinese, rassegnato ad accettare una crescita del Pil sottotono, purché la disoccupazione rimanga sufficientemente contenuta da non comportare disordini sociali. La preoccupazione delle autorità è palpabile: pochi giorni fa, per la prima volta, Pechino ha annunciato che estenderà le indennità di disoccupazione e altre forme di aiuti emergenziali anche ai mingong, da sempre considerati cittadini di classe B ed esclusi dal sistema di previdenza sociale delle città d’adozione.

La misura, approvata dal Consiglio di Stato, risponde alla necessità di aiutare anche le persone più indigenti residenti nelle zone rurali, così come quanti vivono con i sussidi governativi o hanno perso il lavoro a causa dell’epidemia. Contestualmente, sei province e municipalità del paese – tra cui Pechino, Shanghai, Tianjin e il Guangdong – hanno alzato il salario mensile minimo sopra la soglia dei 2000 yuan (282,43 dollari). Come spiega la stampa statale, l’incremento serve “a mantenere il mercato del lavoro stabile e a garantire che la popolazione a basso reddito goda i frutti dello sviluppo economico nella salvaguardia dei propri interessi legali.”

Da tempo il governo cinese è impegnato in una complessa riforma dello hukou, il sistema che vincola l’accesso al welfare all’area di provenienza. Le misure emergenziali, tuttavia, potrebbero non bastare a tutelare la manodopera mobile. Secondo l’editorialista di Bloomberg, Ren Shuli, la discrezionalità con cui le autorità locali stanziano i sussidi rischia di penalizzare ancora una volta i migranti, a seconda che le indennità vengano rilasciate dal luogo d’origine o dalla città in cui lavorano.

[Pubblicato su il manifesto]