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La partita del XXI secolo si gioca in Asia. Intervista ad Alessandro Aresu

In Economia, Politica e Società, Interviste by Redazione

Le tecnologie del futuro – semiconduttori, batterie per le auto, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale – sono al centro di un “guerra invisibile” tra Stati Uniti e Cina che condiziona le aziende e influenza i flussi commerciali. Intervista ad Alessandro Aresu, a cura di Pierfrancesco Mattiolo

Nel suo libro Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia (Feltrinelli, 2022), Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes e più volte dirigente del governo italiano, offre chiavi di lettura essenziali per comprendere le radici e le forme di questo confronto tra le due grandi potenze e le sue conseguenze sull’Asia e sul resto del mondo.

Aresu, di recente si sente parlare sempre più spesso parlare di “nuova guerra fredda” tra Stati Uniti e Cina. In realtà, nel suo libro lei osserva che la guerra tra le due potenze è già iniziata e si combatte, prima ancora che nelle acque del Mar cinese meridionale, nello sviluppo tecnologico. Quando è iniziato questo scontro?

Nello spazio è iniziata negli anni ’90, con la separazione tra i due sistemi. Nei semiconduttori ci sono varie date simboliche. Una data rilevante è il 2015, che segna l’avvio del piano Made in China 2025 e la prima interruzione significativa di un’acquisizione cinese, il tentativo di Tsinghua Unigroup verso Micron.

Quali ragioni hanno portato al confronto tra i due Paesi?

La volontà cinese di spingersi più in alto nella catena del valore tecnologica. Non più solo cliente o assemblatore di tecnologie altrui, ma in grado di imporre la propria tecnologia al mondo, e quindi aumentare il proprio potere di condizionamento. Questo è il cuore del caso Huawei, della discussione sul 5G, della risposta molto dura di Washington alla violazione delle sanzioni all’Iran compiuta dall’azienda, che ha portato al rafforzamento dei controlli delle esportazioni sui semiconduttori, uno dei principali eventi politici del nostro tempo.

In passato si era già occupato delle due potenze e dei loro apparati nel libro Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La nave di Teseo, 2020). Quali similitudini e differenze ha osservato nei metodi di governo dell’industria tecnologica da parte dei due Stati? E’ in corso un “ritorno dello Stato”?

Il ruolo dello Stato in Cina cambia a seconda delle filiere, a mio avviso. Sullo spazio, è molto rilevante, e non si vede una riduzione della sua presa. Il successo cinese sulle batterie, di cui parlo nell’ultimo libro, è diverso: si basa su una strategia aggressiva di accesso al mercato e sperimentazioni su vasta scala, ma ci sono molti elementi di genialità imprenditoriale, in BYD e CATL, i cui successi non derivano certo dall’Esercito. Poi è ovvio che se al fondatore di BYD viene l’idea di sfidare Xi Jinping, fa la fine di Jack Ma.

La sicurezza nazionale negli Stati Uniti, anche quando non ha un grande potere di mercato (nonostante gli investimenti enormi in difesa), ha un potere di condizionamento. La difesa è un mercato molto ridotto per i semiconduttori, rispetto all’elettronica di consumo, ma può condizionare le scelte. Ancor più in questo caso, non bisogna sottovalutare l’imprenditorialità: Nvidia, quindi le schede grafiche e l’intelligenza artificiale, viene dalla lucida follia di Jensen Huang, non dalle direttive del Pentagono.

Le aziende americane accettano a malincuore di rinunciare a parte dei loro affari in Cina o condividono la stessa visione dell’interesse nazionale?

Dipende dal loro coinvolgimento nel mercato cinese. Per esempio, è molto diverso essere Amazon o Apple. Mettiamoci nei panni di un’azienda importante nei macchinari della filiera dei semiconduttori, Lam Research: visto che circa un terzo dei ricavi viene dalla Cina, quest’azienda – peraltro la prima di un fondatore di origine cinese a essere quotata al Nasdaq,

negli anni ’80 – deve operare in un contesto più incerto e quindi vuole garanzie (di sussidi, di capacità produttiva) da altre parti.

