Mentre lo scontro commerciale tra Usa e Cina preoccupa i mercati globali e aumenta di intensità, due eventi di diversa rilevanza possono considerarsi intimamente connessi alla relazione ondivaga tra le due principali potenze economiche mondiali che si scontrano ormai su più fronti.

L’evento più rilevante di questi giorni, insieme alle nuove sanzioni imposte da Trump e alla risposta di Pechino, è stato senza dubbio il terzo summit tra Kim Jong-un e Moon Jae-in, terminato con tante buone intenzioni e una Dichiarazione di Pyongyang che segue quella di Panmunjom, firmata dai leader dei due Paesi a margine del loro primo vertice bilaterale, il 27 aprile scorso e quella di Singapore, firmata da Kim e Trump lo scorso 12 giugno.

Il meeting tra Kim e Moon in Corea del Nord ha dato esiti positivi, soprattutto per quanto riguarda le due Coree e il loro processo di pacificazione e cooperazione economica: in contemporanea con il vertice dei due leader, i capi della Difesa delle due Coree hanno firmato un accordo militare globale che ha come scopo principale di ridurre le tensioni sul confine tra i due Paesi. In secondo luogo è stata anche concordata l’organizzazione di una cerimonia per segnare il riallacciamento delle reti stradali e ferroviarie dei due Paesi, da tenersi entro un anno. Moon Jae-in ha specificato che le due Coree espanderanno gli ambiti della cooperazione tramite misure pratiche, cominciando «dalla normalizzazione delle operazioni presso il parco industriale cogestito di Kaesong». Kim ha poi detto che si recherà a Seul (sarebbe il primo leader della Repubblica democratica coreana ad andare al Sud), mentre sia Seul sia Pyongyang proveranno a presentare il ticket per le Olimpiadi del 2036.

Fino a qui tutto bene. Sul fronte della denuclearizzazione, invece, i tempi non sembrano procedere così spediti, benché al termine dell’incontro a Pyongyang siano arrivati segnali positivi tanto da Pechino quanto da Washington: la dichiarazione congiunta – infatti – impegna Seul e Pyongyang a compiere ulteriori passi in avanti per rendere la penisola coreana libera da armi nucleari e da minacce di conflitti armati e Kim si è sposto in prima persona per procedere alla denuclearizzazione, come previsto dall’incontro a Singapore, accentando di completare lo smantellamento precedentemente annunciato del sito di Tongchang-ri in presenza di ispettori statunitensi e internazionali.

A questo proposito, «La Cina sostiene da sempre gli sforzi della penisola coreana e spera che le due parti riescano ad attuare il consenso per arrivare ad una soluzione politica duratura», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang. Ugualmente soddisfatte, almeno a parole, le aspettative di Washington. Il documento congiunto firmato dai leader delle due Coree prospetta il superamento dello stallo che ha segnato il processo di denuclearizzazione della Corea del Nord in questi ultimi mesi, registrato da Pompeo – che ha parlato di denuclearizzazione completa entro il 2021 – e dai consueti tweet di Trump.

Il leader nordcoreano, Kim Jong-un, ha assunto dunque l’impegno formale a smantellare in maniera completa e definitiva i programmi balistico e nucleare del suo Paese, ma – un “ma” volutamente ignorato sia da Pechino sia da Washington – in cambio chiede lo stesso atteggiamento anche dagli Usa, in quello che pare un chiaro riferimento alle basi militari Usa in Corea del Sud.

Se il processo di pacificazione tra le Coree sembra andare spedito, quello sulla denuclearizzazione – al di là dei giudizi positivi – appare ancora bloccato.

L’apertura di Kim, infatti, ribadisce di fatto la posizione della Cina fin dall’inizio della crisi coreana: no alla denuclearizzazione e no alle basi americane in Corea del Sud. E questa prospettiva è arrivata proprio nel giorno dello scontro rovente sui dazi tra Cina e Usa. In questo modo Pechino sembra aver risposto a Trump sia sui dazi, sia nell’ambito più ampio della diplomazia collegata alla questione coreana.

Non è un caso che la buona predisposizione di Kim sia arrivata dopo la sua visita a Pechino dove è stato preparato da Xi Jinping.

Cina e Usa si confrontano su uno scacchiere ben più ampio di quello commerciale. A dimostrarlo – insieme a questi eventi che hanno occupato le pagine dei media internazionali – c’è una vicenda che ha a che vedere con i media: gli Usa hanno infatti chiesto a Xinhua e a China Global Television Network (Cgtn) – già Cctv – di registrarsi “in base a una legge che li tratterebbe come lobbisti che lavorano per un’entità straniera”, come ha scritto il Guardian. Significa che gli Usa non riconoscono l’aspetto giornalistico delle due organizzazioni, associandole dunque a organizzazioni lobbistiche favorevoli alla Cina. Pechino ha reagito in modo iroso, con una lettera inviata a Washington.

Come spiega il Financial Times, “Il Foreign Agents Registration Act (Fara) impone a chiunque agisca per conto di un governo straniero di registrarsi presso il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti e presentare relazioni pubbliche. Se registrati al Fara, Xinhua e Cgtn dovrebbero rivelare i loro budget e spese e includere disclaimer che identificano gli sbocchi come agenti stranieri su tutte le trasmissioni”.

 

[Pubblicato su Eastwest]