Un paio di anni fa, durante un incontro organizzato dall’Università di Roma La Sapienza, l’ex ambasciatore italiano in Cina Alberto Bradanini sintetizzava il significato delle riforme cinesi in una sola parola: “efficienza”. Non necessariamente libero mercato né tanto meno un sistema politico più democratico. Semplicemente quel che meglio si adatta al paese.

Il concetto di “efficienza” torna tra le righe del lungo discorso tenuto dal presidente cinese Xi Jinping martedì scorso per commemorare il 40esimo anniversario delle riforme lanciate da Deng Xiaoping all’indomani della Rivoluzione Culturale, quando la Repubblica popolare era “sull’orlo del collasso economico”. Definendo la rapida ascesa cinese “un miracolo senza precedenti”, il leader ha assicurato che il gigante asiatico sosterrà le riforme economiche, ma non cambierà il proprio sistema politico né permetterà ad altri paesi di dettare la propria agenda interna. Piuttosto, continuerà ad aggiornare il proprio modello di sviluppo con quella stessa adattabilità/efficienza che quest’anno ha permesso al regime cinese di superare per longevità l’Unione Sovietica. Lo farà “rafforzando le aziende statali” e “sviluppando l’economia privata”, ma senza soddisfare nell’immediato le richieste della comunità internazionale per nuove e più concrete agevolazioni sui capitali esteri e l’imprenditoria privata che oggi – pur contando per oltre il 60% del Pil e l’80% dei posti di lavoro – è la vera vittima del connubio deleveraging – rallentamento economico. D’altronde, se la buona riuscita delle riforme si misura in “efficienza”, finora il “socialismo con caratteristiche cinesi” ha svolto al meglio la sua funzione. Ma continuerà a essere così?

Sono passati cinque anni da quando il terzo plenum ha promesso più mercato e una ristrutturazione dei monopoli statali. Sei da quando, appena nominato segretario generale del Pcc, Xi visitò Shenzhen, la megalopoli del Sud scelta da Deng Xiaoping come laboratorio per i primi esperimenti capitalistici. Al tempo, il viaggio parve suggerire una possibile attitudine liberale della nuova amministrazione. Complici i precedenti paterni del nuovo Timoniere. Come mette in rilievo l’agenzia Xinhua in un articolo dal titolo “Xi Jinping: The man who leads China’s reform into a new era”, negli anni ‘80 il padre Xi Zhongxun svolse un ruolo chiave nell’istituzione della prima zona economica speciale come segretario provinciale: “Il coraggio e il senso della missione del padre hanno lasciato un’impressione profonda sul figlio.”

Da allora tuttavia alcune delle riforme strutturali avviate da Deng sono state completamente smantellate: il limite dei due mandati presidenziali, la leadership collegiale, la separazione tra partito e governo, e la strategia del basso profilo in politica estera hanno lasciato il posto, in casa, a un accentramento dei poteri nelle mani di un unico lider maximo e a un maggiore controllo politico sull’economia privata. All’estero, a un’assertività minacciosa, talvolta arrogante. L’immagine di Deng è andata sbiadendo, relegata nelle retrovie dei complessi museali dove oggi primeggiano con toni futuristici i successi della Nuova Era firmata Xi Jinping. Quando lo scorso ottobre Xi è tornato a Shenzhen per battezzare una nuova megaregione economica nel delta del fiume delle Perle, la portata simbolica della visita risultava compromessa in partenza dall’appoggio al “ruolo insostituibile” dei colossi statali rinnovato dal presidente durante una precedente trasferta nell’ex Manciuria, la patria dell’industria pesante e petrolifera cinese. Quella meno incline a rinunciare alle lusinghe economiche del capitalismo di stato, dopo aver contribuito ad ammortizzato la crisi finanziaria mondiale investendo e producendo nell’interesse nazionale senza curarsi delle logiche di mercato.

Le resistenze infatti non mancano. Se per Xi, il futuro riserva alla Cina “pericoli inimmaginabili”, secondo la stampa ufficiale “concetti ideologici mal concepiti e meccanismi istituzionali stanno diventando un ostacolo per le riforme e l’apertura”. Mentre lo scenario internazionale si fa via via più ostile, sfide anche più cruciali provengono dalla scarsa popolarità riscossa in alcuni ambienti dalle politiche muscolari e ultra-stataliste del “presidente eterno”. Lo dimostra la rimozione dall’agenda 2018 del consueto plenum autunnale, che secondo la liturgia del partito avrebbe dovuto fare da sfondo a grandi annunci di natura economica. Negli ultimi mesi, le critiche sono arrivate niente meno che dai figli di Deng Xiaoping e Zhu Rongji, l’artefice della ristrutturazione delle aziende di stato anni ‘90.

Auspicando una maggiore unità, nel suo discorso Xi ha chiesto sostegno “alla guida autorevole e centralizzata del Comitato Centrale del Pcc” affinché la leadership del partito venga attuata in materia di riforma, sviluppo, stabilità, affari interni ed esteri, difesa nazionale, partito, stato, esercito e altri settori.” Ben 128 sono le volte in cui è ricorsa la parola “partito”, più di “riforme” (87), “apertura” (67) e “mercato” (5). Al contempo, la riabilitazione dei predecessori Jiang Zemin e Hu Jintao – fin’oggi sacrificati in nome di una simbolica discendenza diretta da Deng e Mao – parrebbe smascherare il bisogno di maggiore coesione al vertice. E non solo.

“Riforma, sviluppo e perseveranza non sono rari al mondo. Ciò che davvero sorprende è il modo in cui la Cina ha bilanciato perfettamente riforma, sviluppo e stabilità”, spiega il tabloid in lingua inglese Global Times, “ma mentre gli interessi interni del paese si stanno rapidamente dividendo, diventa più difficile per il popolo cinese raggiungere un consenso. In passato, quando le persone erano relativamente povere, la priorità per la maggioranza era migliorare gli standard di vita e accumulare ricchezza. Ma la disuguaglianza economica porta alla divisione dei pensieri, rendendo più difficile unire la società su questioni significative.”

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[Pubblicato su il manifesto]