Che l’integrazione sociale possa essere realizzata tramite l’esperienza della differenza è un’ipotesi sovente trascurata. Il saggio documenta gli “sforzi” compiuti dal Partito Comunista Cinese (PCC) per gestire tale esperienza attraverso l’alterizzazione, l’esotizzazione e la femminizzazione delle culture minoritarie in una modalità che L. Schein definisce “orientalismo interno.” L’analisi nasce dal presupposto che le rappresentazioni dell’alterità non sono sempre l’esito di proiezioni nazionalistiche operate unilateralmente da stato-partito sulle culture in questione, bensì della loro appropriazione da parte delle minoranze stesse che, sagomando un’immagine più appetibile della propria etnicità, si adoperano per conseguire maggiore partecipazione politica. Queste costruzioni dell’alterità etnica sono oltremodo evidenti fra gli indigeni della Cina sud-occidentale che si sono acculturati ai costumi Han ed in seguito al programma di “classificazione etno-linguistica” (minzu shibie) hanno saputo (re)inventare le categorie identitarie ascrittegli per beneficiare di incentivi statali per lo sviluppo territoriale. A comprova di ciò, viene offerto un caso-studio sui Naxi dello Yunnan.

Particolare attenzione è rivolta a politiche etniche e di salvaguardia del patrimonio culturale, nonché al coinvolgimento di élite e quadri etnici nelle attività di ridimensionamento turistico.

Le politiche etniche cinesi prescrivono il riconoscimento di diritti collettivi a coloro i quali nel periodo compreso tra la fondazione della repubblica popolare (RPC) e l’inizio degli anni 1980 sono stati classificati come gruppi minoritari o minzu. È per essi imperativo tener fede al principio che Fei Xiaotong (1989) chiama “unità pluralistica della nazione cinese” ed al disopra di tutto all’autorità del PCC, il che di fatto getta un’ombra sulle rappresentazioni della diversità che non si confanno alle direttive nazionali sancite dai vertici.

Dipingere però tali direttive come il prodotto dello sciovinismo Han non rende certo giustizia alla complessità dei processi identitari in corso nelle periferie etniche del paese.Sebbene il risveglio nazionalista cinese registrato negli anni post-olimpici abbia fatto della diaspora di minoranze etniche un fattore decisivo nella politica estera di Pechino, l’effetto creato dalla mobilitazione, per lo più compiacente, di gruppi minoritari all’interno della RPC è un tema che rimane taciuto negli studi sulla Cina contemporanea.

Come spiega T. Jinba nella sua indagine sui khampa, questi andrebbero concepiti come gruppi di interesse che “si aggrappano a [forme di] marginalità etnica per plasmare un’immagine più autentica del proprio capitale culturale […] e ribaltare [così] la posizione periferica cui sono stati relegati” (2014: 5-6). Ciò si ravvisa specialmente in quelle comunità che, con l’affermarsi del modello neo-sviluppista tanto ostentato dalla leadership comunista, sono state travolte da ingenti flussi di investimento ed inserite in piani di valorizzazione paesaggistico-ambientale. Secondo alcuni, questa tendenza avrebbe causato la “(co)modificazione” delle tradizioni indigene, scatenando un’accesa competizione fra le minzu che, pur di strappare finanziamenti pubblici, farebbero ora a gara per presentarsi nel modo più esotico possibile.

Altri, senza tuttavia affrontare criticamente l’autenticità delle narrazioni dal basso, hanno cercato di evidenziare l’agentività di codesti gruppi. Tra essi spicca Pan Jiao (2011) che, smontando la tesi orientalista, illustra quanto costruzioni dell’identità etnica successive al riconoscimento delle 56 etnie nazionali (Han inclusi), lungi dall’essere un’imposizione inappellabile da parte di stato-partito, indichino piuttosto la somma di aspirazioni culturali, progetti e rivendicazioni nazionalistiche promosse da una molteplicità di soggetti agenti proattivamente coinvolti. A fronte di siffatti assunti, è doveroso quindi porsi i seguenti interrogativi.

