Mentre la protesta in Myanmar arriva al 12mo giorno di mobilitazione e mentre la giunta continua a modificare il codice penale per dare statuto legale alle sue azioni contro la disobbedienza civile, uno spiraglio sembra arrivare da un’intervista via mail rilasciata dall’ambasciata cinese in Myanmar e riportata ieri dal quotidiano in lingua inglese Myanmar Times.

L’intervista rilasciata dai diplomatici di Pechino ha toni moderati e tra l’altro ricorda che la Cina ha sottoscritto la risoluzione del Consiglio di sicurezza che chiedeva il rilascio di Aung san Suu Kyi e del presidente Win Myant. Ma, soprattutto, invita al dialogo tra le parti e dice di voler sostenere la proposta di mediazione dell’Asean (i dieci Paesi del Sudest asiatico di cui fa parte il Myanmar) e gli sforzi di riconciliazione richiesti dal CdS dell’Onu. Dichiarazioni formali ma sufficienti a indicare una strada, benché in salita, che mette in mostra le preoccupazioni del maggior alleato del Myanmar e del suo principale investitore. Dichiarazioni che di per sé non indicano una svolta ma insinuano certamente il dubbio – se non già formalmente espresso ai golpisti – che Pechino non sia disposta ad appoggiare Tatmadaw, l’esercito birmano, all’infinito.

Nel pragmatismo classico dei cinesi ricorrono come un mantra le parole dialogo e stabilità. Una stabilità che al momento non sembra per nulla garantita da una leadership in divisa che sembra pencolare tra soluzioni estreme di uso della forza e più blande opzioni, come la minaccia di pene più severe o arresti cui spesso seguono scarcerazioni. La giunta ha comunque emesso mandati di arresto per 17 membri del Parlamento accusandoli di istigazione. Dandone notizia, il magazine birmano Irrawaddy spiega che sono membri di un comitato parlamentare auto dichiarato e dominato dalla Lega nazionale per la democrazia. Tra l’alto oggi Suu Kyi dovrebbe arrivare in tribunale.

Nel contempo la rete ha visto lunedì notte il secondo lockdown prolungato ma si è anche vista un’estensione massiccia della protesta che sta paralizzando il sistema bancario del Paese. Mentre la maggior parte dei bancomat di società private è ormai senza denaro, i correntisti delle banche in mano ai militari hanno dato l’assalto agli sportelli che hanno dovuto chiedere alle 11. Anche la Banca centrale è paralizzata dallo sciopero dei dipendenti che si sono aggiunti ai lavoratori dell’amministrazione pubblica, degli ospedali o delle ferrovie. Incrociano le braccia contro la giunta.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]