Venerdì scorso i ministri della Difesa dell’Asean hanno tenuto una videoconferenza trasmessa da Hanoi, che ha la presidenza dell’associazione dei dieci Paesi del Sudest asiatico, per fare il punto sul Covid-19, una “crisi medica ma anche una crisi totale per l’umanità, che potenzialmente può portare a cambiamenti geopolitici e nelle relazioni internazionali, in particolare tra le potenze”.

Un modo molto soft per fare forse riferimento a quanto avviene tra Usa e Cina, impegnati in una battaglia commerciale e politica a colpi di accuse e sanzioni dove il virus è stato occasione di guerra anziché di collaborazione multilaterale. Con maggior chiarezza, il giorno prima, la portavoce del ministero degli Esteri Lê Thị Thu Hằng aveva preso nuovamente posizione sulle vicende del Mar orientale, come i vietnamiti chiamano il Mar cinese meridionale.

Ai giornalisti che chiedevano lumi sugli aerei militari cinesi avvistati su un gruppo di isole contese ha ribadito che il Vietnam ha tutte le prove storiche e legali per far valere la sua sovranità sui piccoli arcipelaghi di Hoang Sa (Paracel) e Trường Sa (Spratly) – e altri piccoli mondi insulari – dove oltre al corallo c’è il petrolio.

La storia è antica perché Pechino rivendica un’area estesa per circa mille miglia dalle sue coste e la controlla con navi militari, aerei e pescherecci. Una forza di pressione che nel 2018 obbligò Hanoi – che ha rivendicazioni territoriali in quello specchio di mare assieme a Malaysia, Brunei, Filippine e Taiwan – a sospendere i progetti di trivellazione petrolifera della spagnola Repsol. A fine aprile tra l’altro il Vietnam ha protestato con Pechino conto l’istituzione di due distretti sull’isola cinese di Hainan col compito di governare Paracel e Spratly.

In questo contenzioso – che già turba i sonni asiatici – si è inserita con forza l’America di Trump, facendo di un’area già calda l’ennesima zona bollente e un’occasione per rafforzare la sua presenza militare. Sempre venerdi, il cacciatorpediniere americano Rafael Peralta è stato avvistato a 116 miglia (214 chilometri km) al largo delle coste cinesi intorno alle 8 del mattino. E’ la seconda nave da guerra in un mese. I nervi sono tesi. E le armi schierate tante, sia dalla Cina sia dagli Usa. Ma non bastano.

L’idea di potenziare la difesa americana nel Pacifico ha cominciato a circolare ai primi di aprile quando le conclusioni di un rapporto dell’ammiraglio Phil Davidson, a capo del Comando Usa Indo-Pacifico (Usindopacom), ha chiesto al Congresso 20 miliardi di dollari per rafforzare operazioni navali, aeree e terrestri nella regione (sistemi d’arma, logistica, training, intelligence etc). Nel giro di 15 giorni la richiesta è diventata una proposta di legge (H.R.6613), presentata al Congresso il 23 aprile dal repubblicano Mac Thornberry a capo dell’Armed Services Committee della Camera, comitato con compiti di sorveglianza su Pentagono, servizi militari e agenzie del Dipartimento della Difesa, compresi budget e politiche. Falco texano, Thornberry presenta la “Indo-Pacific Deterrence Initiative” come il corollario orientale necessario della “European Deterrence Initiative” che, per controbilanciare l’espansionismo russo, ha già messo sul tavolo fino al 2021 oltre 26 miliardi di dollari.

Adesso se ne chiedono più di sei per la sola regione indo-pacifica e per il solo 2021 con un piano che probabilmente arriverà ai venti miliardi chiesti dall’ammiraglio Davidson nel giro dei prossimi esercizi finanziari. Il virus della guerra Cina-Usa non passa solo dai laboratori e il piccolo quadrante del Pacifico rischia di veder acque sempre più agitate.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]