Prove ufficiali di disgelo tra Cina e Stati Uniti. Nella giornata di ieri, John Kerry, inviato speciale del presidente statunitense per il Clima, è atterrato a Shanghai per “discutere delle ambizioni climatiche globali” in vista del COP26 di Glasgow. Quella dell’ex segretario di Stato americano – artefice dell’ingresso statunitense agli accordi di Parigi – è la prima visita in Cina di un alto funzionario dell’amministrazione Biden e giunge a circa un mese dall’animato vertice di Anchorage. In Alaska, dopo un infuocato botta e risposta tra i rispettivi sherpa, accantonate le divergenze su diritti umani, quello dei cambiamenti climatici era emerso come un possibile punto di raccordo tra le due superpotenze.

L’agenda cinese di Kerry non è ancora nota, ma si sa per certo che prevedrà un incontro con l’omologo cinese, Xie Zhenhua, già capo negoziatore ai tavoli di Copenaghen e Parigi, nominato nuovamente inviato speciale per il clima lo scorso febbraio. I due si conoscono da tempo, e il ritorno di Xie dopo tre anni di “pensionamento” pare proprio voler tendere la mano a Washington. D’altronde, la lotta alle emissioni è uno dei pochi settori in cui gli interessi di Pechino e Washington convergono.

Un’ambiziosa roadmap annunciata dal presidente cinese Xi Jinping durante l’ultima Assemblea generale dell’Onu punta a trasformare la Cina in un paese “carbon neutral” entro il 2060, con il picco delle emissioni previsto al più tardi per il 2030. Sull’altra sponda del Pacifico, al contempo, l’arrivo di Biden alla Casa Bianca ha sancito il rientro dell’America nell’accordo di Parigi, dopo il disimpegno di Trump. Un’intesa tra Cina e Sati Uniti – i due principali emettitori di gas serra – darebbe nuovo vigore alla cooperazione internazionale contro il riscaldamento globale. Non solo. Aprirebbe uno spiraglio al dialogo sino-americano dopo mesi di tensioni. Secondo le ultime indiscrezioni, al vaglio c’è la creazione di un nuovo gruppo di lavoro congiunto sul cambiamento climatico.

Pechino un po’ ci spera. La visita di Kerry – che durerà fino a sabato e prevede una tappa finale in Corea del Sud – avviene espressamente su invito cinese e precede di circa una settimana il vertice virtuale organizzato da Biden, dal 22 al 24 aprile, per la Giornata mondiale della Terra. Sono una quarantina i leader convocati e, secondo fonti ben informate, Xi Jinping ci sarà.

Dopo i chiari di luna dell’era Trump, da entrambe le parti traspare la volontà di isolare il dossier ambientale dalle abissali divergenze che interessano il Xinjiang, Hong Kong, il Mar cinese meridionale e Taiwan, l’isola democratica che Pechino vuole riannettere ai propri territori e che Washington considera un alleato strategico per contenere l’espansionismo cinese nell’Indo-Pacifico. Ma passare dai buoni propositi alle azioni concrete non è cosa facile. Soprattutto in tre giorni e con i venti contrari a casa. Concessioni eccessive verrebbero viste come un segno di debolezza in patria.

Intervistato in più occasioni, Kerry ha definito i negoziati con Pechino “in fase preliminare”, esprimendo “fiducia” ma non certezza sulla possibilità di portare il gigante asiatico al tavolo delle trattative. Perché se gli Stati Uniti vogliono che la Cina abbandoni il carbone e smetta di finanziare progetti inquinanti all’estero, sull’altra sponda del Pacifico ci si attende che Washington contribuisca di più alla conversione green dei paesi emergenti.

La stampa statale cinese ha definito la trasferta dell’ex segretario di Stato americano “un segnale positivo”, ma con “impatto limitato sui rapporti bilaterali”. Proprio in queste ore, una delegazione “non ufficiale” è a Taipei per riaffermare l’impegno di Washington nei confronti del paese amico dopo le ripetute incursioni militari di Pechino intorno allo Stretto. Una mossa che il caporedattore del China Daily Europe prevede “minerà parzialmente il viaggio di Kerry” in Cina.

[Pubblicato su il manifesto]