India – Le Tre Parche della politica indiana

In by Simone

Amma, Didi e Behenji. Come le Tre Parche, anche loro incessantemente tramano, filano e poi tagliano; ma a differenza delle mitologiche tessitrici, le tre donne che negli ultimi anni hanno spesso determinato il destino della politica indiana cambiano facilmente opinione. Chiunque dovesse vincere le elezioni, per riuscire poi a governare dovrà certamente fare i conti almeno con una di loro, anche questa volta.
Le accomunano carisma, ambizione, astuzia, spregiudicatezza politica e parecchio potere, sempre esercitato con un certo piglio dittatoriale, oltre a condividere una particolarità anomala per la comune percezione che si ha delle donne indiane: nessuna di loro si è infatti mai sposata, forse anche perché tutte e tre hanno sofferto in un modo o nell’altro la perdita precoce del padre, probabilmente sfuggendo così anche al destino generalmente preconfezionato dalla società patriarcale indiana per le ragazze d’estrazione umile in età da marito.

Mamata Banerjee, detta Didi (sorella maggiore), premier del West Bengal, Jayalalithaa Jaya, detta Amma (madre), premier del Tamil Nadu e Mayawati Kumari, detta Behenji, (sorella), ex premier dell’Uttar Pradesh e capo del Bahujan Samaj Party (Bsp), secondo i più attendibili sondaggi dovrebbero rappresentare globalmente almeno un’ottantina di seggi al parlamento centrale, sui 272 necessari per ottenere la maggioranza, facendo dunque di ognuna di loro la potenziale figura chiave per la formazione del prossimo governo indiano. Nemmeno le più rosee previsioni sembrano poterla assegnare direttamente ad alcun partito né attuale coalizione nazionale.

Tralasciando l’amicizia personale che lega Jayalalithaa al candidato premier del favoritissimo Bjp, Narendra Modi – che tuttavia, prudentemente, Amma si è ben guardata dal menzionare durante tutta la sua campagna elettorale – a giudicare solo dall’orientamento socio-politico originario dei partiti presieduti dalle tre dame potrebbe risultare difficile immaginare una loro possibile alleanza coi nazionalisti induisti di NaMo.

Se Mayawati è infatti considerata la Regina dei Dalit dell’Uttar Pradesh e dintorni, grazie a un partito che però da tempo cerca di allargare la sua base anche all’elettorato musulmano, il Trinamool del West Bengal guidato da Mamata è sì una derivazione del Congress, e dunque un suo diretto rivale, ma governa una terra dove l’elettorato islamico costituisce pur sempre il 30 per cento della popolazione e dove la cultura laica è piuttosto diffusa, mentre il partito di Jayalalithaa, in teoria, dovrebbe comunque rappresentare l’orgoglio Tamil proprio in contrapposizione alla supremazia linguistica e culturale Hindi, storicamente percepita come imposta dal lontano governo centrale sul Meridione indiano.

Eppure negli anni passati tutte e tre si sono distinte in un’infinita serie di azzardate piroette politiche, che le hanno portate indifferentemente ad appoggiare o abbandonare, secondo convenienza momentanea e in qualsiasi fase della legislatura, tanto la coalizione a guida Congress quanto quella a guida BJP – così come a tradire presunti alleati a favore di nemici dichiarati nei loro stessi Stati – riuscendo tuttavia a non alienarsi mai troppo il proprio elettorato, mantenuto fedele anche grazie all’assai incoraggiato culto delle loro personalità e alle politiche populiste messe in atto durante i loro mandati.

È facile dunque prevedere che nonostante l’iniziale adesione di almeno una di queste poderose signore alla volatile coalizione del Third Front – che nel frattempo ha comunque proporzionato uno strategico approdo offshore a tutti coloro che desideravano continuare a giocare a mani libere fino all’ultimo, senza per questo apparire isolati o irrilevanti a livello nazionale – anche in questa occasione qualunque combinazione post-elettorale potrebbe in realtà concretizzarsii, a seconda del peso effettivo ottenuto da ognuno nelle urne e di quanto verrà poi offerto dai principali attori nazionali a cambio dell’appoggio di quelli regionali.

Solo Mamata del West Bengal ha deciso di correre da sola sin dal principio – seguita poi nell’intento anche da Mayawati – proponendosi come premier nazionale alternativa e rispecchiando così, almeno in questo frangente, l’autonomia che distingue anche la sua biografia da quelle delle altre due Parche della politica indiana: é infatti l’unica delle tre che può vantare un’affiliazione politica precoce e autonoma, seppur in certe fasi iniziali appoggiata da Rajiv Gandhi, e di aver raggiunto poi la sua posizione esclusivamente grazie alle abilità personali e politiche che la caratterizzano.

