Quasi 16 anni fa andò in scena il primo summit Giappone-Corea del Nord. Malgrado la sua linea dura, il premier Shinzo Abe ora punta a riavviare il dialogo. Per non essere tagliato fuori dal disgelo tra Trump e Kim. E assicurarsi un futuro politico, oggi minacciato da uno scandalo.


Quel giorno del 2002 il cielo sopra Pyongyang era limpido. Una giornata ancora estiva, nonostante fosse ormai settembre inoltrato.

Intorno a un tavolo in una stanza al piano terra della Paekhwawon Guesthouse — la residenza più prestigiosa di proprietà dello Stato, adibita all’accoglienza dei dignitari stranieri in visita in Corea del Nord — il primo ministro giapponese sta preparando insieme ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori il primo incontro ufficiale con il governo nordcoreano cinquant’anni dopo la fine della guerra di Corea.

Sul tavolo rimangono degli onigiri — polpette di riso — fatti preparare prima della partenza. Non c’era tempo da perdere in pranzi formali, a costo di rompere la prassi diplomatica. La fame, in più, tiene vigili.

Mentre attende l’inizio della prima sessione del summit con Kim Jong-il, leader supremo della Corea del Nord, Jun’ichiro Koizumi rimane silenzioso. Concentrazione e, forse, un po’ di sonno. Il premier giapponese si era svegliato alle 5 del mattino a Tokyo per salire su un volo di Stato per Pyongyang programmato alle 6:46.

Tra i suoi collaboratori fremono intanto le discussioni su come agire al cospetto del dittatore. Chiedere delucidazioni sui rapimenti di cittadini giapponesi da parte di agenti segreti nordcoreani negli anni ’70 e ’80 e avere rassicurazioni sulla loro sorte; e, soprattutto, non dare all’opinione pubblica l’idea di voler normalizzare i rapporti tra i due Paesi senza delle scuse ufficiali da parte di Pyongyang: questa la linea suggerita dai consiglieri.

Anche Shinzo Abe, giovane vicesegretario di gabinetto e membro della spedizione nordcoreana, è d’accordo. «Finché non rivelano nel dettaglio ciò che è successo e si scusano formalmente per i loro misfatti, non dovrebbe firmare la dichiarazione congiunta. Se non lo fanno dovrebbe alzarsi e andarsene».

Quella visita, nel 2002 aveva colto il mondo di sorpresa. Come racconta Yoichi Funabashi, presidente di un think tank con sede a Tokyo ed ex direttore dell’Asahi Shimbun, nel suo rapporto-reportage The Peninsula Question, anche Washington ne fu sorpresa ed anzi mise in guardia gli inviati del governo nipponico.

Niente era stato però improvvisato: i negoziati erano iniziati in segreto l’anno precedente — lo stesso Abe aveva scoperto di quell’evento appena un mese prima della partenza — e il premier era sicuro di portare a casa qualche risultato. E avrebbe avuto ragione: Koizumi ottenne l’ammissione e le scuse di Kim sulla vicenda dei rapimenti e una moratoria sui test balistici durata fino al 2005.

Quel giorno di quasi 16 anni fa Shinzo Abe se lo ricorda bene. Da quando è tornato al governo, in quello che è l’ennesimo tentativo di eguagliare il governo del suo mentore Koizumi, Abe ha cercato di ricostruire un contatto con la Corea del Nord. Da una parte, perché da capo del governo ha affrontato — e largamente sfruttato per indirizzare l’opinione pubblica verso la tanto agognata riforma della costituzione pacifista — la minaccia di un attacco missilistico nordcoreano; dall’altra, perché nonostante una prima apertura culminata nel rimpatrio di cinque dei tredici cittadini giapponesi rapiti da Pyongyang all’indomani della missione Koizumi, la questione dei rapimenti rimane ancora aperta. Degli altri otto rapiti non si hanno notizie certe, anche se il governo nordcoreano ha confermato la loro morte.

Nei confronti di Pyongyang, almeno in superficie — a livello internazionale e, soprattutto, di fronte al suo elettorato conservatore — Abe ha mantenuto una linea dura, difendendo la linea delle sanzioni economiche. Più in profondità, invece il leader giapponese ha cercato un dialogo.

Non è un caso che da quando è tornato in carica nel 2012 l’attuale primo ministro giapponese si sia circondato di alcune persone con contatti diretti con la Corea del Nord. Uno di questi è il consigliere Iwao Iijima, anche lui come Abe già membro della missione Koizumi del 2002. A ottobre 2013, Iijima ha incontrato degli inviati del regime di Pyongyang a Dalian, in Cina, dando adito a speculazioni su un possibile terzo summit Giappone-Nord Corea.

Pochi mesi prima, a maggio, l’inviato di Tokyo era stato ripreso dalla tv di Stato nordcoreana a Pyongyang per un vertice — anche questo “giunto a sorpresa” — con un ufficiale di alto livello del ministero degli Esteri nordcoreano. L’obiettivo del summit non è stato rivelato.

Ancora pochi giorni fa, mentre era in visita in Corea del Sud per assistere alla cerimonia di apertura, Abe ha poi parlato con il presidente di nome della Repubblica democratica del popolo di Corea, Kim Yong-nam. Anche in questo caso nessun dettaglio è stato rivelato, ma, come scritto dai media nipponici, è comunque un fatto raro che un capo del governo giapponese si rivolga direttamente a un esponente di così alto rango del regime di Pyongyang. «Ho riferito il nostro pensiero», ha tagliato corto Abe.

Pochi giorni più tardi, ecco la notizia di un possibile nuovo summit tra Tokyo e Pyongyang, trapelata da fonti diplomatiche. A molti osservatori, l’annuncio è suonato come una richiesta da parte del Giappone di non essere lasciato in disparte dai futuri vertici trilaterali.

Poche ore prima, Donald Trump aveva infatti accettato l’invito della Corea del Nord a organizzare un meeting con Kim Jong-un. Un meeting il cui successo dipenderà anche dalla mediazione di Corea del Sud e Cina, gli unici interlocutori diretti di Pyongyang al momento. E dal punto di vista di Washington, i successi diplomatici del presidente Moon Jae-in in periodo olimpico e la leadership indiscussa di Xi Jinping oggi offrono forse garanzie maggiori rispetto al Giappone.

Anche se Tokyo ribadisce: «Basta vertici fini a se stessi» e invita a fissare punto su punto una serie di richieste alla controparte nordcoreana. Sempre la scorsa settimana, il primo ministro giapponese è tornato a ribadire di voler fermare il programma di sviluppo nucleare — Tokyo ha da poco annunciato che sosterrà anche economicamente le indagini dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sugli impianti nucleari in Corea del Nord — e la restituzione degli ultimi otto cittadini giapponesi rapiti.

Oggi questa linea dura rischia di lasciare ai margini il Giappone. Ma saranno soprattutto i guai domestici del primo ministro — in particolare, lo scandalo sulla vendita di un terreno a prezzo scontato a un operatore scolastico privato di chiare visioni nazionaliste che ha coinvolto il premier, la first lady Akie e il vicepremier Taro Aso — a determinare parte del coinvolgimento del Giappone nella questione nordcoreana. In ballo c’è lo stesso futuro politico di Abe & co. E nella scala delle priorità del governo, la conservazione dello status quo viene prima di tutto il resto.

di Marco Zappa

[Pubblicato su Eastwest]