Quando Park Geun-hye nel 2017 lasciò la Casa Blu, il palazzo presidenziale sudcoreano, dopo mesi di proteste per lo scandalo di corruzione che ha portato al suo impeachment, il mondo si rese conto dell’attivismo della società civile della Corea del Sud. La vicenda che però sembrava essersi conclusa con la destituzione della prima donna presidente del Paese si è arricchita di un nuovo sviluppo. L’Alta Corte di Seul il 10 luglio ha condannato Park a 20 anni di prigione, riducendo la precedente pena combinata di 30 anni inflittale nel 2018 per i reati di corruzione, abuso di potere e appropriazione del denaro dall’agenzia di spionaggio; inoltre, è stata condannata separatamente a due anni di carcere per violazione della legge elettorale. Per la vicenda l’ex presidente si è vista imposta anche una sanzione di 20 miliardi di won, ora ridotta a 18.

Ma il gradimento della “First Lady ad interim” sudcoreana, che ha mostrato all’opinione pubblica uno spaccato sugli intrecci degli esponenti politici con i dirigenti dei grandi gruppi industriali, i cosiddetti chaebol, era calato sensibilmente dopo l’affondamento del traghetto Sewol, in cui persero la vita 476 persone. Una tragedia che nel 2014 sconvolse il Paese e che ancora oggi non è del tutto chiarita.

Nelle piazze delle città sudcoreane, per settimane e in maniera pacifica, milioni di persone hanno brandito nastri gialli in ricordo delle vittime. L’emblema di una verità sconosciuta è diventato il simbolo di una delle tante battaglie politiche del sindaco di Seul, Park Won-soon, oppositore dell’ex presidente e morto il 9 luglio scorso. Dopo una giornata di intense ricerche, in cui sono stati impiegati 600 poliziotti, droni e cani, si è giunti all’amara consapavolezza che il popolare primo cittadino si è tolto la vita. Il suo corpo è stato trovato in un parco nella zona nord della città, diverse ore dopo che sua figlia ne aveva denunciato la scomparsa.

A far pensare al suicidio è un biglietto che Park ha scritto di suo pugno prima di lasciare la sua abitazione nel quartiere antico di Bukaksan, il giorno della sua morte. Con poche righe si è scusato con tutti, in particolare con la famiglia “a cui ho dato solo dolore”, chiedendo di essere cremato e di spargere le ceneri sulla tomba dei suoi genitori.
A determinare la sua scelta probabilmente è stata l’accusa di molestie sessuali da parte di una sua collaboratrice che lo aveva denunciato il giorno prima alla polizia.

La notizia della sua morte è stata accolta con stupore da tutti, non solo perché Park era un amato politico, possibile candidato democratico alla leadership del Paese, ma soprattutto perché a lungo ha sostenuto i diritti civili e di genere. Durante i suoi tre mandati da sindaco, si è espresso in favore della giustizia delle “donne di conforto”, le schiave sessuali sudcoreane costrette a lavorare in bordelli per l’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale. Ma prima di diventare amministratore di Seul nel 2011, era un avvocato per i diritti umani, vincendo diverse cause importanti, tra cui la prima di molestie sessuali in Corea del Sud.

Il suo era il volto del cambiamento in un Paese patriarcale e maschilista, dove la donna è ancora troppo vulnerabile agli abusi sessuali. Negli ultimi anni però, c’è stato un movimento guidato da donne coraggiose che ha travolto diversi personaggi della politica, dell’economia e dello spettacolo. Molti degli accusati si sono scusati pubblicamente e si sono dimessi dalle loro posizioni. L’ultimo della lista è Oh Keo-don, ex sindaco di Busan, seconda città sudcoreana, che ha lasciato il suo incarico dopo le accuse di molestie da parte di una sua dipendente. Probabilmente l’ex primo cittadino di Seul non è riuscito a reggere lo stress della pressione sociale e gogna mediatica che lo avrebbe schiacciato.

Il governo metropolitano di Seul ha indetto cinque giorni di lutto per la sua scomparsa, mentre il vicesindaco Seo Jung-hyup guiderà la città fino alla data delle elezioni per scegliere il prossimo amministratore: il 7 aprile 2021.
Dopo un anno si terranno le presidenziali e Park, amico dell’attuale presidente Moon Jae-in, avrebbe potuto guidare il Paese, trasformandolo e rendendolo irriconoscibile agli occhi dell’ex First Lady Park Geun-hye.

[pubblicato su il manifesto]