Se l’ex attrice Jayalalithaa Jayaram, Amma, classe 1948, entrò in politica infatti su invito dell’ex-MegaStar del cinema meridionale Maruthur Gopala Ramachandran, MGR, che l’aveva scelta come portavoce del suo partito in ragione della sua padronanza di svariate lingue indiane, Mayawati Naina Kumari, Behenji, classe 1956, vi entrò invece grazie alla candidatura offertale dal Chanakya degli Intoccabili, Kanshi Ram, fondatore del Bsp, che l’aveva casualmente notata e apprezzata anni prima per le sue abilità oratorie. Entrambe finirono però presto per condividere coi loro mentori anche il tetto, oltre alla passione politica, e per ascendere poi rapidamente fino al comando dei partiti fondati dai loro patrocinatori.

Ma Kanshi Ram era e rimase celibe tutta la vita e così, quando nel 2006 morì lasciando scritto che desiderava essere cremato secondo rito buddhista per mano della sua protetta, erede politica e compagna spirituale Mayawati, furono soprattutto gli hindu ortodossi ad alzare il sopracciglio, principalmente a causa di quell’ennesimo affronto dalit alla tradizione patriarcale brahmanica, secondo la quale solo un maschio dovrebbe accendere una pira funebre.

Così come nel 1977, quando l’allora giovane insegnante e aspirante funzionaria statale si era trasferita a vivere stabilmente a casa del suo leader per questioni logistiche, era stato solo suo padre a indignarsi, voltandole le spalle allora e per sempre per l’onta causatagli dall’illecita convivenza. Se poi tra i due ci fu davvero una relazione sentimentale, oltre che politica e spirituale, non venne comunque mai resa pubblica, nè allora nè in seguito.

Candidata per la prima volta nel 1984, Mayawati ascese alla carica di premier dell’Uttar Pradesh già nel 1995, seppur brevemente e con l’appoggio del Bjp, a seguito di un clamoroso ribaltone ordito da Kanshi Ram, che l’aveva nel frattempo nominata capo del partito. Tre mandati dopo – l’ultimo fino al Marzo 2012 – da Intoccabile Dalit Mayawati é diventata intoccabile e basta, grazie anche a una presunta rete di spie che la terrebbe minuziosamente informata su tutto e tutti, a poderosi ma spesso opachi appoggi ricevuti e all’assolutismo con cui è solita gestire il potere.

Attualmente all’opposizione nel suo Stato, é adorata dai suoi sostenitori – oltre un milione di persone si riunisce regolarmente a Lucknow per celebrare il suo compleanno il 15 Gennaio – é ormai plurimilionaria, tra i primi 20 contribuenti del Paese e ama ostentare un lusso pacchiano ricoprendosi d’oro e diamanti – a suo dire come simbolo di rivincita sociale – così come usa erigere enormi memoriali e gigantesche statue di leader dalit, compresa se stessa, durante i suoi governi.

Giudicata dai detrattori megalomane, vendicativa, straordinariamente corrotta e accentratrice, Behenji è stata coinvolta in numerose inchieste, mentre si liberava di ogni possibile rivale all’interno del partito, ma senza per questo fidarsi nemmeno dei superstiti o dei suoi collaboratori più stretti: pare che non ingerisca nulla che non sia stato prima testato da un assaggiatore. Punta ad ottenere tra i 20 e i 25 seggi.

Quando invece nel 1987 morì Maruthur Gopala Ramachandran, fondatore e leader dell’AIADMK, in Tamil Nadu si consumò un dramma pubblico degno della più classica cinematografia popolare locale: d’altronde Jayalalithaa l’aveva conosciuto proprio in quell’ambito, dove l’aveva spinta sua madre vedova quand’era solo 16enne e sul quale la ragazza doveva poi regnare con grande successo fino al 1982, quando MGR, classe 1917 e già suo partner romantico in circa 25 produzioni, l’aveva chiamata ad occupare il ruolo di portavoce del suo partito, oltre ad un’ala della sua lussuosa magione familiare. Sempre per questioni logistiche, s’intende.