Di queste aspirazioni, progetti e rivendicazioni quali contenuti sono scartati? Quali vengono conservati e smussati nei toni per essere consegnati al grande pubblico? O prendendo a prestito il linguaggio di Schein, “quando sono le minoranze ad auto-rappresentarsi, cosa viene rimaneggiato e convalidato della cultura dominante?” (2016: 263). È intorno a questi interrogativi che si colloca il caso-studio sulla società Naxi esaminato nell’ultima sezione.

In base al censimento del novembre 2010, nonostante occupino appena l’8,49% della popolazione complessiva della RPC, le 55 etnie minoritarie ufficialmente riconosciute si trovano distribuite sul 64,3% del territorio nazionale, per il 90% nelle aree di frontiera. Ammontando a 113,79 milioni, costituiscono un terzo dell’intera “popolazione indigena” del pianeta. Di questi sarebbero oltre 5 quelli figuranti come quadri etnici, l’equivalente al 6,6% del totale dei tesserati al PCC (dati 2012). Alcuni hanno ricoperto o ricoprono massime funzioni dirigenziali, come Hui Liangyu (1944-), “musulmano” d’etnia Hui che è stato Vice Primo Ministro dal 2003 al 2013, ed i mongoli Fu Ying (1953-) e Yang Jing (1953-), rispettivamente l’attuale Presidente del Comitato per gli Affari Esteri ed il Segretario Generale del Consiglio di Stato nel quinquennio 2013-18.

Altre personalità di rilievo cui sono state conferite nomine ministeriali comprendono il Vice Segretario dell’Accademia di Scienze Sociali (CASS), Hao Shiyuan (1952-), anch’esso originario della Mongolia Interna; il Consigliere di Stato Tujia, Dai Bingguo (1941-), rimasto in carica fino al marzo 2013 al fianco di Wen Jiabao; l’ex Governatore della Regione Autonoma del Guangxi, Ma Biao (1947-), membro della minoranza Zhuang. Quadri con un background simile svolgono un ruolo chiave nel facilitare le interazioni tra stato-partito e comunità etniche. Lavorando in tandem con le élite locali, si avvalgono del proprio status di minzu, credo religioso e dell’alta reputazione di cui godono per impartire, mantenere o consolidare direttive nazionali, non senza proteggere gli interessi della comunità.

Un esempio di questo intreccio fra egemonia statale ed “agentività etnica” ci viene dai Naxi, una minoranza del ceppo tibeto-birmano che al presente conta 326.295 individui. Contrariamente a segmenti della popolazione uigura, tibetana e mongola le cui istanze indipendentiste sono da sempre oggetto di attenzione mediatica, il caso dei Naxi di Lijiang attesta che esiste un certo margine di negoziazione in materia d’identità etnica. Studi più o meno recenti sui piani di sviluppo di Lijiang suggeriscono che, dopo il trentennio maoista (1949-76), la (ri)scoperta delle tradizioni Naxi ha dato impulso a “progetti di empowerment” volti ad accrescere il prestigio di gruppo, incrementare le rendite turistiche e cementare un’immagine della diversità in linea con le articolazioni gerarchiche dell’apparato minzu.Nell’ambito delle attività di promozione turistica di questa cittadina sulle pendici dell’Himalaya e sito UNESCO dal gennaio 2008, l’autenticità Naxi è esaltata come principale fattore di attrazione.

Questa viene forzata entro dicotomie misogine che rinsaldano vecchie concezioni sinocentriche su incivilimento dei “barbari” e loro assimilazione alla più “avanzata” cultura Han. È con l’apertura di un nuovo aeroporto nel 1996 e l’afflusso di visitatori da tutto il mondo – ben 46,4 milioni quelli stimati nel 2018 – che la trama di queste rappresentazioni stereotipate ha cominciato ad infittirsi ed elementi dell’antico sistema matriarcale Naxi, ritenuto estinto ormai da secoli, sono stati sottoposti a rivisitazione.

