A distanza di circa tre mesi dalla cessione del Milan al fondo Elliot, il misterioso imprenditore cinese Li Yonghong, subentrato a Berlusconi nella proprietà del club lo scorso anno, torna sotto i riflettori mediatici per l’ennesima grana finanziaria. Secondo quanto riporta il South China Morning Post, Li è finito sulla lista nera degli individui “inaffidabili” a causa di diversi milioni di dollari di debiti non pagati. Per il tribunale intermedio di Jingmen, l’imprenditore si sarebbe sottratto al pagamento di 60 milioni di yuan (8,7 milioni di dollari) nei confronti di una società di investimento della provincia dello Hubei, oltre ad aver eluso una sanzione di 12 milioni di yuan. La confisca dei beni sarebbe stata resa impossibile dalla mancanza di proprietà e depositi bancari a suo nome. Le autorità hanno comunque proceduto alla requisizione del passaporto, inserendo l’imprenditore – residente a Hong Kong – nel novero degli individui soggetti a restrizioni per quanto riguarda l’accesso ai servizi pubblici. Questo vuol dire che l’ex proprietario dei Rossoneri si vedrà preclusa  la possibilità di viaggiare su treni ad alta velocità e in aereo, soggiornare in hotel costosi o richiedere una carta di credito.

Lo scorso luglio le autorità cinesi avevano annunciato la registrazione di ulteriori 506 persone nella lista dei soggetti schedati per reati finanziari o violazioni sui trasporti, portando il numero complessivo dei sanzionati a 673. Illustrando le misure introdotte a inizio maggio, il China Daily, spiegava che chi “non riuscirà ad adempiere alle sentenze giudiziarie o risulterà coinvolto nel commercio illegale di titoli verrà bandito da tutti i voli aerei, nazionali e internazionali, per 12 mesi”. Il recente giro di vite conferisce ufficialità a quanto già messo in pratica negli ultimi anni in maniera sperimentale con l’obiettivo di istituire entro il 2020 un sistema dei “crediti sociali” in grado di classificare ogni cittadino sulla base della propria condotta non solo finanziaria ma anche sociale. Stando a quanto riportava nel 2017 la Corte Suprema del Popolo, i cinesi interdetti all’acquisto di voli aerei sarebbero già oltre 6 milioni.

Che Li non fosse esattamente un soggetto “affidabile”, almeno in Cina, era chiaro da tempo. Il passaggio della proprietà dei Rossoneri, innescato dal mancato rimborso dei 32 milioni versati da Elliott nel giugno 2018, è giunto dopo mesi di indiscrezioni sulle reali disponibilità economiche dell’imprenditore. Secondo la ricostruzione fornita del sito sohu.com, nel 2014 Li era già stato sollecitato a ripianare il debito nei confronti della Hubei Jingjiu Investment Co. con una penale da parte di una commissione d’arbitrato, quindi ben prima di acquistare il Milan nell’aprile 2017.

Nel luglio dello scorso anno era stata la società cinese proprietaria per il 70% dell’Inter Suning a finire nell’occhio del ciclone dopo che l’emittente statale CCTV aveva messo in dubbio la legalità dell’acquisizione. “Alcune aziende sono già molto indebitate in patria, eppure spendono generosamente all’estero avvalendosi di prestiti bancari… Penso che molte operazioni di acquisto abbiano una bassa probabilità di generare flussi di cassa e non posso escludere la possibilità si tratti di una copertura per operazioni di riciclaggio di denaro”, commentava dagli studi televisivi Yin Zhongli, ricercatore presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, il think tank governativo più autorevole del paese.

Da quando tre anni fa il presidente Xi Jinping ha lanciato un’ambiziosa riforma del calcio, le aziende cinesi hanno speso decine di miliardi di euro per l’acquisizione di oltre una dozzina tra i migliori club a livello mondiale. Ma la coincidenza temporale tra lo shopping calcistico e l’inasprimento dei controlli sulla fuga di capitali all’estero ha generato non pochi sospetti. Alla fine del marzo 2017, Pan Gongsheng, ex vice governatore della People Bank of China, ha accusato le imprese sportive e quelle operanti nel settore dell’entertainment di “trasferire beni all’estero sotto la copertura di accordi che non hanno alcun senso in un’ottica business”. Da allora i capitali cinesi hanno fatto marcia indietro. Lo scorso luglio, l’Aston Villa è diventata la quinta squadra europea a sperimentare un’uscita parziale o totale degli investitori cinesi.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]