È il primo, duro rapporto dell’Alto commissariato contro New Delhi. Che replica: «Falso e tendenzioso»


«C’è urgente bisogno di affrontare le violazioni dei diritti umani e gli abusi del passato e correnti ai danni della popolazione del Kashmir, che per sette decenni ha sofferto un conflitto che ha reclamato e rovinato numerose vite». Così inizia il comunicato con cui, il 14 giugno, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr) annunciava la pubblicazione di un rapporto dedicato alla situazione dei diritti umani nello stato indiano del Jammu e Kashmir e nell’Azad Jammu e Kashmir e Gilgit-Baltistan, amministrato dal governo pachistano.

Si tratta in assoluto del primo rapporto dedicato dall’Ohchr alla situazione in Kashmir, territorio suddiviso tra India e Pakistan dal 1947 oggetto di rivendicazioni territoriali reciproche e teatro di un conflitto in cui le atrocità del terrorismo si mischiano alla repressione violenta degli apparati di sicurezza nazionali.

PRENDENDO IN ESAME il periodo che va dal giugno del 2016 al marzo del 2018, il rapporto ripercorre l’ultima fase di una stagione di violenze che sta ancora interessando «entrambi» i Kashmir, in particolare quello indiano. L’Ohchr, sottolineando come la richiesta di inviare osservatori dell’Onu sul campo sia stata respinta da New Delhi e accordata da Islamabad solo nel caso l’accesso al territorio fosse garantito anche dall’India, nelle 49 pagine del rapporto getta luce sulle violazioni dei diritti umani commesse impunemente dalle forze di sicurezza indiane, protette da leggi ad hoc che subordinano l’apertura di procedimenti penali ai danni degli agenti coinvolti all’autorizzazione degli stessi vertici militari.

AD OGGI, NOTA IL RAPPORTO, non un solo soldato indiano è stato portato a processo per ipotesi di reato che vanno dall’omicidio alla tortura, dallo stupro di civili all’occultamento di cadaveri in fosse comuni, fino al recente fenomeno delle vittime di proiettili a pallettoni di piombo esplosi da polizia ed esercito su manifestanti civili: in meno di un anno, i fucili a pallettoni delle autorità indiane hanno portato alla morte di almeno 17 persone e al ferimento di oltre 6.200 manifestanti, tutti civili.

L’ALTO COMMISSARIO per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein, commentando i contenuti del rapporto, ha dichiarato in conferenza stampa: «Solleciterò presso l’Alto commissariato per i diritti umani la formazione di una commissione d’inchiesta per condurre un’indagine internazionale, indipendente e completa circa le accuse di violazioni dei diritti umani in Kashmir».

Attraverso un comunicato del ministero degli Esteri, l’India ha respinto le accuse contenute nel rapporto, giudicandolo «fallace, tendenzioso e motivato». «È una selezione di informazioni largamente non verificate. È apertamente pregiudiziale e intende costruire una falsa narrazione» si legge nel comunicato ministeriale che, oltre a respingere le accuse di violazione dei diritti umani, giudica il rapporto «una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale indiana. L’intero stato del Jammu e Kashmir è parte integrante dell’India. Il Pakistan sta occupando illegalmente e con la forza una parte dello Stato Indiano».

IL MINISTERO DEGLI ESTERI pachistano, per contro, ha accolto con favore la pubblicazione del rapporto che pur contiene accuse di violenze e violazioni dei diritti umani nel Kashmir pachistano: «I riferimenti alle preoccupazioni circa violazioni dei diritti umani nell’Azad Jammu e Kashmir e Gilgit-Baltistan non dovrebbero in nessun modo costituire un falso senso di equivalenza rispetto alle enormi e sistematiche violazioni dei diritti umani nel Kashmir occupato dall’India» recita il comunicato di Islamabad.

di Matteo Miavaldi

[Pubblicato su il manifesto]