La deterrenza nucleare in Asia meridionale vive una nuova stagione di tensioni che corrono lungo il confine tra Pakistan e India. L’ultimo report dello Institute for Strategic Studies (Iiss) avverte sullo stato della deterrenza nucleare tra i due paesi e l’entità dei rischi di un uso imprudente o errato di armi nucleari che potrebbe culminare in gravi perdite su entrambi i fronti. A 22 anni dalle prime dottrine nucleari dell’Asia meridionale da anni non vengono più sperimentate questo genere di armi, o mancano le dichiarazioni ufficiali in tale senso. Oggi un ritorno alla logica del l’armamento nucleare sembra probabile come mai negli ultimi venti anni, e potrebbe esplodere in uno scenario di violenza dalle conseguenze catastrofiche. Gravi carenze e asimmetrie nelle dottrine nucleari di India e Pakistan sono aggravate dalle capacità militari esistenti ed emergenti, e dalla prolungata assenza di meccanismi di dialogo correlati.

Misurare la deterrenza nucleare non è un compito facile: il possesso di arsenali nucleari è un segreto di Stato e la percezione del rischio si calcola esclusivamente attraverso dichiarazioni, accordi, calcoli incrociati delle capacità e degli investimenti in difesa di ciascun paese. L’India sperimenta armi nucleari dagli anni Cinquanta ma il vero salto di qualità avviene negli anni Sessanta, dopo l’inasprimento delle relazioni con la Cina lungo il confine nord. Anche in questo caso, però, l’India dichiara il suo primo vero test nucleare solo molti anni dopo. Questo accade nel 1974, con il famoso progetto Smiling Buddha, nome in codice della missione Pokhran-I, nome della località del Rajasthan in cui venne effettuato il test, al confine con il Pakistan. Il Pakistan arriva pochi anni dopo iniziando il suo programma di test nucleari proprio nel 1974: ma anche in questo caso i primi veri test dichiarati risalgono al 1998 e attireranno delle sanzioni a livello internazionale.

La tensione tra Islamabad e Nuova Delhi non può che prescindere dalla questione del Kashmir. Dopo la guerra del 1971, le relazioni tra India e Pakistan non sono state mai facili ma raramente hanno raggiunto livelli di escalation militare come in occasione della terza (e ultima) guerra Indo-pachistana. I maggiori momenti di violenza si sono registrati tra il 1999 e il 2002. Nel primo caso, nel distretto di Kargil in Kashmir, quando l’india inviò dei contingenti per allontanare dei gruppi paramilitari pachistani posizionati oltre la Linea di Controllo (LOC). Successivamente, un attacco terroristico al parlamento indiano attribuito a due gruppi estremisti pachistani, Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammad (JeM), fa riprendere le ostilità. In quell’occasione, e per la prima volta in anni, i media occidentali parlano di possibile guerra nucleare. Entrambi gli scontri si risolvono attraverso la diplomazia, per culminare con il cessate il fuoco del 2004 che mette in pausa la questione del Kashmir e fa ripartire per la prima volta in trent’anni gli scambi commerciali.

A riportare lo spettro dello scontro nucleare è la crisi del febbraio 2019, quando un altro attacco terroristico rivendicato da JeM provoca la morte di 40 paramilitari indiani. In quest’occasione l’India risponde con le armi, bombardando alcune aree del Pakistan. In quell’occasione sono emerse numerose voci che hanno identificato nella minaccia nucleare un potente deterrente contro l’escalation in un conflitto armato di ampie dimensioni. In questo senso, secondo gli analisti, la percezione di asset nucleari importanti oltreconfine ha salvato i due paesi dalla guerra.

La crisi del 2019 ha dimostrato non solo che le tensioni fra India e Pakistan non sono ancora risolte, ma anche che il nuovo approccio ultranazionalista del governo indiano ha contribuito ad esacerbare la relazione. Secondo alcune intercettazioni, per esempio, Narendra modi avrebbe sfruttato l’occasione per raggiungere l’enorme consenso politico alle elezioni di giugno. La fragilità delle relazioni tra i due paesi si legge, infatti, nelle parole utilizzate dalla leadership di Nuova Delhi, spesso l’unico elemento in grado di orientale l’analisi sulla politica di potenza intrapresa da entrambi i paesi.