In effetti, un’azienda come Meta, di fatto esclusa dal mercato cinese, può chiedere a Washington di intervenire contro la rivale cinese TikTok. L’India ha già bandito la app. Ci sono quindi altri attori asiatici in questa “guerra invisibile” sulla tecnologia?

L’Asia orientale è il centro manifatturiero del mondo. Nelle catene globali del valore, Corea del Sud e Giappone hanno un ruolo molto importante, e Taiwan lo ha per la microelettronica. Gli attori asiatici quindi già oggi non si limitano alla Cina. Pensiamo anche a quanto il Vietnam abbia approfittato della guerra commerciale tra Pechino e Washington.

Alcuni di questi paesi sono alleati stretti degli USA. Pensa che seguiranno Washington nella sua strategia “sanzionista” verso la Cina oppure i rapporti economici con Pechino sono troppo importanti per poter essere sacrificati?

L’integrazione economica regionale dell’Asia orientale è molto significativa, come ricorda da ultimo il libro di Shannon O’Neil The globalization myth. Why regions matter. C’è quindi un’integrazione economica importante, anche nella diffidenza politica verso la Cina. Questo significa che alcuni Paesi, come la Corea del Sud, possono alzare il loro prezzo per l’allineamento a Washington, mentre il Giappone sta passando a una postura strategica più attenta alla sicurezza.

Prima menzionava il Vietnam. Quindi la riduzione dei rapporti commerciali tra la Cina e gli USA (con eventuali alleati) potrebbe avvantaggiare gli altri Paesi asiatici?

Sta già avvenendo, in particolare per India e, appunto, Vietnam. Ma la vera questione è la capacità di questi sistemi di replicare la scala cinese, in termini di accesso alle infrastrutture, accesso alla forza lavoro, aspetti organizzativi. Credo che vivremo un’epoca di scossoni sulle filiere, dove le spinte politiche sono corrette dalle spinte economiche, e viceversa.

Immagino che Taiwan sia un buon esempio di questo gioco di spinte politiche ed economiche. L’isola ha un ruolo centrale nell’economia globale grazie alla sua “montagna sacra”: TSMC e i suoi semiconduttori. L’industria dei chip taiwanese potrebbe essere una “garanzia” per il mantenimento dello status quo o rende ancora più importante per Pechino estendere la propria sovranità sull’isola?

È quasi impossibile che il Partito Comunista Cinese possa impadronirsi di TSMC in caso di guerra. Chi dice il contrario, come l’ex consigliere per la sicurezza di Trump O’Brien, dice il falso, probabilmente apposta. O le fabbriche saranno danneggiate e quindi non potranno essere utilizzate oppure, se saranno acquisite dall’invasore cinese, subiranno sanzioni che impediranno la loro operatività, che è legata alla rete di clienti e fornitori, secondo il business model di Morris Chang che ha fatto grande TSMC. Questo modello cessa di esistere quando abbiamo una guerra nello Stretto di Taiwan. Il dramma di Taiwan è che proprio questo straordinario successo impone una certa diversificazione. Il dramma della Cina è che può impadronirsi della tecnologia di Taiwan solo con un processo pacifico e legittimato a livello internazionale. In questo scenario non è comunque escluso che, anche se non ha senso per acquisire TSMC, ci sia comunque la guerra per altre ragioni.

Prima menzionava lo spazio. Un tema che ha affrontato nel volume scritto con Raffaele Mauro I cancelli del cielo. Economia e politica della grande corsa allo spazio 1950-2050 (Luiss University Press, 2022). Cina e Stati stanno effettivamente “gareggiando” uno contro l’altro? Un altro elemento in comune con la “vecchia” guerra fredda…

L’aspetto interessante, come ho detto, è che qui abbiamo già una vera separazione e l’attenzione politica cinese sul tema è massima. Lo scenario è comunque differente da quello della guerra fredda per vari motivi, soprattutto tre: l’estensione del mercato cinese, anche in quest’ambito con molte più opportunità rispetto a quello sovietico; il ruolo soverchiante di Elon Musk; i legami importanti con la partita sull’intelligenza artificiale.