La figura dello sciamano Dongba, che durante la Rivoluzione Culturale (1966-76) personificava la superstizione “feudale”, è ora elevata a roccaforte della saggezza popolare al pari dell’erudito confuciano, mentre il suo corrispettivo femminile, la Sanba, suscita associazioni negative congruenti con la mentalità patriarcale Han che vuole la donna asservita. Sul solco di questo processo di gerarchizzazione e femminizzazione del “primitivismo culturale”, alcuni culti religiosi sono stati riabilitati tramutando ciò che prima della riforma economica era demonizzato come credulità superstiziosa in “cultura immateriale.” Il primissimo passo in questa direzione risale al maggio 1981, quando, per volontà dell’allora vice segretario del PCC, He Wanbao (d. 1996), è stato fondato l’Istituto di Ricerca sulla Cultura Dongba, estensione della sezione provinciale del CASS.

Seguendo l’esempio di He, altri quadri Naxi si sono prodigati nell’opera di preservazione dei manoscritti Dongba, anch’essi nella lista del patrimonio UNESCO. Non mancano inoltre quelli che, di concerto con suddetto istituto ed enti privati (i.e. Jade Dragon Mountain Tourism Development Co.) sono ricorsi a cerimoniali detti shugu per trarre auspicio dagli spiriti della montagna durante i lavori per l’impianto funiviario. I residenti sono consapevoli della teatralità di queste rappresentazioni e ne partecipano alla messa in scena attraverso formule e modi che hanno trasformato Lijiang in un enorme parco tematico. Esibizioni coreografiche, canti e danze, come quella datiao eseguita circolarmente nella piazza del centro, contribuiscono a “museizzare” le tradizioni indigene confezionandole per il consumo turistico.

La parodia “Impression Lijiang” che, ideata dal celebre Zhang Yimou, vede centinaia di residenti inscenare l’immaginario della vita rurale Naxi sullo sfondo dell’imponente Yulong Xueshan ad un’altitudine di 3100 metri, ne è la più sublime manifestazione. Nel 2018, l’insieme di queste iniziative avrebbe generato un profitto di 99,845 miliardi di RMB, e si stima che negli anni a venire la modernissima ferrovia ad alta velocità che collega la cittadina al capoluogo di provincia, Kunming, favorirà ulteriormente le rendite.ConclusioniLe vicende dei Naxi dimostrano che i processi di costruzione identitaria non sono necessariamente di natura contrastiva e che alcuni gruppi minoritari, anziché respingere etichette loro affibbiategli, scelgono di manipolarle per fini propri.

Che siano le proiezioni di stato-partito a fabbricare identità periferiche, o che siano al contrario le élite locali ad “esoticizzare” le tradizioni per meglio adeguarle a tali proiezioni, non è da escludere la possibilità che queste ultime siano simultaneamente passivi recipienti di una “soggettività alterizzata” e produttori attivi di quelle stesse forze che le relegano ai margini del discorso sull’unità nazionale. Non sussiste pertanto una narrazione univoca e lineare che calata dall’alto occulta iniziative affermatesi localmente, bensì una che di esse si alimenta ed espande a loro scapito.

Ammesso che siffatte iniziative non divergano dal discorso ufficiale e le minoranze assurte a simbolo della diversità non sfregino equilibri di potere consolidati, (re)inventare tradizioni e categorie identitarie rimane per il momento l’unico strumento nelle mani delle élite in questione per intervenire sulle politiche etniche. Come rivela il caso ivi discusso, ciò può tradursi in una risorsa in grado di riesumare culti precedentemente stigmatizzati.

Di Tommaso Previato

[Pubblicato su il manifesto]