La schiavitù esiste ancora oggi, ha solo cambiato forma. 

L’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL) alla voce “schiavitù moderna” indica un concetto ampio costituito da “varie forme di coercizione o vestigia di forme antiche di schiavitù e varie espressioni di sottomissione tramite debito così come nuove forme di lavoro forzato come il traffico di esseri umani“ compreso il matrimonio forzato e la prostituzione.

Se le stime ufficiali sulla schiavitù moderna elaborate dall’ ILO  e ferme al 2017 , indicano in 40.3 milioni di persone le vittime di moderna schiavitù al mondo – pari a 5.4 vittime ogni 1000 persone con una forte incidenza di minori e donne – oltre Muraglia il fenomeno assume “caratteristiche cinesi”

Gli studi e rapporti sulla schiavitù moderna in Cina realizzati da organizzazioni internazionali e NGO definiscono il perimetro del fenomeno nel paese collegandolo alla condizione di disparità e debolezza in cui versano i lavoratori migranti,  privati come sono del riconoscimento dell’ hukou, il permesso di residenza che da accesso a servizi essenziali e che rimane legato al luogo di nascita,  divenendo così vittime ideali di sfruttamento  e ricatti da parte dei datori di lavoro.

Ai fenomeno dei lavoratori migranti si lega la condizione milioni di “bambini lasciati indietro”, minori affidati a parenti o amici mentre i genitori emigrano in cerca di lavoro nelle fabbriche e che rappresenta di fatto un gruppo vulnerabile  e a rischio traffico di essere umani e prostituzione. 

La mancanza di donne, risultato di politiche di pianificazione demografica che hanno causato nel tempo forti disparità tra sessi, alimentano poi il traffico di mogli da paesi limitrofi come Laos, Cambogia verso le regioni cinesi di frontiera.

Questa la lettura occidentale della schiavitù moderna in Cina, a cui però non corrisponde una versione cinese che, anzi, limita la definizione di schiavitù moderna a fenomeni esterni al paese, riferiti ad esempio allo sfruttamento dei lavoratori in Africa o nel sud est Asiatico. 

Anche il trattamento riservato alla parte produttiva della  popolazione uigura nella regione nord occidentale dello Xinjiang, da anni al centro di un processo di “ assimilazione culturale” ad opera del governo centrale,  è considerata una manifestazione di schiavitù’ moderna che va a colpire una minoranza. Un fenomeno, quello dei campi di lavoro,  tornato sotto i riflettori allorché il colosso del retail H&M ha reiterato quanto già dichiarato lo scorso anno – ovvero il proprio stop all’acquisto di cotone proveniente dallo Xinjiang.  

La mossa si inquadra nelle politiche di approvvigionamento responsabile che sempre più aziende della moda stanno abbracciando nelle proprie catene del valore, e  fa leva sulle denunce provenienti da governi e organizzazioni umanitarie e confermate dalle testimonianze ai media internazionali di membri della comunità uigura, di privazione della libertà e  sfruttamento della manodopera perpetrato ai danni della minoranza turcofona dalle autorità cinesi. La notizia, rimbalzata sui media cinesi grazie alla forza d’urto della Lega della Gioventù Comunista,  ha alimentato il  boicottaggio del brand svedese in tutto il paese, rinfocolato anche dalle dure dichiarazioni di alcuni influencer che hanno interrotto i propri rapporti con la società, e ha causato anche la rimozione dei prodotti H&M dalle principali piattaforme locali di e-commerce, come JD.com, Taobao .

A cura di Nicoletta Ferro e Sabrina Moles