L’India ha interrotto la politica di deterrenza per le minacce del Pakistan. Ogni giorno [il Pakistan] afferma di avere armi nucleari. Anche i media pubblicano in continuazione notizie sul fatto che il Pakistan abbia armi nucleari. Quindi cosa abbiamo da aspettare? Stiamo risparmiando loro [armi nucleari] per il Diwali?” (Narendra Modi, 21 aprile 2019)

Ufficialmente, in realtà, c’è più cautela: nelle dottrine nucleari di India e Pakistan emerge maggiore attenzione, con principi che vincolano i paesi a non utilizzare il nucleare se non a scopo difensivo. L’India dal 1999 ha esplicitato nella dottrina nucleare il ricorso all’arma nucleare solo contro potenze nucleari e ricorrendo al cosiddetto non first use NFU (il principio di non fare mai il primo passo). Anche il Pakistan, sebbene non espliciti il ricorso al NFU, mette in chiaro che il ricorso all’arma nucleare prescinde dalla difesa contro una grave minaccia verso il proprio territorio o la propria sovranità.

Né le due dottrine, né nell’attuale budget militare dichiarato sono in realtà simmetrici, fattore che rende la competizione strategica tra India e Pakistan una questione complessa da interpretare. Entrambe le nazioni hanno programmi avanzati ma le cui informazioni sono riservate e alimentano il linguaggio da guerra fredda ereditato in Asia meridionale dei tempi delle tensioni tra i due blocchi. In termini di budget militare lo squilibrio di asset militari tra i due paesi è evidente: nel 2020 l’India ha investito 64,1 miliardi di dollari nella difesa, contro i 10,8 miliardi di dollari del Pakistan in un rapporto uno a sei. Ciononostante, è bene evidenziare che in soli 10 anni il budget militare del Pakistan è cresciuto del 73% mentre l’India registra un aumento del 7%, coerente con i dati di altre medie potenze. Nuova Delhi rimane comunque nella top 5 dei paesi che più investono sugli arsenali militari.

Tra gli indizi che possono aumentare la percezione del rischio della corsa agli armamenti nucleari vi è il cosiddetto discrimination problem, come viene chiamato il problema di saper comprendere quando e come potrebbe essere utilizzato l’elemento nucleare attraverso tecnologia militare convenzionale. Questa incertezza non solo può creare incomprensioni nel momento in cui i paesi decidono di mobilitare enormi risorse nella difesa, ma rischia di produrre calcoli errati nella percezione dell’altro sempre. Per quanto riguarda il Pakistan, l’attenzione si concentra soprattutto sui missili Nasr e il modello Shaheen-3. Entrambi i missili sono in grado di trasportare sia armamenti convenzionali che testate nucleari. Tra gli asset militari dell’India capaci di essere convertiti in caso di conflitto nucleare compaiono i razzi di matrice indo-russa BrahMos (“Brahmaputra-Moscow”), ma anche altre tipologie di missili come quelli delle famiglie Prithvi o Agni.  Nati spesso come deterrenti per la Cina, non possono che sommarsi al calcolo del rischio per il Pakistan.

Nel complesso balletto diplomatico che mantiene in equilibrio i rapporti tra Islamabad e Nuova Delhi, anche il ruolo dei vicini non è indifferente. La Cina è il vicino scomodo dell’India, con cui da giugno 2020 sono riprese le schermaglie ai confini. Ma è anche il partner del Pakistan, con cui collabora per l’ambizioso progetto infrastrutturale del corridoio Cina-Pakistan: un ramo della Belt & Road che aggira l’India e promette di portare ingenti capitali dalla Cina occidentale al porto di Gwadar. Anche la Russia guarda all’Asia meridionale con speranza e allo stesso tempo apprensione. Da un lato, l’India sta diventando l’hub preferenziale per la produzione di armi russe. Ma anche il Pakistan interessa a Mosca per il suo ruolo come cliente, partner e collaboratore in un’ottica di lotta al terrorismo e riempimento del “vuoto” lasciato dagli Usa in Afghanistan.

Nel paniere degli elementi collaterali che ricadono in una logica di deterrenza nucleare “del nuovo Millennio” rientrano anche nuove forme di conflitto, che passano attraverso strumenti e strategie che la vecchia logica della deterrenza da Guerra Fredda da sola non può interpretare. Le minacce di guerra cibernetica, per esempio, incrementano l’esposizione di asset strategici e riservati (e questo è il caso delle armi nucleari) ad attacchi informatici spesso non identificabili e quantificabili. Per raffreddare la situazione, dicono gli esperti, servirà quindi creare dei canali di comunicazione e collaborazione. Le basi esistono già da tempo, nate dall’esigenza di contenere le ostilità e salvaguardare i rispettivi interessi nazionali: un rafforzamento del dialogo fuori dalla retorica politica a casa sarà un passo importante da fare per evitare danni incalcolabili su entrambi i fronti.