L’illusione che la Cina si ripresentasse protagonista della diplomazia climatica (气候外交 qìhòu wàijiāo) è durata poco.

Quello che si è da poche ore concluso è stato un summit sul clima (气候峰会 qìhòu fēnghuì)  in versione digitale terminato da poche ore e che,  oltre al ritorno degli Stati Uniti di Biden nell’accordo di Parigi, registra una Cina ferma sui propri impegni e posizioni ma non disposta ad andare oltre.

Nel corso del summit Xi Jinping ha reiterato quanto ormai noto ovvero il raggiungimento del picco delle emissioni (碳达峰 tàn dá fēng)  previsto per il 2030 con l’impegno a raggiungere l’azzeramento entro il 2060 (碳中和 tàn zhòng hé).

La Cina inoltre è sotto i riflettori dopo la firma dell’Accordo sul clima di Parigi (巴黎协定 bālí xiédìng), che vincola le nazioni firmatarie a impegnarsi contro il riscaldamento globale (全球变暖 quánqiú biàn nuǎn) entro i +1,5°C. Con la nuova amministrazione Biden, anche gli Stati Uniti hanno fatto retromarcia sul ritiro dall’Accordo, e devono ora confrontarsi con il gigante asiatico su oneri e doveri della crisi ambientale e climatica (气候环境危机 qìhòu huánjìng wéijī).

Sulle modalità per raggiungere gli obiettivi annunciati c’è poca chiarezza da parte cinese, ma emerge un posizionamento orientato sia alla cooperazione che alla competizione sulla leadership nel campo della diplomazia climatica. La Cina è il maggiore esportatore di tecnologia utile alla transizione ecologica, in particolare in campo energetico e per l’utilizzo di nuove fonti energetiche sostenibili (新能源 xīn néngyuán), grazie all’abbondanza di materie prime e un output produttivo tale da abbassare i prezzi sul mercato. 

A cura di Nicoletta Ferro e Sabrina Moles