Nel giorno in cui l’Isis ha rivendicato la rivolta di maggio nella prigione tajika di Vakhdat, il presidente cinese Xi Jinping ha cominciato la sua missione centroasiatica. Giovedì si è aperta a Bishkek, Kirghizstan, il 19esimo vertice dell’ Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la cosiddetta NATO asiatica lanciata all’inizio degli anni 2000 per coordinare gli sforzi regionali in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. Con gli anni, l’organizzazione ha progressivamente esteso la propria membership e ampliato il proprio raggio d’azione arrivando a valutare – su richiesta cinese – obiettivi economici come l’istituzione di una banca dedicata. Mai come quest’anno la SCO fornirà a Pechino l’occasione per rimarcare il proprio supporto a globalizzazione e multilateralismo in chiave anti-Trump – di particolare interesse l’enfasi posta dalla stampa cinese sulla partnership triangolare con Delhi e Mosca. Non solo. Il summit servirà anche a rastrellare consensi riguardo alla Belt and Road e le dubbie politiche etniche messe in atto nella regione musulmana del Xinjiang. Il viaggio di Xi nel “cuore dell’Asia” proseguirà a Dushambe, Tajikistan, dove fino al 16 giugno si terrà il sesto vertice del forum sulla sicurezza Conference on Interaction and Confidence Building Measures [fonte: China Daily]

600 aziende americane contro le tariffe

Seicento compagnie americane si sono appellate a Donald Trump per una rapida risoluzione della guerra commerciale con la Cina. In una lettera indirizzata all’inquilino della Casa Bianca, Walmart, Target e altri rivenditori e produttori statunitensi hanno messo in guardia dalle perdite reciproche causate dai dazi. Letteralmente: “Le tariffe applicate in modo esteso non sono uno strumento efficace per modificare le pratiche commerciali sleali della Cina. Le tariffe sono tasse pagate direttamente dalle società statunitensi … non dalla Cina”. L’appello giunge a meno di tre settimane dal vertice del G20 a margine del quale Trump dovrebbe incontrare Xi Jinping. L’esito del meeting inciderà in maniera determinante sull’eventualità di un’estensione delle barriere commerciali a 300 miliardi di dollari di merci cinesi. Secondo la lettera, che cita statistiche della società di consulenza internazionale The Trade Partnership, spazzerebbero via oltre 2 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti [fonte: Reuters]

Hong Kong studia la censura cinese

Se la principale preoccupazione degli hongkonghesi è che Hong Kong diventi più simile alla Cina perdendo le proprie libertà, parte della metamorfosi pare essere già avvenuta. Almeno per quanto riguarda il rigido controllo dell’opinione pubblica sui social network. Nella giornata degli scontri, Telegram, servizio di messaggistica istantanea utilizzato dai manifestanti per coordinare le proteste, è stato colpito da un attacco hacker che il fondatore della piattaforma attribuisce abbastanza inequivocabilmente al governo cinese. Fin qui niente di strano. La stessa tattica era stata utilizzata nel 2014 per sabotare la “rivoluzione degli Ombrelli”. Stando al NYT, tuttavia, il giorno prima delle manifestazioni una decina di poliziotti si sono presentati a casa del gestore di una chat di gruppo con un mandato d’arresto per tentato disturbo dell’ordine pubblico. Il 22 enne è stato rilasciato su cauzione solo dopo aver consegnato il suo smartphone con password e archivio dei messaggi. Il quotidiano della Grande Mela ricorda come nel 2014 fossero circolati su WhatsApp messaggi contenenti malware in grado di spiare gli organizzatori delle proteste. Anche in quel caso i sospetti sono ricaduti su Pechino. Considerata la recente collaborazione tra le forze dell’ordine della mainland è quelle hongkonghesi in chiave antiterrorismo, non è così improbabile che l’ex colonia britannica stia studiando le tecniche di controllo applicate da Pechino sul web [fonte: NYT]

“Hong Kong” la parola più cercata sul web cinese

Gli eventi di Hong Kong stanno mettendo a dura prova il Great Firewall. Secondo Reuters, nonostante la censura, nella giornata di mercoledì su WeChat la parola “Hong Kong” ha totalizzato 32 milioni di ricerche rispetto ai 12 milioni della settimana prima. Su Weibo “Hong Kong” sarebbe addirittura la parola più cercata in assoluto, seguita nella top 10 da “opponiti all’estradizione verso la Cina” e “coraggio Hong Kong!”. Nella giornata di ieri tuttavia i risultati per la medesima ricerca davano solo notizie sulla condanna di Carrie Lam e la risposta ufficiale del governo cinese alle proteste [fonte: Reuters]

Economia di mercato e crediti sociali

Nella giornata di mercoledì il Consiglio di Stato ha tenuto la sua abituale consultazione settimanale. Di cosa si è parlato? Di crediti sociale, stavolta non per i comuni cittadini bensì per le aziende, vero anello debole del sistema dell’affidabilità costruito da Pechino. Apprendiamo dunque che Pechino si affretterà a “stabilire, in conformità con la legge, registrazioni autorevoli, unificate e accessibili di tutti i player del mercato sulla base dei loro codici di credito sociale unificati.” Le aziende con punteggi cattivi saranno penalizzate e inserite in una lista nera a cui corrisponderanno “provvedimenti rigorosi, tra cui la negazione dell’accesso al mercato stesso”. Il sistema – alla cui costruzione sono chiamati a collaborare tutti i dipartimenti governativi – rientra nell’agenda pro-business del premier Li Keqiang e a differenza di quanto si pensi dalle nostre parti ha una funzione molto più benigna. Secondo la società di consulenza Trivium, infatti, il sistema dei crediti sociali in ambito business è funzionale alla transizione verso un’economia “market oriented” e meno soggetta agli interventi del governo [fonte: gov.cn]

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