Da un ex wrestler a un politico di lungo corso appartenente a una famiglia di autisti. Da Khaltmaagiin Battulga a Ukhnaa Khurelsukh. Questo dovrebbe essere, secondo tutti i pronostici, l’esito delle elezioni presidenziali in Mongolia in programma mercoledì 9 giugno. Ma dalle urne non uscirà solo un nuovo capo dello Stato: comunque vada, ci sarà una svolta nella vita politica del Paese asiatico stretto tra Russia e Cina.

Il sesto presidente democraticamente eletto sarà infatti il primo a essere scelto dopo la riforma costituzionale di fine 2019. La riforma allunga il mandato presidenziale da quattro a sei anni, ma lo fa diventare singolo. Ciò significa che il Presidente non potrà più essere rieletto, già a partire da questa tornata. Il che ha scatenato le polemiche tra le forze politiche, con l’uscente Battulga che ha provato fino alla fine a rovesciare la decisione che di fatto lo ha estromesso dalla ricandidatura. Inoltre, gli emendamenti hanno tolto alcuni poteri al Presidente, che finora aveva il potere di veto sulle leggi proposte dal potere legislativo. Negli ultimi anni, gli elettori hanno spesso controbilanciato il potere del parlamento scegliendo come Presidente i candidati del partito di opposizione. Anche questa tradizione, però, appare destinata a finire.

I candidati alla presidenza sono tre. Il primo, favoritissimo, è Khurelsukh. È il leader del Partito del Popolo Mongolo, forza di maggioranza di ispirazione socialista (ed ex partito unico marxista-leninista) che controlla con 62 seggi su 76 il Grande Hural di Stato, il parlamento unicamerale del Paese. Il principale sfidante è Sodnomzundui Erdene, presidente del Partito Democratico, forza di centrodestra che in parlamento è all’opposizione dal 2016 ma che esprime il Presidente dal 2009, prima con i due mandati di Tsakhiagiin Elbegdorj e poi col mandato di Battulga. Lo slogan della campagna è “Mongolia senza dittatura”, visto che secondo Erdene in caso di vittoria di Khurelsukh il Paese rischierebbe di tornare al partito unico.

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Di Lorenzo Lamperti