Non serve conoscere il cinese per sopravvivere a Chongqing, basta saper dire bu la (不辣), “non piccante”. La risposta sarà sempre e soltanto una: bu la de hua, jiu mei weidao (不辣的话就没味道) “senza piccante, non avrebbe sapore”.

Chongqing, un tempo parte della provincia del Sichuan e municipalità indipendente dal 1997, è famosa in tutta la Cina per la sua gastronomia. L’aggettivo che generalmente si usa per descriverne il sapore è ma la麻辣, un termine che difficilmente riscontra una corrispondenza in altre lingue: “anestetizzante e piccante”, ovvero tanto piccante da far addormentare i sensi della lingua e della bocca.

Il piatto che per eccellenza è divenuto simbolo della città è la huo guo (火锅), conosciuto nel resto del mondo come “hotpot”. Sebbene quella piccantissima di Chongqing, e per esteso della provincia del Sichuan, sia ad oggi ritenuta la versione più celebre, l’hotpot è in realtà una tradizione gastronomica antica, che nelle sue varietà accomuna non solo zone diverse della Cina, ma di tutta l’Asia.

In base alla storia demografica, al clima e alle risorse del territorio, le varianti regionali vengono generalmente distinte in base ad una delimitazione geografica, quella fra il nord e il sud della Cina. L’area di Pechino e della Mongolia Interna ha ereditato la tradizione dalle comunità nomadi, che utilizzavano l’hotpot per scaldarsi durante gli inverni gelidi. La variante nordica prevede la consumazione di carne di montone e di una zuppa non piccante, con giuggiole e bacche di goji. Al contrario, nel Sichuan, umida area del sudovest, la filosofia gastronomica cinese prevede che il piccante abbia la funzione di purificare l’organismo, coadiuvandone la sudorazione. In questa zona la zuppa viene insaporita con pepe hua jiao (花椒), peperoncino e carne di manzo (in particolare lo stomaco), fave e olio.

In ogni caso, l’iter prevede una grande pentola rotonda, piena di brodo, messa al centro di un tavolo e scaldata per induzione o fiamma. Lo spazio circostante viene riempito con ingredienti che variano dalla carne cruda alle verdure, dal pesce agli ortaggi. La folla di commensali che si raduna intorno al tavolo intinge gli ingredienti nella pentola bollente e, una volta cotti, li raccoglie per mangiarli. Si tratta di un rituale lento, in cui al semplice atto del mangiare si accompagnano quello del condividere e del parlare. Si dice infatti che l’hotpot sia molto più di un piatto popolare: è un veicolo di coesione culturale. Di fatto, uno dei valori tradizionali della cultura cinese, la comunità armoniosa, si incarna perfettamente nella scena di persone che, come in un microcosmo, condividono intimamente il pasto fumante, simbolo di vita fiorente e prosperità.

L’hotpot viene generalmente consumato, più o meno in tutta la Cina, nel periodo invernale del Capodanno Cinese, in cui lavoratori e studenti tornano a casa e si riuniscono finalmente con le proprie famiglie. In questo modo non solo si scaldano gli stomaci, ma si ravvivano i rapporti.

Sebbene qualcuno individui l’origine dell’hotpot a ridosso della dinastia Shang (XVI-XI secolo a.C.), i reperti più antichi di pentole ricollegabili a tale specifico uso alimentare appartengono all’epoca degli Stati Combattenti (475 – 221 a.C). Opere poetiche della dinastia Tang (618-907 d.C), invece, presentano chiari riferimenti alla tradizione culinaria; è il caso della famosa poesia “L’invito del mio amico Liu Shijiu” di Bai Juyi: “Ho del vino di riso fermentato di recente con schiuma verde, la piccola pentola in terracotta è calda e invitante. Si prevede l’arrivo della neve dopo il tramonto, ti piacerebbe unirti a me stasera?“. L’invito a consumare un hotpot insieme ne riflette l’importante valore sociale. Nel 1713 l’imperatore Qianlong, appartenente alla dinastia Qing (1636-1912) e grande amante dell’hotpot, ospitò un “Qiansou Banquet”, un “banchetto per migliaia di cittadini anziani”. Per circa 5.000 persone furono preparati un totale di 1.500 hotpot: con un evento di tale portata, Qianlong riuscì a creare un’atmosfera festosa e calda che gli permise di stringere relazioni intime con i suoi seguaci, complici di quella grande esperienza condivisa.

Non stupisce, quindi, che una pratica conviviale così antica abbia fatto da sfondo ad alcune importanti vicende del XX secolo e che ancora oggi sia utilizzata per instaurare un rapporto d’intesa e intimità con un ospite o un congiunto.

Sotto il Secondo Fronte Unito, l’alleanza tra il Partito Nazionalista Cinese (Kuomintang, o KMT) e il Partito Comunista Cinese (PCC) finalizzata alla resistenza contro l’invasione giapponese, che sospese persino la guerra civile in corso fra i due partiti, Chongqing era la capitale provvisoria del governo nazionalista. Fu lì che nel 1945 il generale Chiang Kai-shek, leader del Kuomintang, invitò l’allora alleato Mao Zedong del PCC a mangiare insieme un hotpot: un’azione simbolo della loro, seppur temporanea, intesa.

Nel 1971, durante uno dei due suoi viaggi segreti in Cina per preparare la missione del Presidente Nixon che nel 1972 diede avvio alla normalizzazione delle relazioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese, il diplomatico statunitense pioniere della politica della distensione, Henry Kissinger, fu invitato dal leader Deng Xiaoping a degustare uno dei suoi piatti preferiti, l’hotpot mongolo al montone, nel ristorante Donglaishun di Pechino: un gesto che oltre a portare beneficio alle relazioni sino-americane, rese celebre il ristorante.

Infine, David Cameron, ex primo ministro britannico e oggi guida del fondo di investimento “The UK-China Fund”, nel 2013 e nel 2016, nel corso di due visite in Cina con tappa a Chengdu, fu invitato a banchettare intorno alla pentola fumante e piccante, un trattamento che nel 2014 fu riservato anche a Michelle Obama, ex first lady americana.