“Chai”: demolire. E’ dal 2016 che l’inconfondibile carattere in vernice rossa campeggia sugli edifici di Bashizhou, il claustrofobico “villaggio urbano” incastonato nel centro di Shenzhen, la megalopoli del sud meglio nota per aver accolto negli anni ’80 le prime sperimentazioni capitalistiche dopo quasi tre decenni di chiusura maoista. Da allora, la popolazione locale vive nella perenne attesa che ruspe e bulldozer vengano a reclamare le proprie case. Tutti sanno che prima o poi accadrà, nessuno sa quando.

Qui, tutt’oggi, i grattacieli di cemento armato e vetro del centro finanziario lasciano il posto a un reticolo fittissimo di cadenti palazzine di sei piani in cui produzione, magazzino e abitazione coesistono, rivelando la vocazione commerciale del distretto, popolato per il 90% da waidiren (forestieri) in arrivo da ogni parte della Cina. Ciò che, secondo Stefan Al, autore di Villages in the City: A Guide to South China’s Informal Settlements, ha reso Baishizhou non solo incubatore per una frizzante “cultura di strada a portata di pedone” lontano dagli spazi alienanti della metropoli in senso proprio. Ma anche una valvola di sfogo per gli strati più bassi della società alla ricerca di affitti economici e un’identità comunitaria anche lontano dal luogo d’origine. Saranno loro a pagare il prezzo più salato del nuovo piano di sviluppo […]

Segue su Left