Cinque anni dopo, di fronte ai milioni di persone che si erano riversate nelle strade di Madras per accompagnare in corteo funebre la loro MegaStar e leader politico – 30 i fans suicidi per l’occasione, oltre a morti, feriti e gravi atti di vandalismo sedati solo dall’ordine di sparare a vista impartito alla polizia – pare che Jayalalithaa e Janaki, legittima vedova 65enne di MGR, fossero venute alle mani, accapigliandosi furiosamente non solo per chi delle due avesse diritto di accompagnare il defunto seduta in prima linea dietro al feretro che avanzava tra le ali di folla, ma anche, e forse soprattutto, a proposito di chi meritasse di sedersi poi sulla poltrona di presidente dell’AIADMK, carica che la vedova aveva rivendicato per se stessa a sorpresa e a marito ancora caldo. Il partito sul momento si scisse, per poi riunificarsi due anni dopo proprio sotto la guida della vittoriosa Jayalalithaa, che nel 1991 divenne così per la prima volta premier del Tamil Nadu.

Al suo terzo mandato e numerose inchieste alle spalle, si dice che Amma viva circondata da oltre 10mila sontuosi sari, un migliaio di paia di scarpe, ministri che si prostrano ai suoi piedi e sostenitori che la ritraggono intingendo i pennelli nel proprio sangue; secondo i suoi detrattori, sarebbe afflitta da sindrome della vittima, in ragione della quale accusa di complotto e licenzia con la massima disinvoltura collaboratori e membri del partito ritenuti non sufficientemente grati del suo favore, mentre schiocca la frusta e tappezza lo Stato con sue immagini gigantesche, che regolarmente affiancano le numerose iniziative che caratterizzano le sue campagne elettorali: dalle Amma’s Canteen, pasti a tre rupie per tutti, all’acqua in bottiglia distribuita a ogni angolo, sempre marca Amma, fino alle elargizioni di massa di laptop, biciclette, Tv e calzature per i suoi elettori. Punta ad ottenere tra i 30 e i 36 seggi.

Mamata Banerjee, la Didi nata a Calcutta nel 1955 e orfana di padre sin dall’infanzia, ha fatto invece tutto da sola, entrando giovanissima nel Congress già nel 1970, per poi scalarne passo a passo la gerarchia locale fino al vertice e venire finalmente chiamata a Delhi dal governo Rao tra il 1991 e il 1993 come ministro per lo Sviluppo delle Risorse umane, Politiche giovanili e Sport. Ma già soli quattro anni dopo lasciava il partito per fondarne uno tutto suo, il Trinamool Congress, col quale si alleò istantaneamente con la Destra, ottenendo a cambio nel 1999 il pregiatissimo Ministero centrale delle Ferrovie.

Un’altra piroetta e nel 2001 è di nuovo temporaneamente alleata del Congress, in contrapposizione alle Sinistre nelle elezioni del suo Stato, per poi rientrare brevemente nel governo centrale Vajpayee, a targa Bjp, questa volta come titolare del ministero delle Risorse Minerarie e Carbone.

Per le elezioni generali del 2009, il Trinamool é di nuovo alleato del Congress, ricevendo a cambio un secondo mandato come ministro delle Ferrovie; nonostante ciò, Mamata abbandonerà comunque anche il governo Singh nel 2012, in protesta per l’approvazione della legge sulla liberalizzazione degli investimenti esteri, FDI, fino alla scelta attuale di correre da sola, forte dell’obiettivo ottenuto nel frattempo: dal 2011 é infatti la prima donna premier del West Bengal, dopo essere riuscita nell’impresa di scalzare il dominio durato 34 anni consecutivi del Partito Comunista sullo Stato di Kolkata.

Apparentemente la più sobria e preparata tra le Tre Parche, la pur politicamente inaffidabile Didi é tuttavia ritenuta un’amministratrice onesta, tanto da essersi guadagnata anche il pubblico sostegno dell’anziano leader anti-corruzione Anna Hazare, ormai però decisamente oscurato a livello nazionale dal suo ex delfino Kejriwal, dell’Aap. È considerata vicina ai movimenti ambientalisti e sociali della regione, anche se con numerose ambiguità passate nei confronti dei guerriglieri Maoisti Naxaliti, ed é nota per la modestia ostentata nel vestire e nel vivere: solo classici sari bengalesi tant di cotone, sandali tradizionali, niente trucchi nè gioielli e residenza modesta.

Secondo i suoi detrattori, sarebbe però affetta da forte autoritarismo, non ammetendo critiche, domande scomode, nè satira sul suo operato, oltre a soffrire di mania di persecuzione e di forte instabilità emotiva, probabilmente – e comprensibilmente – amplificatesi dopo la brutale aggressione che soffrì nel 1990 per mano di estremisti comunisti. Punta ad ottenere circa 35 seggi.

[Pubblicato su Guidaindia; foto credit: wikipedia.org; sulekha.com; fortnight.com]

*Alessandra Loffredo è fondatrice e redattrice di GuidaIndia