Dopo la dichiarazione di guerra lanciata martedì dal Governo ombra (Nug) che si oppone alla giunta militare birmana e dopo il sostanziale fallimento di una mediazione dell’associazione regionale del Sudest asiatico (Asean) per risolvere la crisi ormai arrivata a un punto di non ritorno, la diplomazia cinese è silenziosamente al lavoro.

Nonostante i rapporti con la giunta militare siano buoni, gli affari corrano (con la nuova linea ferroviaria per collegare la Cina occidentale a Singapore via Myanmar e l’imminente riapertura delle frontiere) e Pechino abbia sempre ostacolato posizioni dure al Consiglio di sicurezza, i cinesi sono contrari al dissolvimento della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi. Così contrari che ieri proprio la Lega (Nld) è stata invitata a un summit via zoom organizzato da Pechino con diversi partiti asiatici.

Benché dunque la Lega sia stata invitata con altri quattro partiti birmani, tra cui i suoi nemici, il ramoscello d’ulivo sottende quanto Pechino ha sempre dichiarato: che va evitato ad ogni costo il caos e che dunque i militari dovrebbero fare un passo indietro.

L’invito alla Lega fa seguito a una lettera di ringraziamenti formali alla Nld che aveva mandato gli auguri ai cinesi per il centenario del Partito comunista: nel linguaggio formale della diplomazia un riconoscimento di fatto del suo status di interlocutore. Inoltre, durante una visita di una settimana in Myanmar alla fine di agosto, l’inviato speciale della Cina per gli affari asiatici, Sun Guoxiang, aveva chiesto un incontro con Aung San Suu Kyi. Richiesta respinta.

La giunta vorrebbe la messa fuori legge dell’ex partito di maggioranza, come ha deciso la Commissione elettorale rifatta su misura dai militari di Tatmadaw, ma per Pechino questa sarebbe la goccia che farebbe traboccare il vaso. Un vaso già traboccato se, stando a quanto dice la giunta, gli attentati sono raddoppiati dalla chiamata alla rivoluzione di martedì. Con oltre mille morti dal 1 febbraio, giorno del golpe militare, e oltre 7mila arrestati di cui la maggior parte ancora detenuti, la crisi birmana rischia di evolversi sempre di più in una guerra civile, timore espresso chiaramente il 7 settembre scorso in un editoriale del quotidiano cinese in lingua inglese Global Times.

I primi a farne le spese sarebbero proprio i cinesi e i Paesi confinanti, soprattutto la Thailandia. Mercoledi il ministro degli Esteri della Malaysia Saifuddin Abdullah ha ammesso in una conferenza stampa che l’appello alla guerra del Nug è solo il riflesso del fallimento dell’Asean.

Al giornale Irrawaddy invece Daw Zin Mar Aung, ministro degli Esteri del Nug, ha ribadito il motivo per cui la guerra al regime è necessaria: l’intervento internazionale è stato lento e inefficace e non ha certo rovesciato i militari autori del golpe.

Di Theo Guzman

[Pubblicato su il manifesto]